ANDREA EMO.
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SUPREMAZIA E MALEDIZIONE. DIARIO FILOSOFICO.
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A cura di: Massimo Don e Romano Gasparotti.
1998. R. Cortina Editore, MILANO.
Collezione: Scienza e idee.
ISBN 88-7078-513-0.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Quali sogni "suscita la luna dalla terra addormentata"? Quali fantasmi vengono plasmati dalla memoria o dallimmaginazione? Siamo "stregoni" che costruiscono il mondo "per mezzo soltanto di parole e concetti". Sempre pi prigionieri delle conquiste del nostro pensiero, al punto da ritrovarci schiavi delle "chimere" che noi stessi abbiamo evocato e che non siamo pi in grado di riconoscere come tali. Eppure, nella luce accecante delle troppe certezze che schiacciano la nostra esistenza, la filosofia "inventa le oasi del dubbio e dellombra". Siamo sospesi tra la consapevolezza che nulla " pi serio, pi alto, pi sublime della vita" e la coscienza che nulla " pi tragicamente effimero". Ogni avventura umana trae origine da questa "maledizione" e "supremazia" per il soggetto conoscente. Sia che perseguiamo lidea di un sapere "oggettivo" dell'Altro da noi, sia che cerchiamo (invano) di conoscere Noi stessi, finiamo sempre per fare i conti "col nostro nulla", che  per lunica garanzia della nostra libert, la sola arma della nostra liberazione. Cos Andrea Emo, il filosofo solitario che in vita non volle pubblicare una riga, ci invita "a pensare, a pensare il pensiero, e il pensiero del pensiero", solo per "perderci nell'infinito".
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L'AUTORE.
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Andrea Emo (1901-1983) ha dedicato la sua vita a una ricerca filosofica solitaria e sofferta, che attraversa quasi tutto il secolo. Questa  la prima pubblicazione integrale di una sezione autonoma e consistente dei suoi Quaderni, a cura di Romano Gasparotti, ricercatore presso l'istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, e di Massimo Dona, docente di Estetica all'Accademia di belle arti di Venezia, cui si devono due precedenti ricognizioni antologiche del vastissimo corpus emiano (Il dio negativo e La voce delle Muse, Venezia, rispettivamente 1989 e 1992).
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Avvertenza dei curatori.
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Questa  la prima pubblicazione, integrale di una sezione autonoma del corpus dei manoscritti filosofici di Andrea Emo (1901-1983), i cui Quaderni sono conservati dalla vedova Giuseppina Pignatelli e dalla figlia Marina Emo presso la Biblioteca della Villa Emo Capodilista di Rivella (Padova). Nel presente volume la scelta  caduta sulle annotazioni che vanno dal 27 ottobre 1973 all1 gennaio 1974 - un periodo particolarmente significativo, per ricchezza e maturit di pensiero, per chiarezza e nitida articolazione dellespressione, ai fini di una ricostruzione dellesperienza del farsi della pratica di scrittura filosofica emiana. I Quaderni [n. 359 e n. 360; la numerazione  stata effettuata dopo la morte dellAutore. Si tratta di due registri modello computisteria (cm 21 x cm 29), rispettivamente luno di 120 facciate, laltro di complessivamente 76 facciate, di cui qui sono state riportate le prime 59] offrono infatti, pur nella particolarit dello stile di Emo, una trattazione fortemente unitaria dei grandi temi che affascinarono Andrea per pi di sessantanni di meditazione filosofica meticolosamente registrata (1918-1981): Dio e mondo, essere e nulla, apparenza e realt, tempo e memoria - ma anche: Oriente e Occidente, leredit dei Greci, la vicenda del Cristianesimo, Riforma e Controriforma, il destino dellEuropa moderna, la crisi dellideologia e i paradossi dellarte e della scienza contemporanee. Supremazia e maledizione  il tratto distintivo della conoscenza - di ogni conoscenza, sempre in bilico tra la routine dellistituzione e il "soffio" distruttore e insieme creatore dello spirito.
Tutti i materiali del presente volume sono integralmente autografi di Emo, ove si  sempre mantenuta - purch non andasse a scapito della chiarezza - la grafia delloriginale (per esempio, imagine o anche image per immagine). Sono stati tacitamente corretti alcuni (rarissimi) errori dortografia e di sintassi. Le poche elementari integrazioni sono segnalate da parentesi quadre. Alcune note a pi di pagina (contrassegnate da lettere maiuscole) indicano i passi dubbi. Le Note (indicate da numeri arabi) che seguono il testo mirano a inquadrarlo, grazie anche allesplicito riferimento al
restante corpus emiano, nel contesto filosofico italiano ed europeo. Tema questo ripreso nella Postfazione che intende evidenziare alcuni tratti peculiari del "nichilismo" di Emo incentrati sulla coscienza del "nostro nulla" come principio di liberazione.
Sentiamo il dovere di ringraziare, oltre alla famiglia Emo, gli amici scomparsi Benedetto Gentile e la moglie Maria Giulia Theodoli - e ancora Massimo Cacciari, Ernesto Rubin de Cervin, Antimo Negri, Corrado Sinigaglia.
Massimo Don e Romano Gasparotti.
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Il tentativo di conoscere (...)  sempre punito dal fulmine celeste (...) - tentativo di conoscere che si perpetua come gloria e come colpa, come supremazia e maledizione.
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SUPREMAZIA E MALEDIZIONE.
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DIARIO FILOSOFICO 1.
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QUADERNO 359.
Monselice, 27 ottobre 1973.
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Latto  perfettamente immanente nella sua negazione e insieme  assoluta diversit (cio
trascendenza) da essa. Come attualit del negarsi  anche trascendenza del negarsi.
Se taluno  riuscito a formulare un pensiero filosofico, un concetto, se ha creato una sintesi,
cio una trascendenza mediante una assoluta analisi, egli pu esser grato alla sua sorte, perch ha
partecipato della divinit, dellassoluto - la coscienza dellassoluto altro.
Con la coscienza della nostra inferiorit noi creiamo tutte le cose come superiorit; il mondo
della rappresentazione4  il mondo della superiorit -  il mondo del nostro annichilimento -
l'annichilimento  la nostra forza creatrice; e noi creiamo annullandoci, annichilendoci;  il nostro
modo di creare - lo spirito creatore crea annullandosi - e tutta la creazione  la nostra alterit,  la
alterit dellassoluto; noi creiamo la superiorit - il nostro essere altro  la nostra superiorit - la
superiorit  la nostra diversit,  creata come le tante innumerevoli diversit - la diversit  sempre
assoluta -  il nostro negarci,  la creatura della assolutezza - la superiorit  creata dal nostro
annichilirci;  una creazione in cui tutto diviene superiorit, origine, etc.
La nostra mente (e la mente degli animali5) crea le sue idee come assoluta diversit; allo stesso
modo con cui crea le sensazioni (colore e suono, etc.), allo stesso modo con cui crea la luce.
Il nostro organismo, cervello compreso,  un demiurgo; un demiurgo le cui opere sono l'alterit;
e le alterit che lorganismo, il demiurgo, crea sono innumerevoli; e ciascuna  assoluta; la diversit
creata dai nostri sensi o dal nostro cervello  una creazione assoluta; le nostre creazioni creano degli
assoluti che, in quanto tali, sono anteriori al loro creatore; diventano anteriori, diventano origini
appunto perch sono laltro - lorigine stessa  se medesima e altro. La cosiddetta poesia delle origini 
la diversit della origine; lorigine creata dalla nostra negazione.
Il sogno di fermare il tempo  un vecchio sogno delluomo,  un tentativo che viene
continuamente ripetuto. Ogni pensiero, ogni forma, ogni affermazione, ogni opera  un tentativo di
arrestare il tempo,  la creazione di una prigione per il tempo, affinch esso non continui a fuggire, ma
la fuga del tempo  il suo negarsi; e ognuna delle costruzioni meditate per arrestare la fuga universale
serve al tempo, serve a salvarlo perch il tempo [] negativo6 - le nostre opere darte e la nostra
memoria salvano il tempo trasfigurandolo in imagini e significati - lo salvano negandolo perch il
tempo  appunto la sua negazione. Tentando di abolire il tempo non ci si accorge che il tempo 
appunto il soggetto dellazione volta ad abolirlo; non  altro che la perpetua negazione di s. Ma la
diversit creata dalla negazione  al di l della negazione,  al di l del tempo; la attualit della
negazione  trascendente al tempo; ma  il tempo stesso che la crea negandola - e cos il tempo salva le
opere che lo negano - e le opere stesse divengono la attualit del tempo, la salvezza, limmortalit del
tempo - appunto perch il tempo si nega, questo negarsi  la sua immortalit.
Gli storici, che sono i professionali domatori del tempo, creano delle opere che sono la attualit
del tempo, e perci lo ricreano. La memoria tenta di abolire il tempo, tenta [di] ricondurlo prigioniero
del magico palazzo della presenza; ma con ci lo crea, volendo distruggerlo.
La memoria7  il perpetuo tentativo di abolire il tempo e nellatto stesso del negarlo lo crea - ed
effettivamente memoria e tempo si identificano, nellatto stesso in cui divengono diversit da s.
La creazione di Dio (da parte degli uomini) avvenne appunto per consolare gli uomini dalla
contemplazione del loro assurdo destino - lidea di Dio trasportava fuori dalla nostra sfera il problema
della nostra assurdit, dellincredibilit della nostra vita assurda - la trasportava in una sfera
trascendente (ma anche la trascendenza  assurda se riferita alla nostra vita); ma  unidea molto utile
quando si tratta di risolvere un problema che dimostra solamente la propria insolubilit, sinonimo di
assurdit - un problema assurdo che si risolve creandone un altro pi assurdo ancora - si discuter
perpetuamente per sapere se gli Dei o il Dio unico sono creatori o creature delluomo8 - possiamo
credere che gli Dei, i loro Olimpi, le loro chiese, le loro leggi sono in noi e che quindi si possa
ammettere una nostra trascendenza a noi stessi? Con questa idea si  raggiunto il colmo dellassurdo (la
nostra trascendenza  la nostra diversit e alterit da noi); ma  quellassurdo di cui si pu constatare la
presenza vivente e la realt -  quellunico assurdo a cui si riferisce il celebre credo quia absurdum.
Noi creiamo infallibilmente tutto ci che ci sforziamo di abolire, di negare - la creazione di Dio verr e
ritorner sulla terra; ma egli verr creato con le armi, i sistemi, i procedimenti con cui fu abolito - le
rivoluzioni ricreano sempre gli idoli abbattuti - finora non conosciamo la funzione degli idoli.
La morte vive in noi finch noi viviamo. Poi muore anchessa - la vita, considerando il suo
enorme significato, la sua diversit da tutti gli altri fenomeni, esige di non essere umiliata dalla sua
creatura, dalla sua morte; ed esige, come premio del suo esistere contro le leggi della necessit che
governano luniverso fisico, la sua promozione alla immortalit. Io, philosophorum minimus, credo che
anche luniverso abbia unanima, che per non lo riscatta dalla legge e dalla necessit, ma egualmente
sia immortale; limmortalit umana e universale  sempre lassoluto negarsi dellassoluto, lanima 
immortale non perch limmortalit sia uno stato, un dato, un diritto, una divina elargizione, ma perch
noi mortali siamo immortali di una immortalit continuamente perduta e riconquistata. Il nostro attimo,
lattimo che continuamente si distrugge per diventare proprio latto che nega lattimo; questo atto 
attimo; attualmente pereunte e attualmente rinascente e presente; la presenza che  tutto, che  il
fondamento di noi e di tutto  lattimo; e lattimo  soltanto il suo sparire; - la immortalit dovrebbe
essere una continuazione indefinita o addirittura infinita della nostra attualit morente, perpetuamente
morente - la immortalit delleterno perire; la immortalit  la attualit del suo negarsi; perci perisce e
risorge (cio si riconquista) nellatto stesso.9 La morte  una materia prima che la attualit trasforma e
trasfigura in se stessa, cio in attualit - la immortalit  lattualit del suo perire, cio  la immortalit
del suo perire e soltanto la vita sa creare la morte - in quanto attualit del suo negarsi, lattualit 
trascendenza ed  la immortalit del suo negarsi.
Lassoluto infinitamente puro della nostra negazione emana, nellatto stesso del suo negarsi,
una luce intensissima creata dalle grandi tenebre; una luce attuale  la attualit delle nostre tenebre, il
cui infinito negarsi  attuale come le nostre tenebre10 platoniche o come astri che tranquilli e senza
pressioni esterne si girano nel mondo astrale?
Lavvenimento  stato creato come una realt vivente, e con i suoi raggi attira avvenimenti
futuri - i profeti sono coloro che riconoscono nellavvenimento una autonomia, cio una forma di
individualit.
Il nostro organismo  anchesso un avvenimento, un avvenimento fine a se stesso; lorganismo
 un meraviglioso strumento per vivere ed  stato creato per un misterioso padrone chiamato lIo - un
padrone invisibile e che vede tutto, che conosce tutto fuorch se stesso, fuorch questa coscienza che
conosce; non  altro che conoscenza, ma  linconoscibile.
LIo  ovunque e in nessun luogo;  il mistero della sua inconoscibilit conoscente - la
conoscenza  distruttiva, essa  la distruzione del suo oggetto ed  lattualit della distruzione
universale; lIo, la conoscenza, etc. sono lattualit eterna della distruzione di s, del proprio
distruggersi. LIo  la attualit della propria distruzione - lIo  la propria distruzione e perci  tutto -
lIo  un sovrano assoluto che pu vivere, che pu essere, come pura negazione di s - riduce tutto alla
sua presenza ed  la negazione della presenza che .
Ogni nostra sensazione  la testimonianza della nostra identit e nel tempo stesso  una
differenza assoluta;11 il nostro organismo, il nostro pensiero sono il tentativo di captare, di conoscere la
diversit assoluta mediante la negazione, cio mediante la identificazione. Vi  questa antitesi nella
coscienza; essa deve essere negativa per creare, deve raggiungere la identit con s per conoscere la sua
differenza da s. Anche i sentimenti, le passioni seguono questa via preconizzata dalle sensazioni che
sono diversit assolute e inesplicabili, e insieme sono il nostro io, sono la nostra identit - la passione ci
individua e identifica potentemente, ma  anche, rispetto a noi, una diversit inaccessibile - e quale  lo
scopo morale o scientifico della conoscenza della diversit in s? Perch la diversit in s  il
testimonio della nostra discesa agli inferi, della nostra coscienza del nulla; che  coscienza della
diversit dal nulla e della sua trascendenza al nulla;  la conoscenza dellinconoscibile come tale;
dellinconoscibile che rimane tale - senza linconoscibile, senza la trascendenza alla scienza non vi pu
essere scienza - linconoscibile conosciuto come tale, non divorato dalla conoscenza  la certezza di
unalterit, di un assoluto altro - la trascendenza al negarsi del tempo. Lopera darte  insieme tempo e
trascendenza; la trascendenza  la metamorfosi del tempo, in ci  la sua sublime bellezza. La musica 
un movimento che si identifica con la pace; la diversit  necessariamente moto? E il moto, lo
squilibrio  la pace? Il moto  diversit, il moto  trascendenza? Il moto  togliersi che diviene
trascendenza nella sua attualit - la negazione in cui la attualit si ricrea diviene essa stessa
trascendenza.
Lattualit, la differenza, la trascendenza sono le creature dellassoluto negarsi (che  coscienza
della sua attualit). Sono la attualit dellatto nella forma della sua negazione. Sono la metamorfosi
della negativit e del tempo - ed  vero che il tempo non  se non la sua metamorfosi. Il tempo non pu
essere se stesso se non  metamorfosi; negazione e metamorfosi della negazione - la conoscenza  la
metamorfosi, la metamorfosi del tempo, cio la diversit.
Lidentico si trasfigura in diversit, rimanendo identico; anzi avvalorando la sua identit.
Linfinita diversit  la metamorfosi dellUno; la sede dellinfinita diversit  luno, cio la sua
negazione, cio la sua identit.
Perch abbiamo bisogno della diversit per vivere? Dov allora tutto lascetismo che  rinuncia
allimagine, la rinuncia a ogni diversit, a qualunque principio che osi violare la negazione di ogni
cosa; la negazione restando la padrona del campo - la negazione  per una trascendenza e per il solo
fatto di essere attuale - la diversit assoluta  la trascendenza,  lattualit in quanto conosciuta dalla
negazione, mediante il suo negarsi.
I sogni che la luna suscita dalla terra addormentata, i fantasmi, i sogni dei prati e degli alberi
sono degli echi? Gli echi sono degli schiavi, sono la schiavit assoluta della parola, della parola che  il
Verbo e che  libera come la fantasia, trasformata nella schiavit delleco; divengono una
interrogazione senza risposta;  uninterrogazione che  costretta a farsi risposta; leco ci restituisce le
nostre parole con insieme lattestato della nostra inutilit; la solitudine di una interrogazione destinata
[a] essere solo se stessa;  uneco senza echi;  la risposta del nulla divenuto ironista grazie al dramma
delleco. Vi  una similitudine tra leco e lo specchio. Anche lo specchio riflette la vanit della nostra
imagine; si  detto (Cocteau) che lo specchio  intelligente perch riflette; ma, aggiungiamo noi, riflette
molto senza comprendere alcunch, perch  pura, lucida, impenetrabile superficie, che rimanda i raggi
emanati dalle persone e dalle cose, senza mai averli posseduti.
Dobbiamo sempre ricominciare dalla fine, cio dal principio, la meditazione comincia sempre
dalla morte, cio dalla fine - respice finem;  nella fine che si rifugia il principio.
Latto  diversit assoluta e insieme negazione di s.
Il soggetto  la diversit assoluta ed  il soggetto del nostro negarci; la diversit assoluta in
quanto attualit ha la maschera dellio; ma essa, in quanto attualit della negazione,  lio stesso - e
insieme  linfinitamente altro - quali sono le colpe dellio?
Ci che  immortale  la attualit della negazione, che  la nostra sostanza, la nostra essenza;
lattualit della negazione  la sintesi a cui siamo riconducibili; la sintesi che  suprema analisi di noi -
la immortalit, la testimonianza o il sintomo della immortalit,  la diversit, cio linfinito altro -
linfinito altro, laltro da noi,  il nostro soggetto, il soggetto cio lattualit della nostra negazione che
non perisce mai - il nostro annichilimento  appunto il creatore attuale della infinita diversit e alterit -
le qualit che sembrano e sono tanto effimere sembrano messaggeri misteriosi bench siano le evidenze
pi evidenti dellal di l, che  lassoluta diversit.
Una falce di luna, una stella che le si avvicina, gli ultimi chiarori del crepuscolo rendono
superfluo qualsiasi viaggio in oriente; sorge un pensiero pieno di inconfessabile nostalgia per un mondo
di favole e di miti, si riconoscono ovunque dei simboli; e principalmente i simboli delloriente e
delloccidente; la lunga guerra tra occidente e oriente, che forse ora ricomincer, si placa in questi
simboli, si placa nelleco di meravigliosi racconti - una nostalgia per quei tempi in cui Dio era
sinonimo di pace, di un annichilimento lucente, lidentit dellannullamento assoluto e della luce.
LEco  la voce della Chimera,  la voce dellassenza, cio del nulla - la nostra vita risuona di
echi; i pi nobili echi sono quelli che denunciano la presenza di qualche chimera, lieta solo come le
Sirene di sedurci con qualche perdizione. Ma forse la chimera  un simbolo benefico, anche se ci
conduce alla perdizione, al vuoto - la morte  una abolizione della chimera o  una chimera essa stessa?
Ogni poesia, ogni musica, ogni opera darte  una chimera che risponde alla nostra invocazione con la
stessa interrogazione, che rivela nel suo vuoto tutti i significati nascosti nella nostra interrogazione, ma
li esprime e li rivela mediante la coscienza della loro vanit; ma talvolta pu avvenire, e questa  larte
della Sirena e della Chimera, che leco, che la chimera divengano esse linterrogazione a cui noi non
sappiamo rispondere - e per salvarci dobbiamo credere alla chimera, dobbiamo credere alla nostra
perdizione, dobbiamo credere nel nulla che  una fede assoluta, appunto perch senza fondamenti - la
Chimera  muta ma parla con la nostra voce, dimostrando la vanit della nostra voce, dimostrando la
vanit della nostra interrogazione. Uno scritto, una lettera, una letteratura sono degli echi di un verbo
ignoto, sono gli echi dellinfinito, sono la risposta alle interrogazioni dellinfinito. Noi possiamo
captare leco, farlo parlare con la nostra voce, obbligarlo a parlare in silenzio con i segni arabescati e
oscuri per definizione (essi violano, contaminano il candore della carta).12
Noi possiamo scrivere le nostre interrogazioni, cio i nostri echi, trasformandoli in segni muti; e
le lettere con il responso interrogativo e vuoto della chimera possono essere spedite, in una busta, a
domicilio, a portarvi la vanit della chimera, la vanit del nulla - che quando lo si considera nella sua
perfezione, cio nella sua attualit (il nulla non  tale se non  assoluto, se non  attuale), si illumina di
improvvisi sovrannaturali splendori - assume la maschera del tutto.
Rapporti tra leco e lo specchio; anche lo specchio risponde alla interrogazione costituita da un
oggetto, da una figura e risponde con la sua pseudo fedelt, risponde alla domanda, ma mentendo la
profondit, perch esso non  che superficie e non conservando la traccia di alcuna imagine su quella
superficie che non si pu scalfire, n approfondire, lo specchio parla un linguaggio effimero che
sparisce nellatto stesso in cui si forma, come leco - lo specchio riflette la figura che si presenta, che si
presenta innanzi a essa interrogativamente e non riceve come risposta altro che la sua stessa
interrogazione.
Risalendo con la memoria il corso del tempo, vediamo che in noi rimane il ricordo, e la visione
di anni privilegiati in confronto ad altri anni tristi e tetri, su cui luccello magico della memoria sorvola
senza guardare o ricordare. Negli anni santi della memoria, tutto appare in una meravigliosa e semplice
e fedele trasfigurazione - ma tutto ci che ci riguarda, noi effimeri,  infinito, insondabile, al di l della
espressione.
I sogni sono la trasfigurazione del pi profondo oblio - nel sogno oblio e memoria coincidono?
Come nella veglia, quanto pi profondo loblio, tanto pi chiara la memoria.
II passato, il passato  sempre il nostro passato, vive nel profondo regno dei trapassati, cio vive
nella luce dellelisio - i nostri ricordi spaziano nei campi elisi tra fiori ignoti.
Lumanit e i singoli uomini (e la vita) sono costretti a scalare una vetta, la scintillante vetta
della vita o del genio, oltre la quale  il baratro. La vetta  una gloria o una colpa?
Il nostro organismo vive e muore indipendentemente da noi. Noi non siamo padroni di nulla,
nemmeno del nostro organismo, cos unito a noi, cos diverso da noi. Noi siamo nati per limmortalit,
il nostro organismo  nato per la morte - il nostro organismo  il rappresentante presso di noi della
necessit, della morte noi rappresentiamo un al di l della vita, ma la vita non  essa stessa un al di l?
La vita  la possibilit dellimpossibilit,  lal di l della necessit e dellimpossibile, che si riafferma
continuamente nellatto in cui viene smentita. La vita  il pi luminoso e il pi tragico dei misteri, ma
anche della nostra luminosit si pu chiedere se non  laltro, lassoluto altro da noi.
Il nostro organismo, come tutte le cose, ci smentisce,  la negazione di noi e noi siamo la
metamorfosi di questa smentita, il soggetto, lattualit della necessit, della smentita - siamo laltro
della monotona smentita. La necessit non ha fantasia, ma siamo noi che la trasformiamo in diversit,
la smentita  finalmente trasformata in affermazione.
Gli arcipelaghi della memoria - in genere il tempo che abbiamo traversato ricostituisce nel
passato degli arcipelaghi che il cupo fiume della morte (il tempo fluisce sempre in direzione della
morte) non sommerge, anzi esalta.
La memoria  sempre un grande poeta, ma talvolta essa pu presentarsi cio essere
effettivamente presente nelle opere darte, in cui il tempo riconosce i suoi valori, i suoi significati, la
sua profondit - la sua immortalit.
Limagine  una consacrazione dellatto, del tempo; ed  per questo che la nostra epoca vuole
sconsacrare anche quella - la fede deve essere iconoclasta; larte, invece,  la fede nellimagine - ma la
nostra epoca non ha pi lintenzione di rendere il debito culto alle imagini, ma nemmeno ha
lintenzione di sostituirle con una fede vivente. La sconsacrazione non vuol mai essere una
riconsacrazione; la rinascita del sacro avviene in forme bastarde, cio in forme ideologiche.
Soltanto ci che  origine, cio senza causa, soltanto ci che  pura origine e nientaltro che
origine diviene imperituro; immortale  lorigine, immortale  la novit; cio la novit dovrebbe essere
nuova perpetuamente, non mai decadere dalla sua novit.
Non  immortale ci che ha una causa, ci che discende da una causa -  immortale ci che 
assolutamente nuovo, cio ci che nasce dalle tenebre, dal nulla, pertanto ci che  senza causa, ci che
 creato da s, ci che  autocreazione,  ci che  creatura del nulla, che ha il nulla come causa -
immortale  la attualit della propria negazione. La vita che perennemente sopravvive a se stessa, che
sopravvive al proprio perpetuo morire,  sempre inesplicabile origine, sempre attuale origine - lorigine
 la sacralit,  la sacralit della vita; la vita  sacra perch  origine; chiunque si attenti a sconsacrare
la vita, la sua e nostra attualit, e ci mediante ideologie o altre astrazioni, o mediante maledizioni e
contestazioni, commette un sacrilegio.
Credere nella sacralit della vita  credere al suo attuale negarsi,  credere (e fondarsi) nella
negazione - tutto ci che emerge necessariamente dallannullamento  origine,  spontaneit,  novit,
perch  diversit - la diversit  sempre originale, e questa certezza ci d affidamento a credere nella
immortalit della diversit, di questa nostra creatura che  la nostra stessa soggettivit - che  latto
come atto del negarsi. La diversit che vediamo, cio siamo,  in noi il sintomo della immortalit, della
nostra immortalit presente - ed eterna. La diversit, la mutazione sono lorigine - anche la qualit 
originaria. Il tempo  diversit e mutazione, perch esso  origine, perch esso  la attualit della sua
negazione, attualit della negazione della origine, della diversit, etc. - la diversit  un simbolo
dellassoluto, dellimmortale, cio della incarnazione dell eterno nella sua negativit.
La diversit  il modo con cui o meglio in cui conosciamo la trascendenza; per esempio il
colore che ci sembra una oggettivit  invece una trascendenza, una trascendenza al suo conoscersi, al
suo negarsi.
Lattualit  trascendenza, perch si conosce negandosi; e si conosce come diversit; diversit
assoluta dal suo negarsi - la diversit  il modo con cui e in cui conosciamo la diversit negandola;  il
conoscersi della attualit che si conosce, si autoconosce, negandosi.
Il negarsi  la trasparenza dellassoluto; la trasparenza e la opacit del negativo; quale
significato o senso pu avere il negativo nel mondo fisico, oggettivo? Il mondo fisico  integralmente
negativo, negativo di noi; ma allora quale pu essere la sua trasparenza? La negativit  nellatto, nella
energia - lopacit della materia si risolve nellatto; si risolve senza residui nella energia - lenergia 
negazione di se stessa - e affermazione nellatto di questo negarsi - in quanto energia il mondo 
negazione di ogni oggettivit, di ogni opacit - lenergia, come il tempo,  una irrazionalit nel concetto
meccanico della realt - la meccanica  la oggettivit del reale, della energia; ma lenergia  la
negazione delloggettiva positivit immediata.
Limmagine  sacrilega in quanto obiettivazione del dio, del divino; il divino non pu essere
che soggettivo - ma limagine artistica  il contrario di una idolatria;  invece lespressione della
soggettivit -  la trasformazione delloggetto in soggettivit mediante la sua, cio nostra negazione -
limagine  una metamorfosi della negazione - limagine  divina in quanto diversit dellatto.
Lautonegarsi dellatto  assoluta tenebra e unica luce, lucida come lorigine,  opacit e
trasparenza;  negazione e affermazione;  abolizione e affermazione della soggettivit - la passeggiata
in compagnia della propria solitudine, e di nessun altro.
Essere stati ammessi a vivere un fenomeno cos straordinario come la vita e non essere stati
capaci, per tutta la durata non breve del fenomeno vita, di comprenderlo e di esprimerlo,  un fatto
assai doloroso e forse anche colpevole; non possiamo dominare n la vita, n il tempo; non possiamo
comprenderli, n esprimerli; a che vale allora questa esperienza vitale? La vita non ci comprende e
perci non ci perdona; siamo noi, con il nostro esistere, lespressione che la presenza, che la vita cerca
per manifestarsi?
Quale  la perfetta espressione della vita? Lespressione perfetta  la sua rinascita.
Lespressione perfetta che noi raggiungiamo con il discorso, larte, il pensiero  la rinascita, cio
lesperienza di una morte; non vi  coscienza (cio espressione) senza la coscienza e lesperienza della
morte. Il vivente ama la vita, cio la continuit della vita; noi amiamo la continuit; ma questa
continuit non pu essere espressa, non pu avere una forma, cio non pu avere una coscienza (e
queste sono le condizioni necessarie per essere) se non mediante la conoscenza, cio la accettazione
della morte - la continuit non  possibile senza la rinuncia alla continuit, senza la coscienza della
propria attuale morte; la vita  il sopravviversi della vita, mediante la coscienza della morte; mediante
la coscienza che  coscienza del nulla; la continuit  possibile mediante la coscienza della sua
impossibilit.
Pi che il nostro personale avvenire ci addolora e ci preoccupa lavvenire delluniversale, della
societ, dello spirito; lavvenire di Dio - lavvenire della resurrezione - lavvenire della continuit,
lavvenire dellavvenire.
La diversit, la nostra diversit,  creata dal nostro identificarci,  la metamorfosi della pi
profonda identit, il nostro trasmutarci in noi stessi; paradossalmente il nostro identificarci  il nostro
negarci, e perci la nostra identit  la diversit assoluta e attuale.
Quale destino  riserbato alla divinit? (forse il mistero della divinit  il mistero della vita, cio
della continuit) - la morte della divinit  la possibilit di una resurrezione? La religione della
resurrezione pu essere ancora resurrezione, pu ancora risorgere? Il conflitto culturale del nostro
tempo  il conflitto tra la societ e lo spirito. Oggi perfino il Cristianesimo sembra passare dalla parte
della societ, cio dalla parte della propria morte - la societ  una immortalit astratta, una immortalit
senza morte senza resurrezione - la societ bench ritenuta onnipotente non pu vivere di una vita come
la nostra, perch non pu concedersi la morte dalla quale non saprebbe risorgere. Gli universali astratti
hanno bisogno dellindividuo per morirvi, debbono incarnarsi nellindividuo, perch solo lindividuo
pu apprendere loro le vie della morte e le vie della resurrezione.
Lavvenire di Dio sar, come il suo passato, linfinito negarsi - ogni essere non pu vivere se
non morendo - lAmen della gloria non pu essere che una origine.
La coscienza del proprio negarsi, la riduzione della presenza al suo negarsi,  lunica coscienza
che abbiamo della nostra virt creatrice,  la coscienza del mondo delle cose, della diversit come
creatura della nostra negazione, cio del nostro "atto puro", che  appunto latto puro dellautonegarsi,
purificato dalla negazione.
Lautonomia non pu nascere che dallautonegazione.
Leco  lequivalente fonico dello specchio - egualmente vano; una affermazione senza
interpretazione n significato fuorch, unico significato, la mancanza di significato.
La morte  suprema perdizione e insieme suprema salvezza. La morte fa della vita una suprema,
sublime e tragica perdizione e la vita fa della morte la sua unica salvezza.
La vita  un al di qua che per essere deve essere un al di l; un attuale al di qua, che  un attuale
al di l. Lattualit  essa stessa un al di l - e lal di l non , pur essendo lunica possibilit dellessere
- l'al di l  un assurdo che rende possibile la ragione che a sua volta nega lassurdo.
La storia, la coscienza storica  fondata sui miti, la storia vive in quanto vivono i miti che
rendono possibile la convivenza umana; e insieme la storia divora, distrugge i suoi miti - la salvezza, la
redenzione della vita  nel suo integrale distacco da se stessa; la salvezza  la fede (fede che  pura
coscienza) nella sua negazione; la coscienza di non essere che il proprio negarsi.
Tutto  spettrale: le stagioni, il tempo, lo spazio, le citt, il medesimo, laltro e la vita. La sola
realt  la morte, negazione di ogni realt. Soltanto la morte non  spettrale; la coscienza rende spettrale
lessere nellatto in cui lo oggettiva.
Homo homini lupus si deve intendere nel senso che luomo  il lupo di se stesso - la vita quando
si prende sul serio, quando la coscienza della propria assolutezza si rende impossibile. Il lupo quando
divora se stesso  il salvatore.
Larte moderna corrisponde al desiderio, alla gioia di una lite detentrice di occulti poteri,
quando dimostra (o crede dimostrare) che la negazione dellarte  superiore allarte;  anche
artisticamente superiore allarte -  una vendetta contro larte classica come contro la societ classica,
la tradizione della individualit; la societ olimpica - anche la tarda antichit  una rivolta contro
lOlimpo - lincomparabile consacrazione olimpica del mondo - larte delle epoche classiche 
linstaurarsi dellOlimpo, della vita olimpica, lepoca dellambrosia, della immortalit che  al di l, al
di fuori, del sacrificio; forse una immortalit che  una immoralit.13
Ogni epoca che comincia (e forse anche ogni epoca che finisce)  consacrata da una
maledizione -  consacrata da una sconsacrazione; la sconsacrazione  anchessa un sacramento;  il
sacramento della maledizione di cui lintera epoca porta limpronta.
Anche lindividualit  una dissociazione del tempo; porta in s la sua maledizione - forse
anche la coscienza  una maledizione;  il sacramento della maledizione secondo lantico mito edenico;
ed essa  anche lunica consacrazione. I riti della consacrazione sono la consapevolezza di una intima
maledizione; si  consacrati dalla maledizione come dalla colpa.
Vi  in ogni vita singola, come nella storia dellumanit, un meraviglioso e unico momento
olimpico, che  il momento dellarte, un momento che  al di l della colpa, naturalmente innocente;
quando la coscienza  pura e limpida, cio quando la coscienza non  il senso di una colpa. Ma poi il
sentimento della colpa, il sentimento della maledizione, esige una espiazione, cio una consacrazione
della propria maledizione.
Ogni epoca comincia con una dissociazione che  la sua consacrazione - (gli inizi della civilt
dellera scientifica sono un esempio).
La vita  immortale in quanto diversit da s; limmortalit  la diversit - la vita 
essenzialmente diversit da s, come lindividuo come la stessa attualit. La diversit  il sintomo della
salvezza,  il sintomo dellimmortalit;  la presenza dellal di l; anzi  la presenza stessa come al di
l. La attualit  attualit della diversit - forse anche lesperienza dellannullamento  una esperienza
della diversit - la maledizione  la consacrazione dellannullamento.
Soltanto una oligarchia pu salvare la libert; pu salvare la democrazia dal suo progresso
naturale verso la tirannia.14 Anche lOlimpo  una oligarchia che salva il tempo dalla tirannia
delleternit, che salva la religione dalla tirannia del dio unico - forse anche salva la coscienza dalla
tirannia dellio. Lio  un esempio (o una imitazione) personale, nostra, privata, del Dio unico - la
divinit vuole essere privata, intima, diversa ma insieme pubblica, monoteista.
Il Dio unico pu essere diversit, pu tollerare la diversit?
La diversit nasce da una tragedia o  olimpica come la giovinezza? Il monoteismo nasce da
una tragedia della diversit, nasce dal deserto? Il deserto  la tragedia tipica, interiore ed esteriore. Il
Nilo era lOlimpo dellEgitto, del politeismo egiziano - il monoteismo nacque dal deserto dei Semiti.
Il genio  una infinitesima declinazione della linea retta - e va allinfinito con questa
declinazione - noi amiamo la nostra disperazione; ci disperiamo di doverci separare dalla disperazione
abituale e quotidiana - ci disperiamo di dovere poi inevitabilmente ritornare alla disperazione - anche la
scienza  il deserto di un monoteismo?
La democrazia  il deserto; ed  monoteista; leguaglianza  il deserto del monoteismo
democratico - le estreme civilt riproducono il deserto dei nomadi - tutti si pentono degli Olimpi della
civilt.
Noi siamo linfinita alterit e diversit di un mondo negativo. Il mondo negativo che siamo  in
quanto alterit - meditazione sul nostro essere il mondo negativo e la diversit creata da questa
negazione.
Roma, 6 novembre 1973
Quando il passato remoto diviene un futuro lucidissimo - ma  lucidissimo anche rimanendo un
passato - la conoscenza della negativit dellatto  lunico modo, lunica forma in cui  possibile la
conoscenza del soggetto;  lunica forma della soggettivit - non vi  pi una soggettivit olimpica; la
soggettivit  il sacrificio - la soggettivit immediata  la colpa,  il sacrilegio? Ma perch la
soggettivit deve essere sacra? Vi  una antitesi tra il sacro e il santo? Ma il sacrificio  sempre sacro.
Possiamo noi pervenire alla sacralit? Pervenire alla sacralit sarebbe appunto il sacrilegio? La santit 
una rinuncia alla sacralit? Ma la sacralit stessa  una rinuncia;  una negazione;  luniversalit della
rinuncia.
Il pensiero che  logica non pu vivere senza qualche incoerenza; lincoerenza  la vita del
pensiero, appunto perch la vita stessa  incoerente. Anche alla logica si perviene con una rinuncia; con
una rinuncia al logos; il logos stesso  una rinuncia a s.
Latto puro che  la colonna dellessere,  latto della propria negazione; latto puro non 
fondato o appoggiato su ci che non  lui stesso; non si appoggia sul passato o sul futuro; non ha un
fondamento, anzi  essenzialmente la negazione del fondamento. Per lo spirito, per il soggetto,
lautonomia  negazione. Il possesso del tempo, dellistante  la coscienza del tempo, cio dellistante
come puro negarsi - listante  la capitale dellimpero del tempo - la mobile, la fallace, la inconsistente
capitale, che  tutto; limpero  limagine, il riflesso di questa capitale; che  il ricordo di s e del suo
attuale futuro.
Gli Dei dellOlimpo morirono quando dovettero divenire sacri; gli Dei dellOlimpo vivevano
dei sacrifici che gli uomini, che i mortali offrivano loro; poi furono gli uomini che vissero del sacrificio
divino.15
La nostra sacralit  il sacrificio della sacralit; la sacralit  l'atto del sacrificio, del sacrificarsi;
non vi  una sacralit data, trascendente al sacrificio - anche lattualit  il suo sacrificio; luniversale
dellattualit  il suo sacrificio - la sacralit dellattualit  il suo sacrificarsi.
Il sacrificio dissacra e consacra la sacralit, dissacra e consacra la attualit. La attualit come la
sacralit non  che il suo sacrificarsi - la ideologia conosce il sacrificio? La ideologia  un nuovo
Olimpo a cui gli uomini devono sacrificarsi, perch essa non si sacrifichi. Anche la societ come tale
diviene un nuovo Olimpo, ignora la santit perch non sa, non pu, non deve sacrificarsi.
Listante  la capitale del tempo e quindi anche la capitale delleternit; il suo sacrificio
consacra il tempo.
La donna ama la casa, luomo ama il dominio,16 ama la terra; i limiti della terra, i limiti del
dominio sono gli orizzonti - la casa delluomo  la fortezza; linespugnabile centro che domina
lorizzonte - la casa fine a se stessa, abolisce se stessa.
La vita dellanima  la fedelt; luomo non pu amare due luoghi, due patrie - il viaggio  un
principio di immoralit, di infedelt - luomo non pu adorare due divinit. Eppure, la vita del pensiero
comincia con una infedelt; o con la ricerca di una impossibile fedelt, di un principio, di una identit -
il moto  una infedelt?
La negativit dellatto  la sua coscienza e perci  pura attualit. Il negarsi, il distruggersi
dellatto  allora la coscienza, cio la attualit, la metamorfosi del distruggersi del tempo;  il tempo
come attualit del suo distruggersi, cio come futuro - il distruggersi del tempo diviene latto puro,
diviene il possesso del tempo - noi, come sacrificio, possediamo il tempo - il tempo come sacrificio 
attualit; il tempo come sacrificio, come attualit, cio come coscienza del sacrificio, si possiede.
 assurdo imaginare un Dio unico, personale, solitario, munito di tutte le nostre umane qualit
(bont, amore, sapienza, giustizia, etc.) con la sola differenza che esse vengono trasposte allinfinito;
ma linfinito divora la qualit, la differenza, la personalit. Dio pu essere pensato come una attualit
che non pu vivere astrattamente solitaria e trascendente; ma una attualit come la nostra, che si
incarna nelle sue negazioni, in tutte le sue negazioni, in tutto il suo negarsi. Il Dio del Cristianesimo
non pu che essere un Dio, cio una attualit che si incarna nel proprio sacrificio - nella propria
radicale negazione - la negazione di s che individua la attualit - la attualit eterna perch radicale.
Abbiamo spesso ripetuto che tutti i misteri si trovano dalla parte della vita, dalla parte dellal di
qua, mentre la morte abolisce tutti i misteri; la sola sede dei misteri  la vita; la vita  un perpetuo al di
l, essa  lunico al di l - non si deve identificare la morte con lal di l, con lal di l della vita; al
contrario la vita  l'al di l della morte - la vita  attualmente la morte e lal di l della morte - la vita 
il mistero dellal di l, dellal di l della morte.
Autorevoli personaggi hanno definito lopera di Dante17 come unopera che conchiude un lungo
passato piuttosto che come unopera che dischiude un avvenire - ma il modo di evocare lavvenire 
appunto il modo con cui si celebra, si fonda o si inventa il passato; il passato  figlio della fantasia
come il futuro - il passato non  la regione della condanna; la condanna del passato sarebbe la condanna
del tempo, sostanza della nostra vita; e pertanto anche la condanna dellavvenire; anche lavvenire
passa, anche tanto invocato  destinato a divenire un passato. Chi descrive o celebra un passato  uno
storico e perci  gi lui stesso lavvenire - soltanto nel passato, con la compagnia della memoria
possiamo conoscere lessenza, lindividualit del tempo - lavvenire  un tempo astratto, senza
individualit - la memoria  lorgano della individualit - la memoria proviene dal mondo negativo che
essa tenta di redimere. Essa ha origini infernali; essa sale dallabisso; trasformandolo in luce - la
musica come il tempo  memoria di s.
Noi siamo differenza, differenza da noi? La differenza  una forma di infedelt? Il peccato
originale  la coscienza della colpa, la coscienza della infedelt; la coscienza pu essere ambigua? La
scienza tenta di redimere la infedelt della vita riducendola alla sua identit scientifica; alla espiazione
del sacrificio di s nella identit scientifica.
Portare alla luce un pensiero confuso e nascosto  come liberare unanima dal purgatorio.
E' necessaria una possente e quasi sovrumana fantasia per descrivere, intuire, conoscere e
riconoscere il presente; il presente, come la vita, non pu essere paragonato ad alcunch; solo la
fantasia pu definirlo, ma definirlo nei suoi termini fantastici. Chi ha saputo trasformare il presente in
una forma, dargli una individualit, chi ha saputo ricrearlo negandolo, chi ha trovato delle reti per
listante ha riconosciuto leternit; chi ha saputo essere il testimonio del suo tempo, della presenza,  e
rimane il testimonio della eternit. Listante  la vera e unica maschera delleternit, che dobbiamo
riconoscere sotto questa maschera. Non possiamo guardare leterno senza mediazioni, senza maschere;
listante, cio la presenza,  il limpido specchio della eternit.
La luce  il pi grande mistero il cui curioso destino  di rendere tutto evidente; essa fuga e
snida ovunque il mistero; e anche le ombre sembrano il riflesso della evidenza luminosa; sono una
creatura addomesticata; il mistero per la luce dovrebbe essere soltanto lopaco; e lopaco  per
definizione lassenza di mistero. Levidenza della luce pu essere quotidiana; il giorno  quotidiano; e
quotidiano  divenuto sinonimo di banale - la notte non  mai quotidiana;  piena di sonno, leredit
della stanchezza e della identit diurna; ma sa evocare i sogni, sa essere in comunicazione con gli
abissi, con gli inferi, con cui senza saperlo comunichiamo costantemente: noi siamo in origine labisso.
Le opere darte sono eterne; sono la pi bella forma della eternit; non vi  migliore alleanza
che quella tra leternit e la bellezza - ma lambiguit dellopera darte, lambiguit delleterno 
manifestata (ma pu lambiguit manifestarsi?) dal fatto che essa  sempre legata alleffimero, al
momentaneo - lopera darte  sempre legata al suo tempo, al momento, allepoca in cui  nata;
leternit artistica porta eternamente i caratteri delleffimero; porta eternamente i caratteri dellepoca
fugace, dellepoca defunta di cui  eterna imagine. Leternit, in quanto artistica,  la metamorfosi
delleffimero che porta eternamente i caratteri delleffimero; una metamorfosi che, divenendo eterna,
non distrugge leffimero, anzi lo potenzia, lo rivela, ne  lespressione, lo conserva, lo evoca; non vi 
altra eternit che quella delleffimero. Leffimero  il nido delleternit,  il nido della Fenice, che 
eterna perch si distrugge;  fiamma e luce nellatto del distruggersi -  eterna perch momentanea - 
una croce dei critici la necessit di dimostrare leternit dellarte, cos ambigua, perch cos legata al
momento, cos fugace e cos mortale. Larte  una metamorfosi della fugacit e della morte; ma non
uccide questa morte, anzi la perpetua - salva la morte - ma perch la metamorfosi della morte  arte, 
bellezza,  salvezza mediante la bellezza e non piuttosto pura e terribile conoscenza o adorazione
mistica della trascendenza? Larte  la apparizione della diversit, della qualit;  il mistero della
diversit come assoluta pur essendo assoluta relativit (come il tempo). Larte  la ambiguit, cio la
diversit dellassoluto, e lassoluto come diversit, cio come imagine, perch la imagine  ambigua, 
effimera ed eterna - limagine  ambigua come leterno, e insieme  ambigua come leffimero;  la
ambiguit del verbo transitivo. Pu essere ambigua anche la fedelt? La fedelt  la fede e la fede 
negativa;  la negazione latto del negarsi in cui  la origine e la fine del diverso.
Per quanto vaste e prolungate nel tempo siano le conseguenze, esse non potranno mai esaurire
loriginalit della causa, loriginalit dellorigine - che continua a splendere di luce propria sul
tempestoso fiume delle conseguenze - lorigine, la causa  individua.
Noi siamo un altro e questo altro  linfinito, luniversale negarci che ci identifica - lassoluta
attualit  la suprema trascendenza - dobbiamo dedurre tutto lessere dallassoluto negarsi, perch la
attualit, che  tutto,  lassoluto negarsi. Lattualit, essendo immanente nella sua negazione rende
trascendente questa negazione, cos come la negazione, essendo immanente nella attualit, rende la
attualit trascendente.
Il suicidio e la suprema definizione del tempo, della vita, dellassoluto e della divinit. Il
suicidio  la premessa della resurrezione e sopravvive nella resurrezione;  un marchio indelebile nella
resurrezione, ne  la essenza... e la resurrezione  la sopravvivenza del suicidio,  la possibilit della
eternit del suicidio - la vita  un permanente suicidio e da esso emanano tutti i ricordi, tutte le memorie
strettamente congiunte alla morte - la memoria  una vita e una diversit come coscienza della morte.
Soltanto la vita pu aver coscienza della morte, ma senza la coscienza della morte, la vita non
pu avere coscienza di se stessa. La vita ha coscienza di s soltanto mediante la coscienza della morte;
la coscienza della morte  il suo principio di individuazione - la memoria  coscienza della morte
attuale; la coscienza  memoria in quanto coscienza del suo nulla (e il tempo non  che memoria) - la
memoria  la nostalgia di una suprema purezza?
Una classe corrotta e ipocrita come quella che attualmente si ritiene dirigente (corrotta perch
falsa, perch indicibilmente stupida e incoerente) non pu fare niente di meglio che designare i propri
successori perseguitandoli - la persecuzione  sempre una trasmissione di poteri - la sola forma di
trasmissione di potere, la sola consacrazione: il sacramento della incoronazione.
Il genio, ancor pi della intelligenza,  una abitudine, una abitudine divenuta involontaria e
forse anche incosciente e pericolosa a s e agli altri.
E' difficile credere in un Dio personale, solitario e unico; in tal caso, supposto che sia un caso,
Egli non pu agire con la sua onnipotenza, che contro se stesso; cio non pu che distruggersi; come
difatti avvenne (secondo il mito cristiano).18
Ma comunque, il pensiero non pu non postulare una origine; e questa origine non pu essere
che la attualit, la attuale attualit. Quindi la origine  una attuale distruzione; lattualit del
distruggersi; lattualit del distruggersi della origine.
E' evidente che il tempo, la vita, la attualit sono un attuale e perenne distruggersi; e insieme 
evidente che noi esistiamo - dobbiamo, dunque, concludere che il distruggersi e lesistenza coincidono,
che il distruggersi  il solo modo di esistere, che il distruggersi crea lesistenza (se il distruggersi esiste,
esso  il creatore dellesistere, dellessere) - e questa evidenza, questa constatazione  una fede;19 noi
esistiamo per fede, per fede nel nostro distruggerci (che  la nostra coscienza) - esistiamo in quanto
abbiamo fede nella nostra coscienza che lo afferma; e la coscienza  appunto la attualit del nostro
distruggerci. Il nostro dio, e cio la nostra fede,  luniversale e infinito negarsi; per esser certi
(consapevoli) di esistere, dobbiamo aver fede, appoggiarci nel modo della fede al nostro infinito
insondabile distruggerci - noi esistenti siamo i figli dellabisso?
Anche le cose testimoniano il nostro annullamento; e la rappresentazione  la nostra luminosa
rivincita; la trasformazione della sconfitta, dellannullamento, nel pi straordinario dei trionfi, nella
visione assoluta, nellassoluto della diversit, senza termine di confronto.
Dobbiamo abolire il rimorso (cio il passato), dobbiamo abolire la angoscia (cio il futuro) e
credere soltanto nel presente, nella eternit del presente - nel monoteismo del presente - il tempo (cio
noi) non pu avere altro dio, altro sole, che il presente. Il presente  lincontro delleternit e del tempo;
 il manifestarsi delleternit mediante il tempo, mediante il proprio sacrifcio; il tempo  sinonimo di
distruzione, di morte, pur essendo lessenza della vita. La presenza  la colonna che sostiene luniverso
del tempo, lasse attorno a cui esso gira, ma quando  coscienza di s, cio sacrificio di s, il presente
(cio Dio)  affermazione di s cio abolizione di s. Dio non pu manifestarsi, affermarsi altrimenti
che negandosi nel supremo sacrificio di s - il monoteismo del sacrificio - il tempo  il sempre attuale
sacrificio della Presenza, di Dio; ma il Tempo non pu essere conosciuto obiettivamente;
obiettivamente esso  nulla; esso  soltanto il modo con cui la presenza si presenta; il velo con cui Dio
(la presenza) si manifesta; il divino inganno - niente  pi bello, niente  pi profondamente vero di
questo inganno - la Parola di Dio, la parola del presente,  anchessa tempo come latto. La parola si fa
inganno quando lascia le rive della pura presenza per farsi discorso; come il fiume quando abbandona
la sorgente eterna - ma linganno del discorso della parola (il discorso tradisce la parola?)  un inganno
sublime;  linganno con cui lassoluto manifesta la sua verit - la verit della presenza, la verit del
sole, la luce  lilluminarsi, cio la attualit dellatto del negarsi - la presenza non pu essere un dato -
la attualit si possiede, la presenza si possiede, quando attualit e presenza sono attualit e presenza del
proprio negarsi - non vi  altro modo n per gli Dei, n per gli uomini di possedersi, cio di conoscersi
che il negarsi: lunica forma della conoscenza.
Noi siamo il ritratto della nostra et personale che  simile per tutti;  eguale per tutti come una
tragica giustizia - siamo il ritratto e lespressione della et che passa (con noi) e attraverso essa e le sue
forme si pu riconoscere come un naufrago la nostra individualit; che si fa largo attraverso le linee del
tempo come una protesta di qualcosa di intemporale, perpetua vittima, nelle ragnatele del tempo, di un
oscuro mostro - la tela del ragno  la predestinazione.
Ogni espressione deve creare qualcosa che sia l'al di l della espressione - lespressione stessa 
questo al di l - cos la memoria crea sentimenti che sono al di l della memoria; figli del tempo che
sono al di l del tempo - la memoria pu ricordare qualche immortalit; pu ricordare i suoi incontri
con limmortalit - la espressione varrebbe assai poco se non esprimesse linesprimibile, che viene
evocato dalla espressione, ma rimane tanto pi inesprimibile quanto pi espresso; cos la memoria
ricorda limmemorabile, lirraggiungibile, che diviene il soggetto e non pi loggetto della memoria. Il
soggetto  sempre lirraggiungibile - il soggetto  la diversit da s; la espressione  la espressione di
ci che  diverso in s, senza confronto e perci  diverso dalla espressione; cos la memoria ricorda
una sua diversit assoluta - pu essere diversa da s.
La vera continuit  la continuit e la identit tra latto e il togliersi; la sola identit che 
insieme diversit, che pu essere togliersi, la sola identit che pu essere continuit; ma non la
continuit regolata dai nostri cronometri, n da quelli del sole e delle stelle. Vi  una continuit
misteriosa che ci trasporta, ma forse che ogni continuit non  misteriosa? La continuit  la vita stessa
ed  misteriosa, cio identica e diversa come la vita.
Perch cercare il mistero in seno ai lontani misteri, quando  pi vicino a noi di noi stessi?
Forse  troppo vicino; dobbiamo creare una distanza tra noi e il mistero - il mistero della memoria 
forse che in essa abbiamo lunico organo a nostra disposizione per conoscere il presente - lunica
conoscenza degna di questo nome e che continuamente ci sfugge.
Soltanto la soggettivit negativa pu essere una soggettivit universale, la soggettivit unica di
tutti; la coscienza di ciascuno - la soggettivit immediata non pu volere che la affermazione, la
oggettivit dellindividuo - la sola universalit  la mediazione, cio la negativit.
Tutti gli ostacoli che la vita pone a se stessa per pervenire a se stessa - il lavoro  questo
ostacolo; forse anche il lavoro si pu considerare una prova iniziatica, un sacrificio in cui la vita si
spende, in cui la vita si nega.
Il circuito elettrico: lenergia di un polo per raggiungersi e spegnersi nellaltro polo, per amore
dellaltro polo, ripae ulterioris amore, deve superare tremende prove iniziatiche; illuminare intere citt,
trascinare a velocit folli pesantissimi convogli, operare sollevamenti, trasportare lungo tutta la terra le
nostre voci imponderabili e le fugaci imagini.
Il verbo  il padrone e il servitore del nostro pensiero; il pensiero nasce dal verbo e il verbo dal
pensiero; il verbo  la origine e la conclusione, la conseguenza del pensiero.
Nella vertiginosa superiorit dello spirito puro, della mente gratuita, si nasconde nella stessa
trasparenza dello splendore un senso oscuro di colpa, una mancanza di giustificazione. Anche la
divinit  un senso oscuro di colpa, un bisogno di giustificazione e la ricerca di una espiazione; la
divinit  espiazione.
I ricordi sono i pi fallaci dei nostri sogni - e insieme sono un ordine di verit di cui sentiamo la
superiorit a noi stessi.
Larte moderna contesta continuamente il nostro dialogo con la nostra fantasia, contesta la
nostra fantasia con la sua astrazione.
Noi ci dimentichiamo continuamente del presente; la nostra vita  velata da questo oscuro oblio
che ci obnubila portando su di noi le ombre del rimorso e della colpa (il passato) e le ombre del futuro
(le angosce); il presente, il puro presente senza elementi estranei, il presente come pura luce,  la
divinit stessa. Rari sono gli uomini a cui  dato vedere la luce del presente; visione da cui poi
rimangono accecati; accecati per tutto il resto; con quella cecit essi hanno acquistato la seconda vista.
Una comunit religiosa, quando  pura di elementi estranei, si raduna per commemorare o per evocare,
dagli abissi delloblio quotidiano, la Presenza, lunica presenza che siamo, in cui siamo e viviamo; la
Presenza a cui siamo generalmente incapaci di guardare, a cui siamo incapaci di volgerci - la nostra vita
abituale  una perpetua fuga dalla presenza, in tutte le direzioni; la nostra vita  essenzialmente
centrifuga; il momento religioso, filosofico o artistico  centripeto,  un ritorno alla presenza - la
presenza  il sacrificio del tempo,  il sacrificio del passato,  il sacrificio del futuro,  il sacrificio di
ogni fondamento,  la purezza eterna del sacrifico. Noi ci neghiamo sacrificando il nostro passato e il
nostro futuro; e perci questo sacrificio, questa negazione  la affermazione della presenza - la presenza
si ricorda di noi, se noi non la dimentichiamo - la divinit  la presenza; pertanto anche la nostra
presenza; ed  il sacrificio della nostra presenza che si sacrifica, che si nega nelle forme del passato e
del futuro. Con questa negazione la presenza acquista coscienza della sua trascendenza - riconoscere
leterna attualit nel nostro negarci - la coscienza del nostro nulla  una evocazione della nostra
attualit -  una evocazione della divinit.
La Presenza  la pura attualit del sacrificio -  la pura universale attualit della negazione.
Le opere che creiamo, i pensieri che pensiamo, gli Dei che evochiamo, anchessi sono nostre
creature, le societ che istituiamo sono forme della nostra immortalit, valgono assai pi di noi,
divengono nostri padroni. Sappiamo che la nostra immortalit  impossibile e assurda; ma chi pu
rinunciare alla propria immortalit, alle forme della propria immortalit? Noi siamo schiavi della nostra
impossibile immortalit, siamo schiavi delle nostre idee, le nostre creature che tanto ci somigliano - che
vi  di pi antropomorfo di una idea astratta?
Prima di morire noi abbandoniamo sulla terra il mantello della nostra immortalit, se abbiamo
saputo tesserlo durante la nostra vita, con pazienti fili preziosi e adornarlo di gemme - abbandoniamo
sulla terra la nostra immortalit perch taluno la erediti - noi ce ne andiamo privi di quel mantello,
verso le tenebre assolute, in compagnia della squallida morte.
Limmortalit, qualche immortalit, anche se noi la creiamo, attira a s ogni virt di
sopravvivenza, ogni lume di eternit e ne lascia del tutto privi noi che la abbiamo educata e cresciuta.
Se noi vediamo illuminarsi in qualche grande opera una luce di immortalit, non pensiamo pi n alla
nostra vana immortalit personale, n alla nostra morte - limmortalit non salva, ma divora la nostra
vita.
Vi  qualcosa nelluniverso che possa corrispondere alla profondit della nostra vita? Che  la
profondit spaziale in confronto alla nostra profondit spirituale, se non un vuoto in fuga verso
linfinito? Forse la nostra spiritualit  la sola forma dellessere appunto perch essa  un negarsi - e
anche luniverso  lassoluto negarsi; noi siamo la prova che il solo modo dellessere  il negarsi,
perch il solo modo dellessere  la coscienza (la nostra immortalit  linfinito negarsi dellessere e
delluniverso) - la coscienza del nostro nulla  la nostra libert, la nostra liberazione da noi stessi - Dio
cio lessere  la nostra e la sua rinuncia.
Ogni immortalit vuole avere un nome, usurpa un nome, simbolo di un soggetto; mentre
lumano portatore di quel nome si perde, si allontana nelle tenebre - il perdersi dellumano e mortale
autore di una immortalit  la condizione, la premessa della immortalit sempre presente e sempre
postuma.
Dio  la Presenza, la presenza, la attualit universale che  anche la nostra presenza - non
occorre cercare Dio molto lontano,  la nostra stessa presenza, il sommo mistero e la somma chiarezza
della nostra presenza - non vi  maggior mistero della nostra coscienza, non vi  maggiore
inconoscibilit che la coscienza - non vi  maggior trascendenza che la nostra soggettivit.
Noi creiamo tutto con la nostra memoria, latto  insieme attualit e memoria; e la memoria  la
presenza stessa,  la coscienza che la presenza ha di s mediante il suo negarsi che  il tempo; e il
negarsi della presenza, la coscienza che la presenza ha ed  del suo nulla;  lattuale sacrificio della
presenza, che  la sua eternit - non vi  assoluto che non sia il sacrificatore di se stesso, il grande
sacerdote - il sacro  sempre sacrificio.
Perch il divieto di conoscere  adombrato nei miti immemoriali dei popoli? Il divieto di
conoscere riguarda non gli oggetti astrattamente obiettivi, ma i viventi, gli individui viventi, le anime, i
luoghi edenici. Il tentativo di conoscere il soggetto, di conoscere la conoscenza, lindividualit, la
divinit,  sempre punito dal fulmine celeste o dalle rivendicazioni, o dagli inferi - tentativo di
conoscere che si perpetua come gloria e come colpa, come supremazia e maledizione - il mito di Edipo
che conobbe la madre, la divinit della madre - e divenne cieco; cecit della conoscenza. Adamo ed
Eva distrussero lEden nel tentativo di conoscerlo mangiando, possedendo il suo frutto, il frutto
supremo dellEden, del Paradiso, dellanimo, della mente; Orfeo, nel tentativo di guardare Euridice, la
perdette; e cos si sarebbero perduti i compagni di Ulisse se avessero "conosciuto" le Sirene.
Possiamo conoscere limagine? - limagine  conoscenza di noi? La conoscenza  la creazione
di una forma, di una figura e pertanto  una trasfigurazione - trasfigurazione e cio metamorfosi - la
coscienza  un sacrificio, perch  un annientamento, una coscienza del nulla.
La coscienza  la attualit, la divinit del sacrificio e perci  la redenzione della colpa, della
colpa del conoscere - la conoscenza, per salvarsi, deve essere conoscenza del proprio negarsi; la
vendetta appartiene a noi stessi? La colpa dellEden  stata espiata da un sacrificio - il divieto di
conoscere  la impossibilit della coscienza immediata, della conoscenza diretta del soggetto e della
coscienza stessa, della diversit e della divinit - il tentativo della conoscenza diviene la creazione di un
inconoscibile, di una trascendenza.
Il mutamento dei tempi e delle prospettive umane si ha nellepoca dei filosofi greci, che
fiduciosamente ignorano o dimenticano il divieto di conoscere; per loracolo di Delfi la conoscenza non
 pi una colpa, ma un dovere: conosci te stesso! Forse una sottile insidia di un demone astuto? Oggi
sappiamo che il consiglio era ineseguibile (e mortale).
Se possiamo conoscere soltanto ci che  obiettivo, come possiamo conoscere la nostra
presenza, come possiamo conoscere larte? Conosciamo larte come trasfigurazione della nostra
distruzione, come trasfigurazione del tempo, quindi come trasfigurazione del nostro sacrificio - la
trasfigurazione dellorrore mortale, della fiamma,  la luce - la trasfigurazione del tempo, che  la
presenza della morte in noi,  la musica, la imagine musicale - la imagine  la forma come negazione -
o meglio la attualit della propria negazione; cio anche essa  un mistero, un mistero religioso di
morte e attualit (cio resurrezione attuale); ora i misteri religiosi, appunto perch tali, appunto perch
sintetici, sono anche da un punto di vista umano, ambigui; limagine  sempre ambigua - lambiguit 
laspetto umano o anche laspetto pauroso, spettrale del mistero - ma dalla parte del mistero lambiguit
diviene una gloria, diviene una sintesi, la forma divina dellunit, come la musica.20
Che  conoscere? Conoscere  conoscere, cio essere la negativit dellatto, essere attualmente
la negativit dellatto - e questa coscienza, cio questa attualit,  rappresentazione, cio
ri-presentazione dellatto, ri-presentazione della presenza stessa come presenza della sua negazione,
quindi come diversit - la conoscenza  negazione;  attualit (presenza) e negazione, cio attualit,
presenza, della negazione - la conoscenza  la presenza (la attualit) come presenza della sua negazione
- e perci  la attualit (la presenza) come diversit, la diversit conosciuta nellatto in cui viene negata,
cio creata;  conosciuta perch creata dalla negazione; cio si conosce perch si crea con la sua
negazione - perch si crea negandosi. Latto del negarsi  la conoscenza, conoscenza della diversit
nellatto del suo identificarsi al nulla, nellatto del negare la sua diversit - latto del negarsi  la
conoscenza dellatto, il conoscersi dellatto negandosi, che  appunto il conoscere latto come diversit
assoluta. Pertanto il divieto di conoscere  il conoscersi stesso come divieto - ed  la conoscenza tragica
che nasce dal riconoscersi come divieto, dal riconoscere la conoscenza come negazione. Dio si
riconobbe come Dio, come assoluto, e come uomo, soltanto sulla croce - Orfeo  la conoscenza tragica
quando Euridice svanisce tornando agli inferi? Orfeo si afferma come tale, soltanto quando il suo
sguardo vanifica la sua Euridice? La conoscenza  una separazione - come potremmo conoscere senza
negare, cio senza separare noi da noi stessi, cio noi dal tutto? - (separare noi dal tutto che siamo,
separare il tutto da se stesso - il tutto (noi) come assoluto Altro). Lohengrin si afferma dileguando;
Adamo ed Eva si affermano, creano lumanit dopo aver conosciuto, cio negato lEden. Il divieto di
conoscere  la conoscenza stessa,  la coscienza (soggetto e autrice del divieto) della propria negativit
- il momento in cui la conoscenza  attualit e conosce la sua attualit e diversit.
Adamo ed Eva, mangiando la mela fatale, il frutto supremo dellEden, il frutto della
conoscenza, conobbero lEden nellatto stesso in cui lo distrussero - il divieto di conoscere  la
conoscenza del divieto, la conoscenza (la attualit) della conoscenza come negazione, come
distruzione, come negazione dellessere.
Linvocazione di Dio  la invocazione della Presenza, della pura e purificatrice presenza che
abolisce ogni altra realt (e perci  la universale creazione).
Quale  lorigine della imagine?21 Limmagine  sempre antropomorfa anche nella pi semplice
sensazione - la diversit  insieme diversit e individualit; ogni diversit  intensamente individuale, la
diversit  un principio di individuazione - limagine  la diversit dellatto come attualit del suo
negarsi; e latto si individua in quanto latto come diversit  la attualit della diversit, che  la pura
diversit.
Limagine conoscendosi si distrugge - conoscendosi come pura imagine senza riferimento al
suo oggetto, limagine svanisce - vi pu essere una conoscenza mediante la imagine - anche la
sensazione che  la diversit assoluta  riferimento allaltro, a qualcosa che la trascende - la
trascendenza della diversit della sensazione,  la attualit stessa,  il misterioso altro - la sensazione
pu trovare in s una trascendenza?
Limagine e lidolatria. Nellantico medioevo, come forse presso gli antichi popoli che non
conoscevano la storia e non ne erano conosciuti, limagine era sacra perch si riferiva a una realt
sacra, a una entit sacra e vivente - cio limagine era transitiva; limagine transitiva della divinit pu
essere considerata idolatria? Essa era giustificata dal suo oggetto - limagine puramente artistica ed
estetica derivata dallimagine sacra  fine a se stessa, ha distrutto e sostituito il suo oggetto e non  la
via per conoscere loggetto sacro, la divinit che esiste indipendentemente dalla nostra imagine.
Limagine artistica adora se stessa, ha un valore in se stessa,  condannata col suo progresso a non
riferirsi ad alcunch, ad abolire il suo fondamento, a ricercare la diversit sacra nella propria identit -
la imagine and incontro alla propria libert e con ci alla propria distruzione, alla propria sterilit. La
imagine non pi fecondata dal sacro volle essere partenogenesi, cio anche la societ dissacrandosi nel
nome della libert  divenuta fine a se stessa, non si riferisce pi a valori sacri, ed  perci oggi una
orrida prigione e un deserto.
LAltro ispirava limagine, la rendeva sicura di s - forse il compito della filosofia  di
riconsacrare lindividuo rendendolo consapevole della sua trascendenza, della sua alterit - ma nella
trascendenza e nella alterit non vi  pi il "suo", non vi  pi propriet. Limagine artistica volendo
conoscere il proprio nome, volendosi conoscere come la sola imagine, si  distrutta? Anche lindividuo,
divenuto autocosciente, si  distrutto. Lindividuo, il cui nome corrente  uno pseudonimo, volendo
conoscere il proprio nome, violando il sacro divieto, si  distrutto con la sua autocoscienza - limagine
pu essere autocosciente,  una creatura della nostra autocoscienza, cio del nostro autodistruggerci?
Ambivalenza dellidea di semplicit: la semplicit, per conoscersi come tale, deve separarsi,
divenire complessit e opposizione, cio coscienza - e lideale, lo scopo della coscienza,  il ritrovare la
semplicit, la trascendenza e limmanenza dellUno.
Come lindividuo, limagine si consacra, si ritiene la sola divinit (l"artista" romantico) proprio
nelle epoche in cui tutto viene dissacrato - e con ci si consacra alla propria distruzione.
Alcuni uomini religiosi, cio gli iconoclasti, ritennero che la imagine fosse una sconsacrazione
della divinit, cio non fosse degna di rappresentarsi, di riferirsi alla divinit perch troppo umana,
perch la imagine non era degna di avvicinarsi allassoluto divino; mentre noi oggi riteniamo che
limagine vale per se stessa,  essa stessa la divinit e la divinit inesistente o sconsacrata dalla
razionalit  un elemento estraneo, che pu soltanto turbare la purezza, la bellezza della imagine -
bellezza  un termine medio tra sacro e profano, anche essa  ambigua come limagine e ha due volti -
ma la divinit pu essere ambigua? - forse la ambiguit  il lato umano della divinit. Nellera della
dissacrazione, mentre luniverso diventava scientifico e laico, limagine diventava estetica e profana,
cercando la salvezza nella sua ambiguit, che alla fine la trad - che pu fare la ambiguit se non
tradire? Quale sar il destino delluniverso scientifico, quale sar il destino della societ laica e
dissacrata, quale sar il destino della imagine? La societ tenta salvarsi nella ideologia,22 che  una
imitazione diabolica della sacralit; luniverso si annulla nellinfinito, limagine si annulla nella
autocoscienza, nella conoscenza - e quale sar il destino dellassoluto? Lassoluto  il supremo
pericolo; il nostro rapporto con lassoluto  quello della farfalla con la fiamma - ma quale sar il
destino della vita cos relativa, senza il suo sposo segreto, senza lassoluto che la fecondava?
Lassoluto, lo sposo che non doveva mai rivelare il suo nome, oggi  presente soltanto nella sua
mancanza, nella sua assenza; e ora appunto, con le ideologie astratte, con le astrazioni dellintelletto, si
tenta di rievocarlo.
Anche lamore fisiologico ricerca nel puro atto se stesso, il suo nome perci muore quando ha
raggiunta la sua rivelazione. Euridice e Lohengrin scompaiono del tutto, senza direzione - verso il
Graal o verso gli Inferi. Langoscia  una delle forme con cui conosciamo il tempo; un nostro modo di
individuare il tempo; forse perch  il modo con cui individuiamo, riconosciamo la morte, la morte in
noi e nel tempo; il tempo  laraldo della morte.
Anche alla fine della civilt antica fu restaurata la sacralit, potenziata dalla esperienza,
dallautocoscienza scientifica, dal tramonto degli Dei - paradossalmente la sacralit risorge quando gli
Dei tramontano. Gli dei risorgono, ma pi tristi, pi vecchi, con tutta la tristezza del ricordo e della
esperienza - gli Dei cedono le loro sedi alla sacralit senza nome, anonima, dellassoluto? La sacralit
fatalmente ricrea delle imagini, si ripresenta come imagine; lassoluto si innamora delle imagini, delle
Sirene e si perde nel gran mare del nulla, perch non vi sono cere per le sue orecchie. Le civilt
decadenti, rifugiate nei simboli che rendono loro sopportabile la realt, maschere supreme della realt,
cercano di dare un nome allassoluto adorandolo nelle imagini, coniugandolo alle imagini - ma
allassoluto non si pu chiedere il suo nome, allassoluto la coscienza non pu chiedere di identificarsi:
scire nefas - tu ne quaesieris, scire nefas... lassoluto  assoluta diversit; quale  il rapporto tra la
coscienza e la diversit?
Ma la imagine  appunto il gioco ambiguo tra identit e diversit; anche il nome dellimagine 
"laltro", il nome della imagine della identificazione  lAltro; lassoluto  lidentificazione?
Lidentificarsi che, essendo atto,  diversit;  immanenza e trascendenza.
Ma a noi viventi e mortali (essenziale paradosso), oggi immersi nel nostro tragico tempo, non
rimane che lascetismo dellannullamento, la coscienza della identit di negazione e coscienza,
labolizione, la rinuncia alle imagini; che devono essere abolite luna dopo laltra per la riconquista
dellassoluto; perch senza lassoluto la vita  impossibile - le imagini sono le Sirene della vita che ci
seduce; le seduzioni della vita distruggono la vita, la rendono invivibile - la vita  possibile,  salvezza
solo a chi ha rinunciato a essa - la vita, come lassoluto,  insieme salvezza e perdizione;  insieme
assoluto e morte.
Storia dellestetica; il progresso della imagine della sacralit, della ingenuit sacrale, alla
autocoscienza, cio alla perdizione.
La Semplicit  il nome dellassoluto e insieme  lattributo poco lusinghiero con cui definiamo
uno sciocco.
La Musa Clio suona la sua lira, melodiosa come la memoria, assisa su una spaventevole
montagna di cadaveri - essa tenta di evocare, dai defunti dei secoli defunti, delle figure pi viventi di
quelle di noi attuali.
Labolizione delle imagini che ci congiungono alla vita, la rinuncia totale  il nostro equilibrio,
 il capovolgimento dellordine delle cose che si instaura -  la riconquista del tempo; la sua perpetua
fine che diviene il suo inizio e viceversa. Noi neghiamo che l'assoluto sia o abbia una imagine, una
imagine intenzionale; la sua imagine deve essere la spontanea trasfigurazione della negazione di s.
Quale pu essere la imagine dellassoluto? La imagine pu essere assoluta e lassoluto pu
essere una imagine? La diversit attuale pu essere considerata come la imagine dellassoluto?
Anche per lassoluto limagine  la sua attualit, la sua vitalit nelle forme della sua negazione -
la imagine  la diversit assoluta attuale della sua identit - la diversit della identit dellassoluto.
Perch la idea di una bellezza di forme e imagini di pura idolatria doveva sorgere in un universo
progressivamente dissacrato e disumanizzato? Perch le imagini di un assoluto dissacrato?
Lassoluto, come la morte, respinge ogni imagine - lassoluto  cieco? - ma in quanto 
negazione di s, appunto perch nega ogni imagine,  negazione di s, lassoluto  diversit, quindi
nuovamente imagine e rappresentazione, perch  divenuto diversit. Limagine, la rappresentazione
sono giustificate perch sono la diversit dellassoluto; sono giustificate dalla propria negazione, dal
proprio paradiso - quindi ogni imagine  giustificata dalla propria iconoclastia? La vera imagine, come
la nostra rappresentazione visiva o auditiva,  la attualit di una iconoclastia? Perch nei monasteri,
nelle abbazie, nel senso e nel culto della sacralit rinacque larte, rinacque il tempo? Il culto
dellassoluto, mediante la liturgia della negazione,  resurrezione - la resurrezione  la nuova imagine,
limagine  sempre nuova, la resurrezione  lorigine, la sorgente del tempo - la attualit riconsacra
tutto ci che il suo negarsi ha dissacrato?
Ma noi abbiamo il terrore di ritornare nei luoghi che abbiamo avuto terrore di lasciare - noi
coltiviamo il terrore. Limagine  la trasfigurazione della negazione; la trasfigurazione spontanea della
negazione in quanto lassoluto conosce la sua diversit, conosce la sua infinita alterit,  laltro da s.
Lassoluto si trasfigura in quanto si nega, in quanto si giustifica, la giustificazione  trasfigurazione.
Il tempo, cio il nostro negarci,  la giustificazione della attualit e perci la trasfigurazione
della attualit; il tempo come nostro negarci  il sacrificio e il sacrificio giustifica limagine, lidea, la
parola, il Verbo.
Limagine (la parola, etc.)  limagine del proprio sacrificio -  la attualit del sacrificio -
riconquistiamo il tempo, lo riconosciamo come la nostra essenza, quando lo riconosciamo come il
nostro sacrificio - la memoria  limagine che nasce da questo sacrificio,  la coscienza, cio la
trascendenza del sacrificio -  la alterit del sacrificio: la memoria  la diversit, che nasce dalla
identificazione nella negazione, nel sacrificio.
La assoluta iconoclastia comporterebbe anche labolizione della parola, del discorso, etc. -
pertanto non si pu considerare la imagine come una colpa; la imagine  una purificazione, una
giustificazione dellatto; come la memoria - la imagine  appunto la attualit di una giustificazione, di
un sacrificio; pi che di una Sirena che canta per ricondurci ai gorghi della perdizione, al fluttuare
dellessere, limagine  forse la attualit, la presenza di una negazione radicale; la trasfigurazione di
una negazione, del nostro esser negati - come la rappresentazione visiva, uditiva, etc.
Limagine  la soggettivit della coscienza del nulla;23 limagine, questo  il suo paradosso, non
pu mai essere oggettivata - ma che altro sono gli oggetti se non imagini? - sono imagini della loro,
cio nostra negazione -  soltanto nella assoluta negazione, come nel fondo nel centro di un labirinto
senza uscita, che ritroviamo limagine, la salvezza, la parola.24
Forse le imagini, come larte, vivono di vita propria; hanno un proprio destino; una propria
storia. Si riproduce in esse quello che accade nella nostra vita, nella nostra storia - la giovinezza tanto
luminosa  la parte pi oscura, pi impenetrabile, pi inesplicabile della vita, di eguale mistero, di
eguale oscurit rifulge la divina ieratica maestosa giovinezza delle arti - nella vecchiaia  la sterilit
apportata al tempo dallautocoscienza, cio dalla conoscenza - noi siamo la storia del tempo - anche il
tempo ha una storia perch ha una individualit, una nascita e una morte - la nostra vita col suo cielo e
il suo destino  la storia del tempo; anche il tempo ha un destino cos come ha una origine; anche il
destino ha una origine e un destino. Le imagini trasmigrano dalla sacralit pi antica, che pu anche
trascurare o ignorare la bellezza, alla profanit della bellezza, cio a una idolatria che pu anche
ignorare la sacralit - la sacralit pi antica pu ignorare la forma? - la bellezza pu ignorare la sacralit
e il sacrificio? - unopera darte come la vedono gli esteti, i sacerdoti della bellezza dissacrata, pu
essere la attualit di una fede, di un sacrificio? - pu essere la attualit di una rinuncia? - pu essere
perfetta iconoclastia essendo perfetta idolatria? Eppure, limagine artistica aspira a divenire limagine
(la diversit) dellassoluto; Mallarm  stato una gloria di questa aspirazione e insieme una vittima di
essa - ma se pu sembrare assurdo di voler rappresentare, esprimere lassoluto nelle forme del relativo,
come si pu rappresentare lassoluto nelle forme dellassoluto? Le forme dellassoluto con cui si pu
rappresentare lassoluto sono le forme negative, sono le forme dellatto del negarsi - ma anche nella
imagine che chiameremo profana idolatra estetica vi  la assolutezza - relativit del negativo, la
negativit delle forme che rendono relativo il tutto; e nella sua relativit (nella sua negativit) il tutto
ritrova la sua assolutezza rinnovata come altro, come diversit, appunto perch il suo negarsi  il suo
conoscersi; ritrova la sua assolutezza come coscienza, coin diversit.
La sacralit  la infinita diversit, linfinito altro, o la infinita identit del negativo?
Indubbiamente vi  una sacralit nella diversit come nella identit. Vi pu essere la pura bellezza nelle
opere darte primitive interamente dedicate alla sacralit, che in tali casi pu essere anche esteriorit,
cio diversit data, esistente per s, come pure vi pu essere una sacralit nella diversit interiore della
imagine puramente estetica, oggetto di culto idolatrico; perch la imagine  adorata per se stessa - il
destino della imagine, che si svolge nella inconcepibile (perch al di l dei nostri concetti) diversit
della vita, del tempo, della storia e del destino stesso, ha un eguale ritmo di perpetua creazione
mediante la negazione; mediante la ambiguit della forma che  limite, ma insieme interiore infinit,
che definendo e identificando crea la diversit, che, rendendo lassoluto del tutto relativo o effimero, lo
ricrea con questa negazione - una eternit consapevole, perch consapevole della propria presenza. Ma
come avviene la trasmutazione, lo sviluppo dellarte, se il ritmo della sua creazione  il medesimo?
Larte  come la coscienza: memoria - e la memoria  mutazione come la storia, mutazione
perch con il ritmo della negazione creativa (la potenza del negativo si manifesta principalmente con la
creazione) essa diviene sempre pi consapevole, sempre pi consacrata. Anche la storia propriamente
detta, la storia delle civilt, trapassa dalle origini sacre e perci inconsapevoli della essenza del tempo
(la sacralit  fuori del tempo?), procede divenendo sempre pi consapevole della propria essenza
temporale, sempre pi cosciente, sempre pi profana, fino a che ritrova in questa autocoscienza
distruggitrice e dissacrante una nuova, ma estenuata sacralit - la sacralit risorta, appunto perch
coscienza della sacralit, cio del perenne sacrificio in cui la nostra vita e il tempo che ne  lo spettrale
schema, consistono, se cos si pu dire, perch vita e tempo non consistono, fuorch nella paradisiaca
trasparente, diafana, inobiettivabile memoria.
La memoria  una teogonia? La memoria  una creatrice di imagini e le imagini tendono a
divenire delle divinit, un Olimpo di divinit. Come potranno le divinit, rappresentate dalle imagini,
anche se private della loro santit per essere consacrate soltanto dalla bellezza, dai valori estetici,
conciliarsi, identificarsi con il monoteismo dellascetismo negativo? Forse dovremo ridurci a credere
che il politeismo delle imagini artistiche, dellarte, della bellezza fine a se stessa, riportano
allascetismo della rinuncia, alla conoscenza del nostro nulla; e liconoclastia del monoteismo (per
esempio liconoclastia del protestantesimo) riconducono alla conoscenza delle misteriose diversit, alla
presenza dellalterit; a forme sempre nuove di metamorfosi. Limagine pittorica o musicale significa
la salvezza gratuita dal tempo, dalla negativit del tempo; la radice delle cose e delle imagini  il nostro
assoluto negarci (che  anche luniversale e unico negarsi; come pu esservi una pluralit nella
negazione?); il nostro assoluto negarci, che  la nostra immortalit, perch  la essenza e la sostanza di
tutte le cose - le diversit, le imagini sono salvezza dalla distruzione, come salvezza  latto
dellautonegarsi. Salvezza sacra e salvezza profana mediante lopera, mediante lopera darte; o
entrambe illusorie si scambiano come specchi: riflessi di una salvezza ignota e impossibile? Non
possiamo possedere n la vita, n noi stessi; ma possiamo negarla? La negazione  certamente la forma
suprema del possesso,  lessenza del possesso; possedere  distruggere. Ma appunto il problema 
questo: abbiamo la forza di distruggere? Il possesso amoroso, la forza che distrugge laltro
distruggendo se stesso, latto amoroso, in cui la vita si afferma negandosi, si nega e si distrugge
possedendosi, e afferma divinamente laltro, lamato possedendosi; e infine crea la nuova vita, la
concepisce con la propria morte. Il desiderio  desiderio della propria morte e insieme  il desiderio
della propria distruzione - lamore mortale  lunico momento in cui sappiamo, in cui la vita e la morte
si conciliano nella pace, ma per ricreare un nuovo problema - e questo sapere non  esprimibile che
ricreando il problema; universale tautologia - ci che sappiamo dellassoluto, dellatto  latto stesso -
latto amoroso  la forma dellassoluto possesso e dellassoluto sacrificio - e la nuova creazione
dellassoluto che dovrebbe spiegare se stesso con la sua presenza - la nuova creazione del medesimo
che  assoluto altro - perch, in realt, noi viviamo la vita senza conoscerla, viviamo il tempo, o il
tempo vive noi, senza mai possederlo (ne siamo posseduti e appunto il tempo possedendoci ci
distrugge) - moriamo prima di aver conosciuto il significato della vita, prima di aver conosciuto il
significato di ci che facciamo, diciamo, pensiamo. Forse non riusciamo nemmeno a raggiungere il
sapere di non sapere - la nostra medesimezza  il nulla - e forse  nella coscienza del nostro nulla che
noi vediamo albeggiare lorizzonte dellinfinito altro, lassoluto altro in cui crediamo, che  il nostro
sacrificio (il tempo e noi siamo un sacrificio attuale e vivente) e lal di l del sacrificio - la attualit del
sacrificio. Il sacrificio  la consacrazione; con il proprio sacrificio il tempo consacra la vita e se stesso -
la memoria  sacra o laica? Il tempo, cio il grande sacerdote sacrificatore  sacro o laico, limagine 
sacra o laica, lal di l, cio lassoluto altro  sacro o laico? La vita  insieme sacra e laica e non
sarebbe luna qualit se non fosse laltra: essa  assoluta medesimezza e assoluto altro. Lassoluta
diversit dellaltro - noi siamo il sacrificio dellassoluto che si celebra nei cieli, nei nostri cieli (di chi
sono i cieli?); siamo la continuit della medesimezza e lorizzonte dellaltro. Siamo il punto di vista e
lorizzonte - la nostra alterit  una constatazione e una fede - la pi elementare conoscenza  una
alterit perch  una separazione da s, e perci una alterit essenziale come la sensazione, come la
qualit - sacri e laici misteri...
Non vi  consacrazione senza dissacrazione - latto amoroso  suprema consacrazione e
suprema dissacrazione; ogni sacramento  il sacramento di una dissacrazione - anche la morte 
dissacrazione e consacrazione - questo  il mistero del sacramento cattolico. Eucarestia (la
consacrazione del cibarsi, del distruggere la vita mangiandola), la confessione (consacrazione della
coscienza sempre dissacratrice), il matrimonio, la cresima consacrazione della milizia micidiale,
lordine sacro consacrazione della diseguaglianza che sconsacra i non consacrati, lestrema unzione,
consacrazione della morte, della putredine in cui finisce la vita, il battesimo consacrazione della
individualit, che sconsacra lassoluto con la sua necessaria relativit - ogni sacramento  il sacramento
di una dissacrazione e ogni dissacrazione evoca una sacralit - come la coscienza e la conoscenza, che
tutto dissacrano e tutto consacrano. Dove vi  la vetta di una consacrazione, vi  labisso di una
dissacrazione e viceversa.
Il Budda, Socrate, Cristo, Maometto non hanno mai scritto nulla - quello che rimane di loro
sono barlumi di memorie, interpretazione di discepoli (forse nemmeno Omero ha mai scritto una riga) -
essi non hanno mai voluto imprigionare la parola vivente nelle carceri dellalfabeto - eppure, di
nessuno si  scritto tanto come di quegli analfabeti nel senso etimologico, perch la loro parola non
venne da essi dissacrata nelle analisi astratte, nei simboli artificiosi e morti dellalfabeto - gli scritti
riguardano la vita e lazione che non sanno scrivere - nessuno dei nostri sensi ha bisogno di scrivere.
Lo scritto nacque come segretario (un segretario che diffonde e comunica tutti i segreti) quando la
memoria dellumanit cominci a declinare, senescente come lumanit quando questa ebbe raggiunto
lo stadio del progresso che aboliva il passato.
La vita  immediatamente legittima? O deve essere giustificata? E' legittimo tutto ci che sorge
da una assoluta negazione di tutto - la legge giustifica la vita, perch anchessa, come la coscienza, 
negativa. La negazione assoluta  la origine, la radice della diversit, della alterit, della imagine, della
vita - questo  il supremo paradosso filosofico.
La fantasia  una virt borghese, come la poesia - la classe pi interessata  la madre delle arti
disinteressate. Le nuove classi eredi della borghesia sono condannate al dogmatismo, cio alla
mancanza assoluta di fantasia. Che  il mondo senza la fantasia? Pu esservi una esistenza, che non sia
essenzialmente fantasia? Il solo fatto di vivere  gi di per s la suprema, la incomparabile fantasia - la
memoria  solo un pallido riflesso della fantasia con cui la esistenza si identifica - i poeti sono i
traduttori necessariamente infedeli della fantasia assoluta; della fantasia assoluta e senza termine di
paragone che denominiamo la vita.
La legge condanna un uomo, un uomo colpevole, e ci  necessario; il suo difetto  il suo
eccesso; essa condanna tutto un uomo, mentre vi  nelluomo soltanto una parte che  colpevole; una
parte inestricabilmente intrecciata alle altre. Cos  impossibile condannare, come facciamo, tutto un
popolo o tutta unepoca storica - noi siamo figli di un lungo passato e non esiteremmo se quel passato
non fosse esistito. Come possiamo giudicarlo se la mente giudicante  stata preparata e creata proprio
da quellepoca? E' impossibile che una epoca sia esistita senza avere in s una ragione dessere, una
fede, una scintilla di assoluto.
Lo spazio muta secondo il tempo; anzi  soltanto il tempo,  soltanto il ricordo che lo fissa - che
lo definisce - lo spazio non sa definirsi? Le sue forme, le sue simmetrie, i suoi rapporti sono riflessi del
tempo - anche per lo spazio corre lo Stige. Il tempo  lo Stige dai cupi e splendidi riflessi, che crea
linfernale spazio. Chi  la figura che ci mostra il miracolo della nostra esistenza, la fantasia assoluta
della nostra esistenza, quale  la figura che incarna la nostra esistenza? La nostra esistenza  incarnata
in altro. Noi come Dio abbiamo bisogno di un altro per incarnarci - vi  una ideale figura in cui
ritroviamo non tanto noi stessi quanto la nostra ideale e assoluta alterit; la alterit che ci identifica.
Anche gli ideali politici, le identit politiche o religiose possono incarnarsi in altro; possono
ritrovare in altro la nostra necessaria diversit. Il Risorgimento italiano non  pi capace di salvare se
stesso con la sua identit?
Nello spazio si riflette la nostra diversit; lesistenza  la consistenza di una diversit di una
diversit -  il miracolo di una diversit.
La conoscenza  la negazione dellessere (dellatto) creato da questa negazione - la conoscenza
 latto del suo negarsi; noi ci conosciamo nellatto in cui ci neghiamo - pertanto anche la diversit si
conosce nellatto in cui si nega. La conoscenza  lessere della sua negazione;  trascendenza alla
negazione che la trascendenza  e che la crea. La trascendenza  la diversit - la conoscenza  latto di
una rinuncia a s - la rinuncia  la suprema liberazione, la rinuncia  latto stesso in quanto negazione
di s,  la creazione mediante la negazione.
La preghiera  il tentativo di conoscere la conoscenza;  il tentativo di conoscere la presenza; la
presenza  la divinit, ma non pu essere presenza (cio non pu esistere) se non  coscienza, cio non
pu esistere, essere presenza, se non si nega - conoscendo creiamo degli inconoscibili.
La conoscenza che dovrebbe essere la perfetta illuminazione che con i suoi raggi apollinei
dissolve tutti i misteri, tutte le oscurit, in realt  il maggiore dei misteri,  la madre e la creatrice di
tutti i misteri - non vi sarebbero misteri, diversit, trascendenza senza o fuori della conoscenza; e la
conoscenza, a sua volta, non  se non mistero.
Noi viviamo tutta la nostra vita senza risolverne il mistero, la inconoscibilit; e il mistero non
pu conoscere se stesso, perch sarebbe noi, e perch negandosi abolirebbe ogni esistenza; lesistenza 
condizionata dal mistero, dalla vita del mistero; la morte  appunto la abolizione del mistero. La
coscienza del mistero  la memoria - quindi nessuno conoscer il mistero proprio e quello
delluniverso; luniverso non conoscer mai il suo mistero, e il mistero non conoscer mai se stesso,
come noi non ci conosceremo. Quale  dunque questo mistero che non pu essere conosciuto e non pu
conoscersi, che  senza conoscersi, come luniverso?
Ma la domanda  sempre: che  la conoscenza, che vuol dire conoscere? Conoscere  essere;
essere la propria negazione - se chiediamo: che  lessere? Lessere  la attualit;  lessere della
propria negazione, del proprio nulla - ed  perci conoscenza della propria inconoscibilit.
Ma il nostro problema  sempre il medesimo, che si ripresenta in tutte le forme e le occasioni:
se il conoscere  negare e distruggere, perch queste imagini, queste diversit, queste figure, queste
esistenze? - Perch tutte queste Sirene turbano la pace della nostra rinuncia?
Se nellatto della nostra negazione, nellatto in cui ci conosciamo assolutamente negandoci
creiamo tutte le inconoscibilit, le diversit, come conosciamo queste inconoscibilit? Forse le
conosciamo perch ne conosciamo la attualit; perch la diversit  attualit della nostra (sua)
negazione; la diversit  appunto atto, cio atto del nostro negarci.
La attualit, negandosi, conosce la sua diversit, appunto perch conosce la sua attualit, che 
diversit assoluta dalla negazione. La conoscenza  la attualit della negazione; nellascetica negazione
riconosciamo la attualit, la diversit, la divinit. La divinit  appunto laltro, la diversit assoluta
creata dalla rinuncia ascetica alla immediatezza.
Conoscendo la attualit, o meglio, la attualit conoscendosi nellatto del negarsi, conosce con
questa negazione anche la sua diversit? Se conosce la sua attualit nellatto in cui conosce il suo nulla,
conosce latto del negarsi come atto, cio come diversit. Conosce la diversit perch la , nellatto del
negarsi - nellatto del negarsi, del conoscersi, latto  diversit da s - e conosce questa diversit
appunto perch essa si identifica con la attualit - lautocoscienza  coscienza della propria differenza
quando la autocoscienza  autodistruzione. La creazione, mediante la negazione,  creazione della
diversit - la creazione mediante la negazione  conoscenza? Cos la creazione mediante la negazione
sarebbe creazione dellinconoscibile e conoscenza - e come si configura la conoscenza della attualit?
La conoscenza della attualit  la attualit stessa in quanto si nega - la quale negandosi  conoscenza
della attualit e conoscenza della diversit, perch la attualit  attualmente diversit - la conoscenza 
attualit, in quanto attualit del suo negarsi; perci essa  la attuale differenza e insieme coscienza della
differenza. La Attualit, conoscendosi come negazione, diviene trascendenza, diviene differenza; e la
differenza  essa stessa attuale coscienza.
Pertanto la differenza, la imagine,  nostra creatura,  lapparenza della nostra attualit e della
trascendenza e differenza della attualit. La diversit  memoria;  una coscienza di s come diversit -
e la memoria  implicitamente coscienza del nulla, coscienza di ci che fa - la memoria  diversit pur
essendo coscienza del nulla e nellatto stesso in cui  coscienza del nulla; e coscienza del nulla e perci
coscienza della propria diversit.
La metamorfosi della negazione , in realt, la metamorfosi della attualit - la metamorfosi
creata dalla negazione.
La musica, come la vita, non sarebbe se non fosse memoria di se stessa - la memoria  attualit
e perci  sempre memoria di se stessa, cio  coscienza del suo nulla;  la attualit che si conosce
conoscendo il suo nulla, cio mediante e nel tempo. La diversit  sempre memoria; la memoria 
diversit e coscienza della sua diversit.
Le prime imagini, le prime opere darte di una civilt sono ieratiche, cio sacre. Nelle opere
(darte) sacre, nelle imagini che si ispirano alla sacralit, cio si riferiscono al divino ignoto, vi  una
componente di iconoclastia, una aspirazione alla iconoclastia, alla abolizione della imagine, che 
lanima segreta sacra e possente delle imagini antiche originarie, identiche a una fede - la imagine 
quasi simile allespressione di una iconoclastia - la imagine puramente artistica creata poi dallo
sviluppo dellarte che elimina tutto ci che essa stessa non ,  la perfezione dellidolatria, il culto che
si identifica alla imagine;  la perfetta idolatria di una entit trasparente e metafisica e perci
inesistente. Questa imagine non  sacra e non  profana (laica) - e il tentativo di identificarsi alla
sacralit che abolisce -  la perfetta diversit di una divinit abolita.
Il concetto, che tutto contiene o esclude pu essere sacro, o ambisce a una sua universalit
profana, cio laica, scientifica?
Ci che chiediamo alla conoscenza, allarte, alla musica, alla sacralit  sempre il medesimo: la
impossibile, ma irrinunciabile immortalit - il desiderio di immortalit  il nostro commentario allo
straordinario fenomeno della vita, che non pu essere tale, che non pu essere la nostra vita, se non 
mortale - ma la nostra immortalit  soltanto nella iconoclastia, cio nella perfetta rinuncia - la
iconoclastia giustifica la imagine.
La immortalit  nella imagine e nella abolizione della imagine; limagine  la imagine di
questa abolizione.
Tutta la nostra vita disseminata nella incertezza degli anni, nella vanit del tempo - listante  il
sovrano del tempo, ma insieme ha il passo incerto del bambino, perch tutto  sempre nuovo, ogni
sentiero  sconosciuto, ogni passo che inoltriamo nei sentieri, che ricominciano a ogni istante (ogni
istante  una origine) rivela nuove biforcazioni, nuovi enigmi. Tutti i tentativi di fondare delle certezze
creano delle incertezze sempre pi gravi quanto pi serio era il nostro proposito; ogni nostra
affermazione si rivela fallace; soltanto la negazione  la certezza. Il s  effimero come il tempo, come
la vita, non riesce a essere simile a se stesso, muta in mille metamorfosi - ogni affermazione serve solo
a scoprire la fallacia dei fondamenti. La sola certezza, la sola seriet  il no, la negazione - forse la
negazione, pi che la affermazione  la vera origine; ma come restare fedeli alla negazione? Il negare 
un atto, il no, in quanto detto da noi  una nostra affermazione,  una affermazione del nostro volere -
forse soltanto la morte  veritiera,  sincera,  fedele - non afferma negando; il sogno della immortalit
 il sogno di una negazione, che afferma - la negazione radicale della morte che si trasforma nella
suprema tra tutte le affermazioni, cio nella immortalit. Il sogno della vita  il rivestirsi di immortalit;
il rivestirsi di luce, di tutto ci che splende; la luce  il simbolo della affermazione - limmortalit, la
luce  il sogno interiore della vita sempre morente, sempre peritura; limmortalit  una fantasia che
non poteva essere inventata che dagli effimeri. La base di ogni certezza, cio limmortalit,  la base,
lanima di ogni affermazione, ma lidea della immortalit, per,  tragicamente effimera come noi - il
volo della farfalla cos frivolo, mutevole, inesistente, volubile, infedele a se stesso,  il pi tragico;
come tutto ci che  effimero. Vi pu essere una tragedia tra gli immortali? Eppure una tragedia nella
famiglia eterna della trinit vi fu - forse per dimostrare che, come vi  una tragedia negli immortali, vi
pu essere una salvezza tra gli effimeri; anzi che questa tragedia della immortalit  essa stessa la
salvezza degli effimeri - ma non  piuttosto lassoluto della tragedia?
La nostra scienza  nata dal divieto di conoscere; la nostra scienza  la rinuncia alla conoscenza
- la scienza esatta  il no alla conoscenza;  la forma del non sapere,  il ripudio della conoscenza
immediata.
Forse la sola nostra immortalit  la conoscenza delleffimero, il subdolo fascino dellarte - che
si occupa sempre delleffimero.
La filosofia contravviene allantico divieto di conoscere, che ritorna in tutti i miti - la filosofia
pretende di conoscere la conoscenza stessa, che non pu essere oggetto di conoscenza, ma  lunico
oggetto degno della conoscenza - chiede alla conoscenza quale  il suo nome, la sua origine, la sua
giustificazione.
Anche la letteratura, il discorso sono fatti di imagini, le parole sono imagini - pu esservi un
discorso iconoclasta? Forse soltanto il discorso che corrisponde a una intenzione; ma quanto pi la
letteratura, il discorso, le parole si liberano dalla intenzione pratica, per diventare soltanto se stesse,
tanto pi sono soltanto imagini, adorazione di imagini, anche quando servono o seguono profeti
iconoclasti, il cui entusiasmo religioso si esprime con un meraviglioso mondo di imagini.
Noi abbiamo il torto di non meravigliarci abbastanza del mondo e delle cose che ci stanno
intorno; se la nostra meraviglia fosse al livello del mistero che siamo e che tutto , noi e la nostra mente
non saremmo che lestasi di un punto esclamativo. E' forse il senso della negativit di tutto e del tutto
che ci equilibra - ma anche questa negativit, che  la radice della immortalit del tutto, del soggetto, di
noi, del soggetto che  noi, anche questa negativit  una occulta, per definizione, meraviglia. La nostra
eternit  leternit della assoluta attualit, della quale non possiamo dubitare. Il soggetto di noi, che  il
nostro e suo negarsi,  eterno, come la attualit, perch  appunto la attualit. Il filosofo  uno stregone,
che costruisce il mondo, le cose, le anime e i corpi, le divinit e i demoni, per mezzo soltanto di parole
e concetti. La filosofia  inevitabilmente una fede ontologica - anche la negazione nostra, che appunto
celebra il mistero della negazione e perci  assoluta e universale  uno stregone che crea tutto il
mondo dellessere con la universale e nostra negazione - la ontologia  la ontologia del negarsi - la
creazione mediante la negazione  lunica creazione ontologica - lo spirito  ontologicamente negativo.
LItalia, dopo la "declinazione" dellimpero romano, seppe creare il cattolicesimo, riapparizione
spettrale dellantico impero, che era fondato sulla forza, ma che non era soltanto una forza materiale,
come esso cattolicesimo non fu mai una forza soltanto spirituale; ma lItalia non seppe pi creare se
stessa, anche se seppe creare le sue arti, la sua letteratura, la sua ricchezza. LItalia, da allora, fu sempre
fatta dallo straniero e sempre disfatta dagli italiani - anche i Romani, dopo tutto o prima di tutto, erano
un piccolo gruppo di agricoltori-soldati, che unific la penisola a dispetto degli italici. Gli italiani
hanno sempre odiato chi ha voluto farne un popolo.
Un disprezzo senza confini, ma purtroppo anche senza orizzonti - lorizzonte  un confine, un
limite o un segnale che non vi  alcun limite, alcuna figura o forma, con cui segnalarlo? La speranza 
la sintesi (o unico compromesso?) tra la certezza e linganno? E' al di l della certezza, al di l
dellinganno?
La Musa Clio suona la sua lira melodiosa come la memoria; ma si potrebbe meglio dire che la
sua lira  armoniosa; essa sa creare delle armonie imperiture e sublimi, che incantano ed esaltano il
nostro animo; ma armonie create con le pi terribili dissonanze della comune storia, con le pi atroci e
crudeli opposizioni, con tutto ci che pi profondamente disarmonico pu esistere nella realt vivente;
e sappiamo che niente  pi mostruosamente crudele che la vita - basta pensare al fatto che essa
"mangia" e pu mangiare e dilaniare soltanto unaltra vita; il sublime mistero della transustanziazione.
Eppure, anchessa  governata da meravigliosi musicali ritmi - anche Clio  la bellissima metamorfosi
di una atrocit senza fine - la memoria  la redentrice della vita, una grande potenza e insieme la regina
dei falsari, da brava antiquaria, che deve falsificare per vivere e per far vivere noi suoi alunni, che
senza la sua poesia morremmo e senza la sua armonia. Quale  la armonia prestabilita che si forma nel
passato? E' la armonia misteriosamente presente e prestabilita, che  nellattimo? Lattimo sa essere
tutto pur non essendo altro che il suo abolirsi, che il suo togliersi - o forse  larmonia che si forma tra
le volont confliggenti, quando gli eventi ci dimostrano che cosa veramente volevamo senza saperlo;
quello che veramente luomo vuole non gli viene mai definitivamente rivelato nemmeno dopo millenni,
ma le rivelazioni anche non definitive sul significato occulto delle nostre volizioni, occulte
specialmente per il volente e il combattente, servono a flettere le volont e gli eventi in un tessuto che
sembra essere prestabilito. Chi vuole, raramente ha coscienza di ci che veramente vuole e lotta
appunto per rendersene conto, per conquistare questa coscienza che solo lavversario pu dargli - come
si accordano i significati? Questa  la musica che Clio, musicienne du silence, riesce sola a percepire.
Tutto  un unico istante e questo istante  in quanto si nega; appunto perch  coscienza; il
negarsi  lelemento antropomorfo dellessere - il suo divenire, appunto, perch  coscienza,  un
togliersi come listante. Lessere  in quanto coscienza e la coscienza  il negarsi dellessere - appunto
perch lessere  lunico istante.
Il mondo "progressivo"  la diabolicit dellessere,  lesteriorit dellessere - la verit  il
regresso, il regresso allinfinito, il regresso  la sola certezza, la sola interiorit - linfinito  il regresso -
il divenire  laspetto esteriore del negarsi.
Lessere, negandosi,  antropomorfo, perch  coscienza - il negarsi  lassoluto, sempre
perduto e sempre ritrovato.
La sacralit, che  in tutte le cose,  la diversit? (il mistero della diversit) - oppure  la
negazione della diversit? Ma la diversit  creata appunto dal suo negarsi.
Ogni verit  allorigine (la verit  una origine) una innocenza - perfino la coscienza 
allorigine una innocenza; ma la verit, la coscienza possono rimanere nellEden della innocenza? La
coscienza  coscienza di colpa; la colpa verso lassoluto. La vita  colpevole di non poter mai
raggiungere lassoluto, di perdere, di disseminare lassoluto, pur essendo essa stessa lassoluto. Quale
altro assoluto per noi se non la nostra vita? La vita  un assoluto come la coscienza, ma la vita, come la
coscienza, sono colpevoli di avere smarrito lassoluto? Lassoluto stesso  colpevole di non mai
possedersi?
Se il negarsi  coscienza, lattualit di questo negarsi, la attualit della coscienza,  imagine - la
attualit dellessere negati - noi, il soggetto, il sovrano, siamo continuamente negati, siamo negati da
tutto; anche il nostro corpo, lassoluto, il tipico suddito ci nega perch  spazio, esteriorit, oggetto - ma
che sarebbe loggetto senza la soggettivit che esso contesta e nega? La metamorfosi del soggetto,
simboleggiato dallio,  la trasmutazione dellessere negato in autonomo negarsi - in attualit, in
diversit - la diversit  imagine;  una identificazione mediante la diversit - come la attualit,
diversit attuale e perci assoluta - limagine  salvezza o perdizione? O entrambe? Che sarebbe il
Verbo senza imagini? I cerchi danteschi alla fine del paradiso (tutto, nella costruzione dantesca, 
cerchio) che si pingono della nostra image, come la divinit, come lassoluto - limagine nellarte 
condotta alle fontane dellassoluto. Il cerchio, perfezione secondo Aristotele,  salvezza o dannazione,
verit o follia? E' affermazione o negazione (domanda che si pu rivolgere a tutte le forme o linee
spaziali che affermano e negano, nellatto stesso).
Ora, in tutto il poema dellassoluto, le imagini (perch nellal di l gli uomini sono ombre cio
imagini, la nostra imagine  il nostro al di l), le imagini sono alle prese con il cerchio fino a che alla
fine, oltre il paradiso, la nostra image si identifica con i tre cerchi. Il cerchio  la prigione delle ombre,
 perfezione o condanna? O la perfezione della condanna? Comprende o esclude?
Anche Nietzsche, leversore, tent di chiudere il cerchio attorno al suo centro, al suo Cristo che
era Zarathustra, con la dottrina o lintuizione delleterno ritorno, che evidentemente  il cerchio - in cui
ogni istante eternamente ritornante  sempre il tutto, e il tutto  il nulla - il cerchio si chiude intorno
alleversore (che si imprigiona in se stesso, terribile carcere); mentre invece in Dante  limagine che 
forma e l'al di l della forma, nellatto di dissolvere i cerchi, di liberarsi dal cerchio, forse dalla
perfezione.
Gli spiriti della notte sono i figli delle tenebre e dellabisso, sono gli arcangeli della
disperazione, oppure sono i sogni della salvezza?
Quando al volere viene rivelato il suo significato, il volere muore in questa rivelazione, in
questa metamorfosi -  la Musa Clio,  la storia, che suscita, accompagna, commenta questa
metamorfosi.
La volont consapevole muore e la sua consapevolezza rimane come una armonia con se stessa,
con la propria fine - la volont pura  disarmonia, dissonanza, squilibrio perfetto, senso di una grave
imperfezione.
La differenza, come limagine,  lal di l presente in ogni sensazione;  la via del ritorno? La
via del ritorno  la sola via verso lignoto, verso lorigine che  al di l della fine.
La coscienza del tempo come negativit e della eterna attualit di questa negativit, cio la
coscienza che la sostanza, lanima della nostra vita  negativit,  la redenzione della negativit in
questa coscienza, cio nella eterna attualit - ed  la redenzione della vita consapevole della assolutezza
della sua negativit e della creativit della sua negativit - la vita, la coscienza accoglie la sua negativit
come la sua essenza, come la sua vera realt e fondamento, come la sua attualit, cio come il suo
unico atto. La negativit  la sua verit e nulla pu ancora negarla, perch ogni negazione  il suo
stesso negarsi,  il suo atto. La coscienza della negativit del tempo  il possesso del tempo,  la
metamorfosi del tempo, perch noi siamo la attualit di questo negarsi - e la trasformazione del tragico
esser negati in puro negarsi - la vittoria conseguita con le armi del nemico.
Lo spazio  la morte,  la negazione di noi - lo spazio come arte, come bellezza,  la sua
negazione di noi, il nostro esser negati dalla esteriorit, dalla astrazione del nulla, che diviene il nostro
atto, latto del proprio negarci e la sua diversit assoluta che  anche la nostra identit. Le forme
architettoniche degli antichi edifici, delle antiche piazze elevano linee maestose, obelischi metafisici,
simmetrie e rapporti pieni di significato; il significato che  appunto la nostra presenza creata dalla
nostra assenza; la "nostra" assenza  il nostro negarci, il nostro atto negativo, la sua diversit, la sua
creativit, giustificata dalla sua negazione - questa bellezza , come ogni altra bellezza e come la
diversit in genere, una trasfigurazione; il mistero interiore di una metamorfosi - una metamorfosi
luminosa e una interiorit giustificata dal nostro assoluto abolirci, e ri-presentarci, rappresentarci, nelle
forme cio della attualit della negazione; le forme sono la attualit della negazione. Noi siamo
sostituiti, la nostra presenza  sostituita dalla sua negazione, anzi dallatto della sua negazione che 
diversit e trascendenza.
Pochi sono i viventi che si rendono conto duna realt che dovrebbe essere ovvia; e cio che la
razionalit della vita, del tempo, di tutto ci che  di natura (se cos si pu dire) soggettiva,  una
razionalit,  un modo di essere e appunto di divenire diverso dalla razionalit oggettiva, che si
identifica con una razionalit astratta, con la necessit che  appunto pura oggettivit senza scampo,
con una universalit astratta. La politica, che dovrebbe essere una scienza del tempo, della continuit
storica, che dovrebbe incarnare la razionalit del tempo, cio del mondo spirituale e soggettivo, 
continuamente alle prese con la legge astratta della necessit oggettiva, la sola che gli uomini capiscono
- il riconoscimento esclusivo di questa legge  la demagogia; demagogia politica e demagogia
moralistica entrambe disastrose. Come  possibile far capire ai cervelli semplicemente, cio
obiettivamente razionali, la razionalit soggettiva, la razionalit del tempo e della storia -  il fato stesso
che dimostra lirrazionalit della razionalit obiettiva, della cecit razionale.
 impossibile che una attualit crei il futuro senza negarsi, senza conversione interiore; cio 
impossibile che crei il futuro senza creare il suo passato, senza consacrare il passato cio il tempo - il
tempo non  qualcosa che deve essere dimenticato e annullato per amore del futuro, anzi il futuro deve
dare valore e assolutezza al passato - il tempo ha un valore attuale;  sempre presente in tutte le cose.
Chi sapr interamente esprimere la bellezza del puro presente? La bellezza di un suono, di un
colore? La felicit del possesso assoluto del tempo nella attualit.
La Storia rinasce sempre dalla sua morte; rinasce sempre dalle sue ceneri - i pi forti artefici
della storia sono quelli che hanno lottato per abolirla. Come nella durata, nella continuit la Storia 
sempre lattualit del suo abolirsi; in questa attualit essa acquista una natura, una immagine umana -
essa  sempre diversa da se stessa - la sua dialettica  insieme negativa e attuale - essa  la eterna
metamorfosi del suo togliersi -possiamo aver fede in essa? La storia si nega continuamente per
conoscersi - il suo progresso  un perpetuo rientrare in se stessa - essa  la universalit del sacrificio del
singolo; essa stessa  il proprio sacrificio - essa assume nelle sue grandi epoche sempre pi laspetto
grandioso di un universale sacrificio, che si riflette nelle anime dei singoli individui che ne sono
partecipi - la sempre maggiore coscienza di s  il sempre maggiore sacrificio.
La storia  una continuit che si ristabilisce con una perenne sempre attuale discontinuit - il
continuo e il discontinuo sono perpetuamente affrontati. La metamorfosi  una armonia tra latto e il
suo negarsi: negazione  il nome occulto dellatto.
Il nostro pensiero conoscendosi come nulla, inseguendo il proprio nulla con la conoscenza,
conosce questo annullarsi come assoluto, come lannullarsi dellassoluto; dellassoluto che con
lannullarsi crea e di cui partecipa. Noi, negandoci partecipiamo dellassoluto, del negarsi dellassoluto,
che  atto - partecipiamo delluniversale atto del negarsi che  atto puro.
La verit, ci che vi  di pi puro e luminoso, la verit che  la luce stessa, per sopravvivere
deve occultarsi, circondandosi di veli, di notte, di mistero, di segreto - essa altrimenti morirebbe,
morirebbe della propria luce.
La verit  la Parola,  il Logos,  il verbo; una parola, un verbo che non devono mai essere
detti, se non in segreto, sotto forma di mistero; la sola forma in cui la verit fu detta e perci non capita.
La verit  ci che non si deve dire - essa  pura definizione e perci non deve scendere tra gli uomini
corrotti - la verit corrotta  peggiore della menzogna pura.
La realt ha pi fantasia della poesia e del romanzo; quando romanzo e poesia sono opere
darte, quando larte  opera darte, essa  giustificazione di se stessa, essa rivela una interiore
necessit;  uno scopo e insieme il suo raggiungimento - mentre la realt ha una fantasia bizzarra, che 
difficile giustificare, che  arbitraria e perci tirannica e non si pu dedurre da nessuna necessit. La
razionalit della storia (della fantasia)  una razionalit postuma, creata ai suoi fini dallarbitrio - cio 
la razionalit dellassoluto. Non vi  differenza tra lassoluto e larbitrio; e la razionalit  sempre
assoluta e perci, riferita allassoluto che la crea,  anchessa arbitraria - la razionalit, la logica con cui
giudichiamo lassoluto, sono in realt creature postume e arbitrarie dellassoluto. La giustificazione 
forse il negarsi dellassoluto, dellarbitrio e soltanto in questa negativit sono assolute - pur essendo
relative allassoluto. Lassoluto trova la sua assolutezza nella coscienza della negazione, che lo crea
come diversit, come fantasia.
Noi siamo debitori a Dio della vita, ma dobbiamo, per, poi pagarla, cio restituirla a questo
Creditore sino allultima moneta - il credito era stilato in ore, minuti, istanti - nessuno di essi rester in
nostro potere e noi stessi nemmeno - anche gli interessi della vita si pagano annullandoli.
Dobbiamo concepire lassoluto e luniverso come latto, cio lassoluto di una negazione
testimoniata dal vuoto e dalla opacit delluniverso e questo atto, appunto perch negativo,  anche il
nostro atto e la nostra anima - il negativo  la universalit dellanima - la coscienza del negativo  la
nostra partecipazione allassoluto, che  infinito negarsi.
La metamorfosi profetica e attuale - latto congiunge linfinito passato e linfinito futuro - che
entrambi vanificano come antichi incubi.
Il marxismo, la cultura marxista,  linaugurazione, anzi linstaurazione di una nuova gigantesca
mediocrit - il dogmatismo rigoroso, rigido e semplicistico  sempre mediocre, grandioso solo nella
mediocrit; e questa sua mediocrit universale, testimoniata dalla persecuzione dellindividualit che
non  mai mediocre, spiega il suo successo.25
Tutto deve essere spiegato dal sociale e cio dal mediocre; la socialit moderna, nata dalla
tecnica moderna, non pu ammettere n lentusiasmo artistico, n lo spirito di profezia, n alcuna
forma di trasfigurazione. Tutto  piatto, banale, ovvio, convenzionale; i caratteri della borghesia
filistea, che era oggetto di tanta avversione da parte dei romantici, ultimi eredi di un mondo profetico,
di un mondo intimamente assoluto e diverso in via di estinzione e che gi si allontanava verso gli
orizzonti del passato, i caratteri della borghesia deteriore, della sua mediocrit sono stati notevolmente
sorpassati dagli eredi proletari che hanno portato questa mediocrit a delle manifestazioni ed
espressioni quasi sublimi - forse la sola sublimit di cui questa mediocrit  capace sono le tirannie - e
perci una smisurata ipocrisia si  diffusa nel mondo, nella vita, negli spiriti - forse la sola speranza per
lindividuo ora ridotto al silenzio, deposto dalla croce e nascosto in una tomba,  laccettazione della
condizione servile, della infinita inferiorit in cui si riconosce, in attesa che lassoluto della inferiorit
in quanto riconosciuto, possa divenire una metamorfosi - lo spirito  oggi nelle catacombe - e
contemporaneamente nei cieli pi lontani.
Lideale pi alto a cui un uomo possa aspirare e riferirsi  labolizione dellinfinito passato e
dellinfinito futuro in ununica solare presenza. Soltanto con labolizione del passato e del futuro si pu
conoscere, contemplare lUnico, lUno - lUno che  attualit, cio unit della propria negazione.
Soltanto lassoluta negazione pu creare lunit.
Il negarsi e latto definiscono nella loro comune attualit la direzione del tempo - che 
contemporaneamente un progresso e un regresso, un togliersi e un divenire, una negazione e un atto,
cio una negazione e una creazione, una immanenza nella sua negazione e una trascendenza assoluta -
la soggettivit del tempo  la soggettivit del suo negarsi - non vi  presenza, non vi  tempo senza
conoscenza, senza coscienza - il tempo  essenzialmente coscienza perch  soltanto memoria e
nullaltro - la memoria  la presenza nella dimensione del suo negarsi - la memoria  perfetta
immanenza nella negativit del passato e pura trascendenza a esso.
Il tempo non pu uscire dalla sua attualit, dalla sua presenza; apparenza della sua diversit -
diversificazione apparente di passato e futuro.
Il tempo  un moto senza direzione - il tempo  leterno ritorno, cio  lattuale ritorno; cio  la
sempre attuale negazione di s - il ritorno non  una direzione - noi siamo sempre nel tempo e sempre
fuori del tempo appunto perch il tempo  attualit - il tempo  la creazione dellattualit, cio  il
crearsi della attualit; non vi  una creazione immediata, la creazione suppone una mediazione, cio
suppone una negazione, suppone un sacrificio - il sacrificio  il sacrificio della creazione, cio  il
sacrificarsi attuale della creazione - soltanto il sacrificio, soltanto la negazione esiste; non si esiste
senza negazione, non si vive senza morte - questo  linsegnamento che la vita ha portato con s, il suo
Verbo, quando  apparsa nelluniverso.
Il tempo non ritorna da una favoleggiata lontananza, non va, non emigra verso unaltra
favoleggiata lontananza; il tempo  moto senza direzione,  ritorno senza direzione (il ritorno 
labolizione della direzione,  il pentimento e la colpa attuale del moto) - il ritorno  eterno ritorno
perch  attualit, eterna attualit del suo ritorno; perci il tempo  eternit in quanto  il suo eterno
negarsi,  la eternit della sua attualit - il tempo  il sacrificio eterno perch attuale - il sacrificio  la
profezia dellattuale. Il tempo  colpevole quando esce da s, quando diviene esteriore a s, quando si
allontana da s nelle sue direzioni - le direzioni sono sempre esteriorit - il tempo  eterno e perci non
ha direzioni; le sue direzioni sono il suo attuale abolirsi.
Il tempo  creatore quando  mediazione di s, attuale negazione di s - la attualit  eterna
perch negazione di s.
Il tempo si riposa, si addormenta col moto, col moto che crea la direzione; questa  la sua colpa;
perch la direzione del moto  la spazializzazione del moto - lo spazio  il negarsi del moto e il moto 
la coscienza, cio la redenzione, cio la attualit della negazione.
Il Cristo  anticristo, il Verbo  antiverbo se non  attuale negazione di s - la negazione si
redime in quanto  attualit - la colpa  la negazione della attualit, quando la negazione non  attualit
essa stessa.
La massima semplicit  la presenza della massima complicazione - la differenza  il
differenziarsi della identificazione che , dalla negazione che  attualmente, dal sacrificio che 
attualmente - il sacrificio  differenza in quanto sacrificio della differenza, il tempo  differenza in
quanto pura attualit - la attualit  pura identit e la differenza  tale,  assoluta in quanto  attuale.
Il tempo  atto e l'atto  negazione di s,  pura memoria - il mistero della attualit  che essa
non pu essere immediatezza.
Il divieto di conoscere  la impossibilit di conoscere listante senza negarlo - la parola (il
verbo)  analitica o sintetica? La parola  poetica cio creatrice quando  insieme quelle due attivit
opposte.
La vecchiaia  figlia del tempo, figlia della giovinezza, creatura e vittima del tempo; ma  ormai
fuori del tempo.
La scienza addormenta il tempo perch medita sul tempo e perci  fuori del tempo (si pu
essere esteriori a ci che "comprende" tutto nella sua interiorit, nella sua esclusione?).
Come noi, il tempo si distrugge restando soggettivo, anzi  soggettivo perch si distrugge - la
soggettivit si crea distruggendosi - la soggettivit  il supremo miracolo - anche il soggetto  come
Euridice e non pu essere guardato senza essere distrutto - appunto perch conoscere, guardare, 
oggettivare. Ora, il soggetto non pu essere se non  coscienza, il soggetto non pu essere oggetto,
lessere stesso non pu essere se non  coscienza; il soggetto non pu essere se non  ci che lo
distrugge, se non  il proprio distruggersi. Orfeo ed Euridice sono la stessa persona, sono la stessa
soggettivit, sono la stessa arte - Euridice  il distruggersi di Orfeo; Orfeo guardando Euridice che
torna agli inferi ne  per sempre separato, ma anche  eternamente unito a Euridice, cio a se stesso,
nellatto e dallatto del suo distruggersi - lattualit del distruggersi  la sola soggettivit -  la sola vera
immortale unione.
Possiamo pervenire allarte, alla musicalit universale per le vie della tragica astrazione (che 
appunto separazione, come dice il suo verbo), possiamo trovare delle pure fonti, le fonti di tutte le
origini, inoltrandoci nei pi desolati deserti; il deserto che riduce tutto alla sua tragica identit?
Quali imagini possono sorgere dai deserti, che non siano miraggi, riflessi misteriosi di una
realt lontana? Larte  appunto imagine, cio  sempre miraggio; limagine  sempre miraggio; 
ambigua e fallace, ma insieme testimone di una realt sconosciuta - nessuno sapr mai se larte 
ambiguo miraggio che attira il pellegrino verso la perdizione, oppure sia attuale e gloriosa salvezza,
verit di una realt - connubio di verit e realt - rara concordia.
Il filosofo si trova davanti alle verit che ha scoperte, che ha intraviste, le verit di cui vive, che
ha create e da cui  stato creato da sempre; e passa tutta la vita occupato a persuadersi di queste verit,
a persuadersi della realt di questa verit; ma muore senza esserci riuscito - la verit resiste alle nostre
seduzioni o ai nostri assalti - se non resistesse essa sarebbe da noi distrutta e noi con essa - non
dobbiamo temere la verit, ma la verit teme noi - noi siamo troppo indipendenti dalla verit per esserle
fedeli, o forse anche per esserle affini.
Un uomo pu essere insieme Dio e Satana? La vita pu essere insieme divina e satanica? E'
diabolico tutto ci che non  creato mediante una negazione, divina  ogni negazione - la negazione
pu essere la metamorfosi di una affermazione? La metamorfosi di una affermazione  la coscienza, 
la conversione - la coscienza  una conversione - la coscienza  sempre un viaggio agli inferi - la
coscienza  la metamorfosi di un viaggio agli inferi;  la attualit del nulla (il nulla come attualit  il
negarsi).
Tutto pu essere rapito fuorch il nulla.
I piccoli bambini e i vecchi sono la imagine del tempo, sono il ritratto del tempo - soltanto
luomo nella pienezza dellet sa opporre la propria imagine, il proprio ritratto a quello del tempo -
luomo, lindividuo  la volont di essere diverso -  un destino che vuol essere diverso dal destino - la
realt dello spirito, delluomo, come della sensazione,  la diversit.
Dio  la rinuncia a Dio, lassoluto  la rinuncia allassoluto - il tempo  lassoluto, noi siamo il
tempo, ma esso  insieme relativo, mutevole, fugace - il tempo  un assoluto effimero -  lassoluto
effimero, lassoluto che non pu possedere se stesso - lassoluto che rinuncia continuamente a se
stesso.
Lonnipotenza non  diretta e immediata; lassoluto non pu possedere immediatamente se
stesso - lassoluto si possiede negandosi - noi non possiamo rinunciare a Dio [noi non abbiamo la
potenza di rinunciare a Dio],A non possiamo rinunciare allassoluto, non possiamo rinunciare alla vita,
ma il solo modo di pervenire allassoluto  di rinunciarvi; lassoluto  appunto latto di rinunciare a se
stesso,  latto della rinuncia,  latto della negazione - noi siamo in quanto negazione, possediamo noi,
cio lassoluto, possediamo cio siamo, in quanto rinunciamo a Dio, allassoluto, etc. - Dio  la sua
cio la nostra rinuncia a Dio -  latto della rinuncia; latto  in quanto negativo - nella negazione 
lassoluto, lassoluto che fa della negazione un atto - latto  la negazione dei propri fondamenti, della
propria causa.
II nazismo pose, come condizione della propria esistenza, lo sterminio degli ebrei - forse oggi le
democrazie, per sopravvivere, devono consentire allo sterminio di Israele - il popolo dellAlleanza non
pu pi trovare alleati - il campione della democrazia viene strangolato dalla democrazia.
Tutti i regimi, come gli individui, seguono le vie della propria distruzione. Tutto  suicidio;
lassoluto, Dio, sono suicidio. Ora assistiamo anche al suicidio della Chiesa - ma il suicidio dovrebbe
essere la coscienza (anche la coscienza  suicidio?) di esso stesso, di essere latto puro e purificato,
latto, la luce universale - ogni rinuncia  un sacrificio, cio un suicidio - la porta della resurrezione
cio della diversit - la diversit  la conseguenza e la causa della sua negazione - la negazione crea la
differenza che  lunica salvezza - ma anche la salvezza, anche la differenza sono la attualit della
propria negazione; sono questo unico atto.
Luomo  il primo animale che abbia raggiunto la sacralit; la sacralit  la coscienza della
propria assolutezza - e nellatto stesso in cui raggiungeva la coscienza dellassolutezza, raggiungeva
anche la coscienza delleffimero di s come effimero.
Il coronamento delluomo erano il nimbo della sacralit e luniversalit della ragione, della
razionalit - la razionalit ha dissacrata la sacralit delluomo, la sacralit delluniverso, la sacralit
dellinfinito - ma nellinfinito la razionalit ritrova la irrazionalit; la irrazionalit che consacra la
ragione, la irrazionalit senza la quale la ragione non pu "vivere" - la ragione ha dissacrato la vita, ma
deve essa stessa vivere - e la vita  irrazionale - lirrazionalit  uno dei tanti vicari della sacralit in
partibus infidelium; anche larte  un irrazionale,  una sacralit purificata mediante la razionalit - 
paradossalmente una sublimazione del sacro o il residuo alchemico del sacro, dopo la purificazione
ottenuta mediante la razionalit, cio mediante la dissacrazione - il passaggio dalla sacralit alla
dissacrazione  il sacrificio - il sacrificio  una dissacrazione del sacro e insieme una consacrazione; la
consacrazione mediante la dissacrazione, mediante la morte - e cio il vertice della irrazionalit -
lassoluto diviene irrazionale mediante la razionalit; e la razionalit  il suo negarsi, la presenza della
sua negazione - in quanto la negazione  la coscienza dellassoluto (la coscienza  insieme razionalit e
irrazionalit perch  insieme negazione e affermazione; affermazione mediante la negazione); essa ne
 la razionalit, la negazione e la nuova universalit - non vi pu essere un assoluto incosciente -
lassoluto si dissacra conoscendosi ed  riconsacrato dal sacrificio; dal sacrificio del suo negarsi
(conoscersi).
La persecuzione  la designazione da parte del persecutore dei suoi successori; la persecuzione
 una tragica ma solenne trasmissione di poteri - il sacrificio  la forma del tempo; il tempo  il
continuo sacrificio di se stesso; il tempo non progredisce se non si nega, se non celebra il suo sacrifico
(il mito di Ifigenia); il sacrificio salda in un unico atto il passato e lavvenire.
Soltanto nellassoluto negarsi ritroviamo tutto il nostro equilibrio; il negarsi, il sacrificio sono
evocazioni del nulla, evocazioni dellabisso; certamente labisso  necessario al nostro equilibrio, ne 
la componente principale - labisso da cui siamo misteriosamente emersi e in cui tristemente
rientriamo, abbandonando il mondo luminoso della consapevolezza che  il nostro Olimpo, anzi lunico
Olimpo, abitato da innumerevoli Dei; questi Dei sono le nostre innumerevoli incarnazioni, tutta la
variet dei nostri aspetti. Questi Dei olimpici, dei della luce cio della coscienza, bevono il nettare della
vita, lambrosia della immortalit, lestasi della trasparenza universale; senza per che la loro coscienza
li accompagni fino al punto in cui dovrebbero rendersi conto che lebbrezza olimpica  quella che li
accompagna alla morte; che la sostanza del morire  identica alla sostanza della luce.
I miti sono antiche metafore, talmente appropriate agli eventi, ai fenomeni, alle verit, ai destini
a cui si riferiscono, che sono divenute autonome, nascondendo lorigine, loggetto o lesperienza che
avrebbero dovuto illuminare. Il linguaggio , fin dallorigine, metaforico; ogni parola  unantica
metafora - unantica metafora di cui  ignoto il punto di riferimento; per cos dire loggetto - ma si pu
anche credere che il punto di riferimento, cio ci a cui la metafora si riferisce sia il nulla; che la
metafora sia la coscienza stessa, che la coscienza sia sempre metaforica e sia la diversit della sua
attualit come coscienza del nulla - che  unit come coscienza del nulla, come negazione di s (la
negazione  una astrazione che crea luno, che abolendo tutto instaura lunit) e per lo stesso essere
attualit del nulla  diversit - anche il suono, la luce, i colori, le sensazioni in genere sono metafore -
miracolose, luminose e misteriosissime metafore.
Il vecchio proverbio che suona: luomo propone e Dio dispone si dovrebbe capovolgere per
dire: Dio propone e luomo dispone; Dio offre alluomo le occasioni o i pericoli, perch luomo possa
svilupparli secondo se stesso, secondo la sua attivit - dando loro la propria forma, facendola
somigliare a se stesso - le occasioni sono il passaggio del divino sulla terra, le ombre della sua luce,
delle sue nubi - anche le nubi sono celesti. Il desiderio dellassoluto  innato nelluomo e non pu
essere vinto; esso risorge proprio quando  vinto, quando si arrende - il suo arrendersi  la rinuncia
allassoluto; e questa rinuncia  appunto lassoluto, non vi  altra salvezza che lassoluto; e perci non
vi  altra salvezza che la rinuncia (la rinuncia allassoluto) in cui lassoluto consiste. Anche lassoluto
deve passare per la prova iniziatica del sacrificio - il desiderio di superiorit, il desiderio di
primeggiare, il desiderio di unicit sono manifestazioni del desiderio di assoluto che, essendo la ricerca
della felicit,  un desiderio tragico. Anche lassoluto pu essere mitico; ma cessa di essere mito
quando  sacrificio - ma si potrebbe anche ritenere che il mito nasca dal paradosso, dal sacrificio; la
metafora come il mito  un paradosso; la costruzione dellaltro, del diverso (la realt  la diversit)
mediante la negazione - la diversit  insieme attualit e divenire - il paradosso del divenire  il suo
essere pura attualit.
Il pregio, il fascino di una disciplina comincia quando questa disciplina finisce: la disciplina 
una chiara allusione alla necessit, come lordine e come la razionalit - linizio di una conoscenza, di
una disciplina  laccettazione di una necessit; di un ordine prestabilito; e tale origine  un momento
angoscioso,  la carcere cieca; ma il fascino della disciplina comincia quando la necessit assoluta
sconfina e conduce allirrazionale - lirrazionale  la creatura prediletta e primogenita della necessit,
della ragione - essa d al mondo razionale della scienza, della legge, un carattere poetico, pittoresco,
quasi musicale (larmonia delle sfere). Il mondo viene promosso a universo; luniverso  una fuga
verso linfinito - cos anche una scienza, forse anche puramente razionale come la matematica, le
geometrie e le loro creazioni, le scienze fisiche, le scienze finanziarie o bancarie, anche una scienza
perviene a rendersi conto che una sua irrazionalit, una irrazionalit creata dalla disciplina stessa, dalla
astrazione,  lunica giustificazione, lunica ragion dessere della razionalit; vi  un attuale, immenso
squilibrio, un immortale squilibrio che non cade mai, e che giustifica, domina, necessita tutti gli
equilibri, perfino per le finanze, per le ricchezze universali, la cui condizione  lequilibrio, vi sono
delle voci che risuonano, evocano il supremo squilibrio, cio la gratuit - la gratuit  uno scandalo per
la scienza finanziaria, come lo squilibrio e linfinito sono uno scandalo per la matematica, di cui sono
la ragion dessere - vi  una misteriosa gratuit che si specchia come Narciso nelle fontane della
ricchezza, la gratuit che  la divinit suprema - essa sveglia lo zero dal suo pauroso equilibrio che
nasconde il pauroso abisso.
La maggior parte degli uomini ignorano la nostalgia che  la sostanza stessa dellanima;
ignorano la nostalgia, bench, quando la sensazione, la coscienza, la stessa soggettivit non sonoB che
memoria - la memoria pu essere al di l della nostalgia? In che modo la sensazione e la diversit
possono essere memoria? Esse sono la coscienza di s mediante la conoscenza del nulla, come il
Tempo.
Gli Dei sono gli Dei della continuit, sono la certezza della continuit; essi assicurano la
continuit dellessere, della vita - sono la continuit stessa ma la vita  abitata dal genio oscuro della
discontinuit, langelo, il genio della morte. Come pu la divinit, che  la attualit, salvare, affermare
la continuit della attualit? La attualit  al di l della sua continuit? Ma non vi pu essere nemmeno
il concetto della continuit senza che nasca insieme a esso il concetto del discontinuo. La discontinuit
 presente,  attuale come la continuit; la continuit  la attualit, la coscienza della discontinuit; la
attualit necessita della discontinuit; cio la discontinuit le  necessaria, per conoscersi, cio per
riconciliarsi con s. La divinit dovette scendere nella morte, esperimentare la discontinuit assoluta,
cio la morte, perch la sua continuit fosse consapevole, cio fosse - non vi  continuit, non vi 
essere senza coscienza - la coscienza della attualit  la riconciliazione della attualit con se stessa - la
coscienza  una resurrezione (come la memoria), cio la continuit come coscienza della morte,  la
discontinuit del discontinuo, lunica vera continuit - leternit deve salvarsi nella coscienza di s,
nella coscienza del proprio nulla, riconoscere nella coscienza della discontinuit, della negazione,
ri-conoscere nella conoscenza della morte e del discontinuo leternit vivente, leternit della attualit -
la memoria  la riconciliazione della attualit con se stessa, mediante la coscienza del nulla; la memoria
 coscienza della sua attualit mediante la coscienza di ci che non , del suo attuale nulla - la memoria
 la attualit consapevole, cio la continuit dellattualit in quanto  coscienza della discontinuit, del
nulla - e appunto perch ha coscienza della sua discontinuit. La continuit pu essere novit,
originalit e origine - una continuit assolutamente identica non sarebbe pi continuit - essa deve
negarsi per essere nuova, per essere diversa, per essere la continuit dellaltro, per essere essa stessa
laltro. La novit  la resurrezione (la resurrezione  la memoria del nulla e della tragedia); e cio  la
continuit della discontinuit; la continuit della coscienza  la coscienza del discontinuo, cio  novit,
coscienza della novit, coscienza della diversit, alterit della continuit. Anche la conoscenza  una
resurrezione, cio una riconciliazione, perch  una tragedia;  allinizio una negazione e la
metamorfosi della negazione.
Tra gli uomini e nel corso della storia non vi pu essere riconciliazione che mediante una
tragedia, soltanto dopo una tragedia - la riconciliazione  un ritorno agli inferi - la tragedia, che  un
sacrificio, un sacrificio reciproco,  un fuoco che salda una riconciliazione - la memoria pu essere una
riconciliazione? La tragedia serve a dimostrare la inutilit della tragedia, o la necessit della tragedia
per la riconciliazione? Il mito cristiano.
Il nostro vivere e il nostro morire, soprattutto il nostro morire, il nostro sacrificio sono la gloria
della trasfigurazione di questo nostro sacrificio, del sacrificio eterno; la trasfigurazione del sacrificio 
la attualit eterna, che  per sempre attualit del sacrificio - la nostra perdizione  necessaria alla
gloria della attualit? Se fossimo capaci e coraggiosi nel raggiungere la negazione assoluta, la
perdizione assoluta, saremmo anche la metamorfosi dellassoluto - ma la negazione, cio la perdizione,
deve essere attuale, cio deve essere la coscienza; lannullarsi  perci la coscienza del nulla - la
redentrice  la coscienza.
Sarebbe interessante studiare come dallIlluminismo settecentesco e con le forze contenute e
liberate da quel movimento si sia giunti sul filo di una perfetta logica alloscurantismo odierno -
dallilluminismo allatroce oscurantismo al livello delle masse, che grava oggi sul mondo, non vi 
soluzione di continuit - forse lilluminismo, sotto mentite spoglie, era gi un oscurantismo che si
credeva ingenuamente o ipocritamente luce.
Noi tutti siamo eroi di due mondi, abitiamo due mondi, combattiamo su due fronti, due mondi
difficilmente conciliabili - il nostro equilibrio nervoso dipende dalla possibilit di stabilire un equilibrio
tra il mondo meraviglioso del nostro pensiero, della nostra anima, mondo paradisiaco e il mondo senza
anima, il mondo vuoto, mondo che paradossalmente riempie tutti gli spazi - nulla  pi vuoto che la
cosiddetta materia; mentre la plenitudine  la salda coscienza delluniversale nulla - la plenitudine  un
attributo esclusivo della coscienza.
La coscienza del proprio nulla  lunica discontinuit e lunica continuit nel diverso; la
continuit dellatto della negazione; la continuit dellatto del distinguere, la continuit dellatto che
interrompe la continuit - il mistero della continuit  il mistero della sintesi - la continuit  una
sintesi; la continuit  la simultanea esigenza di una identit e di una diversit egualmente assolute.
Lunit dei contrari non pu essere che un atto; lunit  sempre un atto; non vi  una sintesi
statica - che sarebbe pura identit - e latto sintetico  latto del suo negarsi - latto deve essere sempre
sintetico e deve essere sempre [un] negarsi - la conoscenza del negarsi universale che  nel nostro atto,
che  latto universale,  il nostro atto appunto perch negativa, questa conoscenza  la nostra salvezza
- la negazione universale  sintetica ed  la nostra salvezza; il negarsi  la nostra eternit.
Il monoteismo assoluto  assurdo perch  la assolutezza immediatamente positiva; e la assoluta
predestinazione, la morte del futuro che  diversit. La meccanica universale, lidentit universale,  il
ritratto pi somigliante del Dio unico e immediatamente positivo e reale - il Dio unico non pu essere
diverso da s, non pu essere vivente - il concetto del dio positivo, immediatamente reale, diventa
assolutamente negativo. Il Cristianesimo  la confessione della necessit di una mediazione - Dio per
salvarsi ha bisogno di una mediazione, deve riconoscere che la sua onnipotenza (immediata)  la sua
morte - e il riconoscimento di questa morte, cio la coscienza, la attualit della morte,  lunica
mediazione, lunica salvezza di Dio - lunica onnipotenza di Dio - Dio vive per fede - cio vive grazie
alla mediazione della sua morte - perch tale mediazione  la conoscenza.
Anche la fede  la negazione del suo oggetto, della sua imagine, della sua positivit - la
onnipotenza si trasferisce nel concetto, nella realt, che si pu chiamare spettrale, della attualit del
negativo - la attualit del negativo  la fede iconoclasta,  la onnipotenza che si nega nella sua
immediatezza, nella sua identit, per divenire la onnipotenza della attualit del negativo, la
metamorfosi del negativo, la diversit dellidentico. Il mondo positivo obbedisce alla logica
dellidentit e per esso la fede porta il marchio, il sigillo della falsit; ma limmediatezza non ha un
criterio per la verit - la verit comincia con lattualit del negativo, della mediazione, cio si identifica
con la fede - la fede non ha il sigillo della realt, ma ha il sigillo della verit - che  diversa dalla realt,
appunto perch  diversa - la realt non pu essere diversit, non pu essere che identit assoluta. Forse
anche limmortalit  una imagine della diversit,  la imagine di una imagine - la verit  ambigua
come limagine? Se la verit  la fede, essa spezza tutte le imagini,  latto della abolizione delle
imagini. Luniversale negarsi  la nostra immortalit; appunto perch luniversale negarsi  luniversale
identificarsi, che  un atto; e questo atto  differenza assoluta;  il vertice della fede.
Nessun uomo pu veramente sapere chi egli sia - il nostro autoconoscersi  il nostro perpetuo
negarci; cio  il nostro perpetuo morire - in questo nostro morire nel perpetuo autoconoscersi che  la
vita, si realizza la maledizione originaria, la gloriosa condanna pronunciata nellEden; chi conoscer,
chi morder il frutto dellalbero della conoscenza morir (ma poi sar salvato e redento proprio da
questa morte).
Il monoteismo democratico che fa della massa lunico dio, che rimette tutto allarbitrio della
massa, sottopone il bene e il male, il vero e il falso al suo giudizio, che postula lautogoverno della
massa, la raggiunta totale autocoscienza del popolo e la sua autarchia, cio il governo immediato del
popolo, conduce allassurdo - il popolo indifferenziato, cio la massa non ammette la propria
inferiorit; non ammette questa ammissione - ma Dio stesso, per salvarsi, ha dovuto riconoscere nel
supplizio la sua infinita inferiorit. Come piegare la societ ad ammettere la sua inferiorit, ammissione
di cui non  capace, ma che  necessaria alla sua vita, alla sua continuit, alla salvezza dei suoi valori
che sono spirituali, cio dialettici o non sono? Ammettere la propria inferiorit  anche, per luomo, il
momento della onnipotenza; la mediazione, la coscienza del proprio nulla,  il momento della
coscienza che  la mediatrice, che  la sovrana onnipotente; perch sa che la coscienza di s  la
coscienza del suo nulla - nella coscienza del suo nulla  la sua salvezza - la coscienza essendo sempre
individua [] il mediatore della massa, la coscienza della massa  lindividuo - daltra parte la massa
stessa tende, per essere, a darsi dei caratteri di individualit (nazione, linguaggio, etc.)
La verit sempre identificata alla identit con s, alla coerenza, consequenzialit (forme della
identit) pu essere la assoluta attuale diversit? Eppure, che sarebbe la sensazione, fondamento della
verit, se non fosse diversit, diversit attuale, cio assoluta, come la vita? La verit dovrebbe ridurre la
diversit essenziale alla identit - ma la verit stessa  incapace di conservare la sua identit, per cos
dire, la sua verginit. La verit pu riconoscere, come Dio, la sua inferiorit? E se non riconosce la sua
inferiorit, se non riconosce di essere coscienza del nulla, come pu essere coscienza? E se non 
attuale coscienza come pu essere verit? La verit  conservata nello scrigno della coscienza come un
gioiello prezioso, il pi prezioso, come un trasparente, ma invincibile diamante. Ma vi  un rapporto tra
il sacello e la divinit, tra lo scrigno e il diamante?
In realt essi sono, devono essere identici, dovrebbero essere gli aspetti di ununica entit; la
coscienza non  che verit e la verit non  che coscienza. Ma la verit  negativa come la coscienza, 
una metamorfosi come la coscienza? La verit  una conversione,  un pentimento? Si converte alla
diversit, si pente della sua realt, della sua identit? Se la verit  vivente, essa deve avere il nostro
destino; o deve essere la verit del destino? Come pu la verit modellarsi sulla realt, e come pu la
realt modellarsi sulla verit?
La rappresentazione visiva  individuata,  la nostra stessa individualit; la nostra stessa
attualit individuata dalla sua negazione - la rappresentazione  la nostra stessa individualit nelle
forme della sua negazione, la attualit della negazione di noi - tipico esempio di metamorfosi della
negazione.
Che  listante se non  una origine, lunica origine? E che  un istante se non  una
conclusione? (e perci la conclusione ha la vita di un istante - tutto e noi e il tempo abbiamo la vita di
un istante - dobbiamo persuaderci che ogni momento  una origine e che la origine si riferisce a un
istante, allistante, e che listante non  che la sua negazione, il suo negarsi - in questo senso, listante 
atto, lorigine  atto. Quanto pi scendiamo negli insondabili abissi della negazione, tanto pi saliamo
sulle vette dellistante e dellatto.
La dissacrazione della sacralit essenziale, della sacralit in s, la morte apparente della
sacralit, ha avuto per effetto che la sacralit si  diffusa, si  nascosta nelluniverso, si  nascosta
ovunque - e dalle acque tranquille della sacralit, dalle acque di Siloe, tutte le zone dellessere e del non
essere sono state fecondate e da esse sono sorte, come una messe, i valori - i pi diversi, vari, fioriti
valori; fioriti in tutti i colori, invincibili e mutevoli. I valori conservano un carattere di sacralit; sono
nati dal seme, dalla nostalgia della sacralit - ma sono anche la diversit da essa - si ricostituir
attraverso questi valori artistici, scientifici, filosofici una nuova sacralit, come un nume dalle sue
disiecta membra, oppure la separazione sar perpetua? Noi ci siamo alienati dalla sacralit, perch
possiamo vederla soltanto negli specchi dei valori, nei riflessi dei valori - ci sembra ormai impossibile e
forse anche immorale o addirittura sacrilego il credere immediatamente nella sacralit, nella luce o
nelle tenebre insondabili della sacralit - ma se la sacralit si estingue nella sua diffusione, si
estingueranno anche i valori, non pi alimentati dal morire della sacralit?
Perch larte  uccisa, come linnocenza, dalla coscienza, dalla conoscenza di s? Forse essa
perde il suo equilibrio nella coscienza del proprio nulla? Ma noi sappiamo che il nulla  lunico
equilibrio dellessere, lunica simmetria dellessere - lautocoscienza cio lautoannullarsi della
coscienza  creatrice di diversit, si crea come diversit e la diversit  larte stessa - o forse anche ai
valori artistici  necessario il momento dialettico dellannullarsi?
Lautocoscienza, anima della individualit, , appunto perch coscienza, la negazione, la
distruzione della individualit. Lautocoscienza  autonegazione - anche larte, come lindividualit di
cui  manifestazione,  il suo distruggersi ed  ci che resta di questa distruzione, cio tutto. Il tutto 
soltanto un sublime residuo - larte non pu essere che la metamorfosi del suo distruggersi - il suo
distruggersi  la sua sostanza e perci  immortale - anche in noi esseri individuali e viventi la
negazione (il negarsi)  sostanza - ma appunto perch individui siamo condannati a morte.
Cercando il moto perpetuo nella meccanica che lo suppone e lo esclude, lo troviamo nella
mente; lo troviamo come un principio ontologico; perch anche la mente  caduca - la filosofia, la
ontologia sono sempre alla ricerca del miracolo, alla ricerca dellimpossibile - limpossibile, lassurdo,
sono le conquiste della metafisica; che crea il mondo con le parole (di cui ignora il significato), cio
che crea lessere con il nulla - che spiega lessere con il nulla - la sintesi di essere e nulla  la coscienza
- la poesia crea con le parole un mondo sublime, un essere e un modo di essere, di cui nessuno pu
contestare lesistenza realissima; ma la concretezza della poesia sono le parole che conservano il loro
mistero e perci la loro esistenza - mentre la metafisica crea la realt dellessere mediante le astrazioni
che sono tutte negative - e con esse dobbiamo concepire e costruire il mondo pi positivo: lessere -
luniversale  la negativit dellessere, che si ritrova in esso.
La fede  la generosa credenza a un mistero, a un segreto che non conosceremo, ma che anzi
diviene tanto pi inconoscibile quanto maggiore  la nostra fede. La fede nella vita  la fede in un
mistero che non sar mai rivelato; ma come  possibile la sopravvivenza di un mistero che non sapr
mai conoscersi, che sa di non poter pervenire alla illuminazione di s? La nostra fede  nella esistenza
di un mistero che non sar mai conosciuto da alcuno, nemmeno da se stesso - questo mistero  appunto
il mistero della poesia; n essa n alcuno conoscer il segreto che comunque sappiamo essere tra noi,
sappiamo essere noi.
Il segreto che non conoscer mai se stesso siamo forse noi stessi,  forse la nostra stessa vita -
ed  la poesia larte, che si crea come il segreto al di l della conoscenza - esso conosce soltanto la sua
inconoscibilit - questa forse  la sommit della poesia - la sacralit crede che il mistero sia raggiunto
(si raggiunga) quando rinuncia a se stesso - nella rinuncia, nella negazione, la sacralit si unisce
allunica sua coscienza; alla rivelazione del mistero che coincide con la sua creazione - larte non
rinuncia al mistero pur conoscendone la inconoscibilit ed essa soltanto.
Il sacrificio  la forma, il modo di conoscere della sacralit o meglio della santit (la santit 
una forma moderna, borghese, del sacro); la forma poetica della conoscenza  la creazione (identit
etimologica);  la creazione dellinconoscibile mediante la conoscenza, mediante la negazione. La
creazione  la conoscenza della esistenza dellinconoscibile; conoscenza che  una fede - larte  un
paganesimo olimpico di Dei senza sacrificio. Forse limpossibilit di pervenire al sacrificio, ripudiato
insieme alla sacralit, fa la tristezza, la disperazione che vive in alcuni momenti dellarte; e si nutre
dellarte fino a che larte la trasforma,  il suo sacrificio, il sacrificio degli dei, il loro crepuscolo - larte
 una divinit senza teologia.
Lo specchio  il lucido esempio di una fedelt illusoria - appunto perch larte  una sacralit
senza sacrificio, essa ha sempre cattiva coscienza.
La santit  la forma antropomorfa della sacralit; la santit  borghese; il borghese  un
animale antropomorfo, non vuole uscire dal suo antropomorfismo, non vuole muoversi verso la
sacralit pura e pericolosa, vuole che la sacralit muova verso di lui e prenda forme antropomorfe - il
borghese  oggi lultimo esemplare delluomo antropomorfo; il borghese ha giustamente terrore della
disantropomorfizzazione sociale -la societ consapevole  la gloria e la nemica delluomo; essa tende a
divenire sempre meno antropomorfa; la sua perfezione sarebbe la distruzione dellindividuo. Alla luce
(o tenebra) delle nuove concezioni sociali, anche la santit si  accorta di avere cattiva coscienza; e
tende a fuggire da se stessa, a pentirsi di se stessa.
Noi siamo costretti a oscillare tra le due culture; quella della verit confusa e quella delle
ignoranze esatte.
La giovent  la stagione in cui, come nella primavera, le sensazioni sono pi vive,
incomparabili e nuove come la vita, di un incredibile rilievo; eppure, essa non ha n capacit, n
esperienza, n possibilit di esprimerle; lespressione  un frutto autunnale, ma essa ci nutre di
nostalgie; lespressione  una nostalgia essa stessa del lucidissimo, impenetrabile mistero giovanile; il
giovane iddio gi morto, quando la sua anima diviene immortale, ma dopo la morte. La espressione 
una immortalit post mortem; che esige la morte come sua condizione - come suo battesimo - il
battesimo  una iniziazione alla vita o una iniziazione alla morte? Esso  ambiguo come la
resurrezione.
La lettera, lepistola,  il dialogo, il pi perfetto dialogo di una solitudine - la creazione del
lettore, dellantagonista, cio di unaltra solitudine perfetta, in cui leco della lettera possa risuonare
con estrema chiarezza - la lettera  un dialogo perch  un monologo che crea laltro, che si crea come
laltro -  una evocazione dellaltro dal fondo di una solitudine che laltro ignora.
Il bambino che deve essere iniziato alle lettere apprende, per cominciare, le vocali - il
fondamento apparentemente solido ed evidente di un sottostante mistero - tutte le catacombe
inestricabili dei misteri, delle oscurit, delle solitudini. Ogni evidenza ha un inesplorato sottosuolo - la
vocale  la pace e il colore del Verbo; le cinque stagioni del Verbo, lo spettro newtoniano del Verbo;
appena inquinato nei dittonghi in lingue non abbastanza meridionali, non abbastanza solari. Ma il
Verbo non pu rimanere vocale, deve divenire verbo anche nel senso grammaticale della parola -
comincia cos il mistero delle consonanti che non hanno fondamento, sono impronunziabili se non
alleate alla stabilit arcaica della vocale.
Lostacolo per la razionalit  loggetto; loggetto che dovrebbe essere la base della razionalit
 un irrazionale, irriducibile alla razionalit che  astrazione, cos come  irriducibile alla ragione la
attualit, senza la quale la ragione non sarebbe - la razionalit  una negativit che diviene atto, e
divenendo latto del suo negarsi deve trasformare in atto anche loggetto che in s  irrazionale -
loggetto rimane negativit, ma diviene atto - latto delluniversale negarsi - loggetto  la attualit
delluniversale togliersi, riempie il vuoto delluniversale togliersi che  luniversale esser tolti - e come
attualit delluniversale togliersi  anche esso questo atto - latto non pu trovare la negativit che in se
stesso.
Il Sacro  la conclusione negativa di una esperienza artistica, di una esperienza olimpica e
politeistica, di una esperienza della verit delle imagini, oppure sono le imagini che fioriscono sul
tronco di una esperienza sacrale, di una resurrezione e di una vittoria sul nulla? Il sacro  una
conseguenza del fallimento delle imagini, della pluralit (lesperienza di un fallimento), oppure le
imagini sono la conseguenza di una vittoria? O nascono entrambe da un reciproco fallimento?
La realt  formata dalla metamorfosi delle illusioni in delusioni, ma vi  una metamorfosi delle
delusioni? Probabilmente la metamorfosi delle delusioni  la resurrezione - illusione potenziata?
Hegel  il filosofo del nostro tempo o forse del tempo che ci ha preceduto; il filosofo del
divenire, della dialettica del divenire, della creazione e del superamento degli opposti (dedotti dalle
antinomie kantiane) - il filosofo della mutazione perpetua e della perpetuit del divenire - della potenza
del negativo - ma accettando questa filosofia come un presupposto ed essa stessa come una posizione
che va superata, si ha un progresso e un regresso allinfinito - una serie infinita di posizioni superate,
ma insieme salvate, che  lessenza dello storicismo - questa filosofia  trapassata nellattualismo, che
pu essere soltanto attualismo negativo; la attualit  immanente nella sua negazione che insieme
trascende, essendone la attualit; si perviene cos a una trascendenza (attualit) del negativo che 
anche trascendenza della attualit; la trascendenza e la attualit stessa nella forma del negativo - e la
trascendenza del negativo  la divinit stessa,  la trascendenza della divinit in quanto negazione di s
- la dialettica come superamento del negativo suppone la potenza del negativo, la potenza creatrice del
negativo; e deve condurre perci alla attualit del negativo. La attualit del negativo  la attualit stessa
della attualit,  attuale come la affermazione attuale - e questa negativit attuale  una trascendenza e
insieme  la sostanza del divenire, la sostanza del tempo. La trascendenza del negativo  la
contraddizione suprema e cio  la divinit. Il divenire, il progresso sono in questa concezione anche un
regresso, una negazione perpetua del progresso, del progresso immediato che si afferma essa stessa
come regresso e come unico progresso - come trascendenza e immanenza assoluta - e come filosofia
dellindividualit.
Il segreto mistico di una filosofia antinomica come quella hegeliana  la potenza del negativo;
derivata anchessa dalle antinomie kantiane;26 e certamente di questi sviluppi della sua filosofia
kantiana non aveva il minimo sospetto, n Hegel poteva pensare che la sua filosofia potesse portare al
misticismo; al misticismo negativo che  la forma umana e divina, individuale e universale della
trascendenza - la trascendenza di una immanenza. Ammessa la potenza del negativo, idea principale
della filosofia hegeliana, era impossibile sfuggirne le conseguenze mistiche, era impossibile non
riconoscere che la sostanza del tempo cio la sostanza del divenire fosse la negativit; e la negativit
non poteva essere anteriore o successiva alla attualit, alla affermazione attuale, ma doveva essere
attuale anchessa - forse oggi lumanit cerca di salvarsi dalla tragedia del progresso, e pensa che la
origine del progresso  la coscienza della propria negativit; ogni origine  sempre attuale,  latto
attuale, che  latto attuale - la potenza, la presenza del negativo sono attualit e origine - e ogni atto 
ritorno alla origine. Quale pu essere la consacrazione del progresso se non la coscienza dellorigine, se
non la memoria che  origine e coscienza dellorigine e coscienza del nulla.
Luomo desidera naturalmente pervenire alla coscienza dellassoluto, cio alla coscienza di s.
Ora allassoluto, alla divinit e a se stesso non pu pervenire che mediante la negazione, nella attualit
del suo negarsi che  la sua immortalit. Nella negazione pu luomo conquistare il senso, la coscienza,
il significato della sua azione? Nella nostra negazione possiamo conquistare il senso della alterit e
della diversit che da essa nascono e quindi il senso della diversit della nostra azione che  il suo
significato; la diversit  il significato dellazione; diversit che possiamo conoscere come diversit
della nostra attualit; e che conosciamo nellatto in cui la neghiamo e pertanto conosciamo cio
creiamo come inconoscibile.
La diversit del tempo e della memoria  una creazione del negativo; la diversit  immanente
nel tempo e nellattualit,  immanente nella memoria perch  immanente nella negativit - cio la
diversit  attuale unicamente attuale, perci  anchessa assoluta e senza paragone alcuno.
Lintuizione si pu definire la conoscenza della diversit come assoluta, come diversit della stessa
attualit - lessenza delle cose si percepisce conoscendo la attualit mediante la negazione che  un
modo di conoscere la diversit della attualit; o meglio la diversit come diversit della attualit. In tal
modo si conosce la diversit e la sua inconoscibilit perch diversa dallatto della conoscenza.
Il popolo rivoluzionario, sovversivo, etc. non sa quello che vuole nemmeno ora dopo tante
successive esperienze; il popolo vuole senza saperlo o confessarlo; il popolo vuole la dittatura di un
singolo, vuole il governo tirannico e violento; vuole come summum bonum la tirannia anche se non se
ne rende conto. La tirannia  il grazioso fiore che fiorisce la mala primavera delle democrazie - che ne
riassume le inevitabili conseguenze - la democrazia  una chioccia che con le sue vaste ali protegge
innumerevoli pulcini che sono le clientele in cui essa si smembra e si fonda. Gli antichi detentori di
beni, di autorit e di prestigio ereditari non hanno gusto per la tirannia; non ne hanno gusto perch essa
sembra loro priva di ogni buon gusto e di eleganza; sono gli antichi figli del popolo che ambiscono
follemente le dittature, come le farfalle ambiscono la fiamma; il loro desiderio  alimentato dalla loro
organica energia, dalla lunga miseria, dalle sofferte abiezioni e umiliazioni e via dicendo - e si
potrebbero certamente dire molte altre cose - la volont mistero vitale, forse universale secondo
Schopenhauer,  la creatrice inconsapevole, ma si impietra come la Medusa, quando la coscienza le
oppone il suo specchio. Essa vede nello specchio magico se stessa come lopposto, cio come la
Medusa - la Medusa  uno spettro perch  la nostra identit come radicale differenza da s, da noi. I
risultati della volont sono il contrario delle sue intenzioni - per la comune salvezza occorre che i
risultati della nostra volont siano il contrario della volont che li aveva voluti; tale metamorfosi della
volont che illumina la sua cecit denominiamo abitualmente col nome di Provvidenza. La Provvidenza
non potrebbe essere previdenza se non fossimo ciechi, se noi non fossimo inconsapevoli di ci che
veramente vogliamo. Nel caso fossimo realmente consapevoli del significato di ci che facciamo, la
Provvidenza non saprebbe pi orientarsi, non saprebbe pi prevedere - la Provvidenza  la nostra
metamorfosi.
La attualit del negativo  la sua trascendenza.
Noi creiamo distruggendoci, con il nostro distruggerci creiamo tutte le cose e tutte le diversit.
E' un principio religioso quello che crea il mondo - un principio negativo  un principio religioso,
creatore di trascendenze, immanente nella loro negativit -  lanima di tutte le cose,  lanima della
attualit.
La vita ha introdotto nel mondo la tragedia appunto perch  stata laccendersi, lilluminarsi
della coscienza - ma se il mondo  universale negarsi, se  il fenomeno, lapparenza, la diversit di una
universale negazione, esso  intimamente coscienza, individualit? I suoi sistemi (anche cosmici,
molecolari, atomici, sono sintomi di individualit)C - occorrer pensare che tutto luniverso sia tragico,
che lassoluto sia tragico (questo  la somma, il significato dellannuncio e del mito cristiano) - e
insieme la attualit cio la trascendenza della negazione; la trascendenza pu essere considerata una
metamorfosi? La novit che la vita arrivata al livello delluomo avrebbe portato nel mondo sarebbe
allora il comico? - il paganesimo della comicit - nelle nostre religioni, fedi, ideali non vi  mai nulla di
comico - se non involontariamente. Il comico, la comicit dellassoluto,  assolutamente umano,
semplicemente umano senza assolutezze.
Il progresso della dialettica, grazie al negativo,  un regresso in direzione di s, in direzione
interiore. Il divenire  la attualit, la coscienza di questo regresso - cos il tempo  attualit del suo
negarsi, e in questo senso negativo  progresso.
Il mistero del tempo che negandosi , cio diviene.
Quale  lo scopo della negazione? Lo scopo della negazione  labolizione dello scopo, cio
labolizione del futuro; anche la conoscenza  la abolizione dello scopo - anche la conoscenza dello
scopo  la sua abolizione - la abolizione dello scopo  la assolutezza della negazione; lo scopo della
negazione  la negazione stessa. Quando diciamo che larte non ha altro scopo che se stessa, che la
conoscenza non ha altro scopo che se stessa, che la continuit  fine a se stessa, diciamo che larte, la
conoscenza, la continuit, etc. sono la abolizione dello scopo. Forse la abolizione dello scopo, della
finalit, in una parola la abolizione del futuro (la cui imagine  lo scopo),  lo scopo supremo,  la
nostra unica felicit,  la instaurazione del presente eterno. Lo scopo della negazione  la negazione
stessa, cio  la assolutezza della negazione - e la sua assolutezza  la sua attualit; e la attualit  la
abolizione della negazione appunto perch ne  la attualit e la assolutezza. Questo  leterno rapporto
tra attualit e negazione - la negazione non avendo altro scopo che se stessa abolisce lo scopo e instaura
la sua attualit che  la attualit universale. Labolizione di ogni scopo  la trascendenza a ogni scopo,
cio  la trascendenza del presente e la trascendenza del presente equivale perci alla trascendenza
della negazione.
La abolizione del futuro, del futuro come entit per s stante, obiettiva,  anche la abolizione del
passato obiettivo; del nostro perpetuo rimorso, del perpetuo rimpianto. La negazione universale, il
sacrificio universale,  la incoronazione del presente - la corona del presente  negativa - la corona
della trascendenza  il sacrificio; la attualit della trascendenza, cio della presenza,  il suo negarsi - e
la diversit  la attualit della universale negazione, cio  la attualit della abolizione dello scopo. La
diversit, la qualit, la conoscenza, la continuit non sono uno scopo, come non  uno scopo il divenire
- il divenire  la attualit del suo negarsi. Il solo fondamento  la sua abolizione.
Il divieto della conoscenza era forse il divieto di conoscere il nome degli Dei perch la
conoscenza del nome poneva il portatore di quel nome, identificato al nome, in potere di chi lo
conosceva - la dissacrazione di Dio cominci quando Dio fu sempre pi conosciuto in tutte le sue
manifestazioni mediante le lunghe e sottili polemiche dei teologi e filosofi scolastici, che affinarono
lingegno umano nel cospetto delleterno, che non poteva intervenire nella discussione sul suo nome,
che veniva combattuto in suo nome, ma anche in nome della conoscenza - e le conseguenze furono
catastrofiche per la divinit, come ora sono state catastrofiche per la dignit e la superiorit delluomo
le conoscenze psicologiche, le psicanalisi e le altre forme artistiche e scientifiche con cui si  creduto di
obbedire al consiglio sacrilego del conosci te stesso, che aveva abolito lEden. Se noi siamo sacri, se la
nostra anima  sacra, la sua oggettivazione, la sua analisi, pu essere considerata sacrilega. Chi di noi
conosce il nome della sua anima? Forse essa ha un nome diverso dal nostro, ha il nome di un ignoto
passato, un passato lontanissimo e forse ha il nome del futuro. Se conoscessimo il nostro vero nome
saremmo certamente perduti; di questa conoscenza ci serviremmo per studi analitici o etimologici che
ci ridurrebbero nuovamente allanonimato.
E' la stessa abolizione dello scopo che  lunico atto e che pertanto si colora di diversit e colora
di diversit la stessa presenza - una qualit consacrata dalla negazione assoluta dellatto; una qualit
consapevole cio una qualit che ha abolito lo scopo; la consapevolezza  la abolizione dello scopo? La
consapevolezza  la abolizione del fondamento? Lo scopo  sempre un falso scopo, un falso
fondamento. La azione, cio latto, si conosce nella sua purezza liberata da oggettivit esteriori - la sua
qualit, la sua differenza  autonoma e soggettiva; e il crearsi autonomo  il crearsi mediante la
negazione di s - il solo atto che si crei come autonomia e soggettivit.
Il nostro nome che  il nome, la qualit e la differenza della soggettivit,  sacro; forse  una
dissacrazione conoscerlo? Ma sappiamo ormai che la conoscenza  una consacrazione nella forma della
dissacrazione,  una sintesi nella forma della analisi; lanalisi  la pi profonda, grave, incorrotta
giustificazione della sintesi, perch appunto lanalisi come la dissacrazione non ha scopo. La sintesi
non  uno scopo;  la spontanea attualit della analisi - la attualit, come la soggettivit, non pu avere
scopi quando  puramente se stessa - gli scopi possono essere soltanto gli specchi della sua vanit.
Ai bambini si deve insegnare di dire sempre la verit; ma i vecchi sanno che la verit  proprio
ci che non si deve mai dire - la verit  la pi sacra delle luci e la pi terribile delle sconsacrazioni -
quale sacrificio potr giustificare la verit? Ma la verit  tale perch anche essa  il suo togliersi -
anche la verit  un atto e un soggetto (non esiste una verit oggettiva) e perci  la attualit del suo
abolirsi.
Il mondo moderno  la conquista totale, il dominio totale delluomo sulla natura, il dominio
sulla natura  lanalisi intellettuale della natura da parte delluomo che, per sconsacrare con lanalisi
tecnico-scientifica la natura ha dovuto sconsacrare se stesso, analizzare se stesso, compromettere la sua
soggettivit - come pu la soggettivit essere la attualit della sua negazione tecnica, della negazione
analitica? Alluomo moderno incombe il problema e il dovere di ricercare la sua soggettivit, la sua
qualit, la sua differenza - forse la soggettivit, il punto di appoggio del mondo pu esprimersi soltanto
con dei miti?
Lopera darte, lidea o limaginazione artistica sono una obiezione definitiva allascetismo
della negazione universale, della universale iconoclastia? Forse limagine  la individualit della
iconoclastia, dellascetismo, della rinuncia - latto, anche latto della negazione non pu esistere se non
 soggetto, se non  individualit; limagine artistica  la consolazione, il conforto, la trasfigurazione
della nostra solitudine, del senso di abbandono, di derelizione e di vuoto che noi dobbiamo superare per
raggiungere la plenitudine - la negazione, liconoclastia della vita (la vita  una sequenza e una
presenza di imagini, dame di corte della nostra anima; seguaci e discepole della nostra anima, o
viceversa?),  creatrice di plenitudini; ardua ed eroica impresa - la metamorfosi della derelizione 
lanima artistica,  la plenitudine della derelizione e della solitudine,  il ritratto dellinconoscibile.
Limagine  sempre il ritratto dellinconoscibile; quanto pi identifica il suo oggetto, tanto pi lo
individua e lindividuo  qualit, diversit, soggettivit. Limagine  la metamorfosi della nostra
solitudine, della nostra derelizione - dobbiamo aver fede nella nostra negazione che essa possa condurci
in un al di l che  la mutazione - la mutazione anima della continuit; la continuit che deve e non pu
essere identit. Se la continuit non fosse la continuit di una identit non sarebbe continuit, ma non
sarebbe nemmeno continuit se non fosse diversit assoluta e cio mutazione - lidentit  astrazione;
questo  il paradosso del tempo diverso perch identico e identico perch diverso. Lascetismo conduce
alla identit, ma come plenitudine anche alla mutazione. Lattualit della identit  differenza e
mutazione - il mondo artistico, ove voglia conoscersi,  un mondo mistico meraviglioso, tutto permeato
dalla potenza del negativo che si rivela nella creazione - la espressione dellinesprimibile negativo  la
creazione - la rinuncia pu essere soltanto coscienza della negativit e del nulla.
Tutto ci che vediamo e siamo, la nostra imagine esteriore e interiore, come la nostra
sensazione, etc. sono lattualit della nostra negazione; della negazione unica e creatrice. E cos la
diversit e lalterit sono lattualit stessa quando essa  lattualit della sua negazione.
Quando il nostro pensiero intuisce qualche verit nuovissima, ci sembra sempre che siamo
ritornati in noi stessi sulle rive del nostro antico essere - che si sollevi il velario delloblio.
Possiamo sopravvivere alle nostre parole, al nostro verbo, alle nostre idee, alla nostra eternit?
Spesso la sopravvivenza di un pensiero  alimentata dalle contraddizioni dellodio, dalle forme di odio
che vengono inventate per combatterlo, e che si modellano sulle sue luminose affermazioni, sulla sua
carit.
Il possesso  una contraddizione in s perch esso distrugge se stesso con le forze stesse con cui
tende a conservarsi; esso  unimpossibilit, ma anche un dovere. Lo stesso ascetismo  il dovere dei
possessi pi alti. Il tentativo di possedere il tempo (generalmente si possiede lo spazio, ma lo scopo 
quello di possedere il tempo, di possedere il futuro, di giudicare il passato). Il tentativo di possedere il
tempo  il modo di distruggere il nostro tempo. Il tempo si distrugge nel tentativo di possedersi; e
infatti il tempo  un distruggersi - ma si possiede anche nellatto del suo distruggersi? Se esso ha
coscienza del suo distruggersi (e il negarsi  esso stesso coscienza) esso ha coscienza dellatto del suo
distruggersi, cio possiede latto del suo distruggersi se  questo atto mediante il suo distruggersi.
Dobbiamo possedere il tempo quando esso  lattualit del suo distruggersi, cio quando noi siamo e
sappiamo di essere lattualit del suo distruggersi. Il vero possesso non  n il possesso del futuro,
sempre fallace, n il possesso altrettanto illusorio del passato; il vero possesso  il possesso del
presente, cio dellattualit, che si possiede abolendosi. Noi possediamo il tempo quando sappiamo di
essere soltanto questa distruzione, il nostro abolirci - cio di essere tutto. Il tutto non  obiettivamente,
il tutto  lattualit del proprio distruggersi;  il possesso dellattualit. E' un possesso che si crera
negandosi. Lattualit  il possesso del suo negarsi, lattualit  la luminosa sovrana degli inferi, 
leterna Persefone. Le stagioni di Persefone non sono separate come nel mito, ma sono contemporanee,
sono la medesima attualit. Che  affermazione luminosa in quanto attualit della sua negazione, in
quanto atto della sua negazione. Affermazione della sua negazione.
I miti sono i miti dellassoluto, sono la poesia che emana dalle contraddizioni dellassoluto. Le
contraddizioni che rendono umano lassoluto (e rendono sovrumano, divino e maledetto, luomo che
aspira allassoluto).
Pochi sono quelli che si rendono conto della tristezza dei loro piaceri. Il piacere non dovrebbe
mai rendersi conto della propria essenza, perch in quella coscienza si abolisce, dilegua. Eppure,
anchesso  una volont di possesso -  unaffermazione dellinconscio.
Lasceta che crede di possedere lassoluto  certamente sacrilego (anche leroe vuole possedere
lassoluto, trasmettere questo possesso al futuro); luomo pio aspira a essere posseduto dallassoluto, a
essere posseduto dallaltro che esso crea.
Anche la differenza, la sensazione,  tale perch  il tutto, perch  la differenza, cio lanima
del tutto, lanima dellattualit. La sensazione  assoluta, non sarebbe se non fosse assoluta, come la
vita. La sensazione, la diversit,  lapparente modestia dellassoluto.
Per ore e ore siamo legati allimmobilit dagli invisibili e invincibili legami del sonno - dalle
invisibili forze del sonno, che  in realt una generale mancanza di forze. Una forza che scompare
quando riappare la forza. La vittoria sulla nostra forza della mancanza di forze del sonno sognante 
una vittoria che prepara la sua luminosa sconfitta.
Vi sono vari tipi di eternit? Leternit non  soltanto identit, ma diversit e mutazione? Se
leternit fosse identica non potrebbe essere durata; la durata  identit in quanto mutazione. Lidentit
delleternit  il suo abolirsi - perci leternit  attualit e ognuno ha la sua eternit privata. Leternit
 assoluta diversit ed  altro da s. Leffimero  un suo riflesso - perci essa  nellatto della sua
mutazione.
La diversit  il sintomo dellassoluto; soltanto lassoluto pu essere diverso perch soltanto
lassoluto pu negarsi; luniverso  riducibile allidentit, come vorrebbe la scienza esatta o 
irriducibilmente diverso? Ma pi probabilmente soltanto noi siamo capaci di importare nelluniverso
identico la nostra diversit, il nostro assoluto. La nostra conoscenza delle cose coincide con le cose
stesse, in quanto la nostra coscienza  negativa, e anche le cose e luniverso sono negativit, sono il
negarsi del tutto. Il tutto coincide con il tutto. La nostra totalit  la totalit universale; la nostra totalit
testimoniata dalla nostra diversit, dal negarsi infinito dellattimo che siamo, non pu essere messa in
dubbio; essa ci apparenta alluniverso. Noi non siamo divisibili da noi stessi. La nostra indivisibilit 
la nostra unit con la nostra diversit, lidentit dellattualit con la sua diversit essenziale.
Una lettera  un dialogo con una presenza assente, cio  un monologo in presenza di un
fantasma che il monologo evoca, unica risposta ai suoi interrogativi. Ma il fantasma della presenza
assente non cessa di interrogare, non cessa di intimidire e di esaltare il telescrivente - telescrivente
perch scrive ai margini della distanza che si incarna nellAltro. E il telescrivente, il protagonista
occulto della lettera, non sa pi se interroga o se risponde a una interrogazione che lassente non ha mai
formulata, ma che esso interamente costituisce. Anche la preghiera  un monologo in presenza di una
smisurata assenza;  un interrogativo spinto verso lassenza e che risponde agli interrogativi
dellassenza, del destino muto, con una negazione assoluta che  lunica sua affermazione.
La nostra immortalit personale ci importa assai meno dellimmortalit del mondo ideale che
tutti gli attimi della nostra vita hanno costruito con la loro pazienza e con la loro speranza, con la loro
effimera vita e con la loro morte dimenticata. L'immortalit delle nostre idee, dei nostri dei, delle nostre
varie patrie terrestri e celesti, della nostra societ, del futuro che vive in noi,  un diritto e un dovere di
questi assoluti; ma la nostra labile presenza in cospetto delleterno non ha alcun diritto, di alcun genere.
Il destino  appunto il disconoscimento del nostro diritto, di ogni diritto.
Noi ci sentiamo responsabili di queste vite immortali, o sono esse responsabili della nostra
esistenza spirituale? Ma ci chiediamo piuttosto: possono queste entit spirituali universali e supreme,
con il suggello invisibile della divinit, morire e sparire come noi? Ma siamo noi,  la nostra morte che
le fa vivere, noi siamo uniti a esse dalla nostra morte. Le entit ideali hanno bisogno di noi per morire e
della nostra morte per sopravvivere. Esse perci, servendosi della nostra morte, sono la consolazione di
noi e di questa morte.
Una biblioteca  lo specchio della nostra vanit,  tutto il peso delle cose morte, dei pensieri
dissacrati o disintegrati, delle voci spente. Tutta la vanit e linutilit degli sforzi umani attirati dalle
Chimere dellimmortalit e fissate dalle impressioni dellinchiostro sulle pagine chiuse. Una biblioteca
vive soltanto quando la nostra generosit la fa rivivere;  il nostro pensiero, il nostro spirito, la nostra
presenza in ciascuno dei suoi libri che la riconduce dalla sua autosepoltura in luminis oras. Come
compenso essa ci insegna quasi con un coro la vanit del tutto, linvincibilit del destino.
La sera, anzich simbolo della massima tristezza, il lutto inconsapevole per la morte della luce,
ci sembra una riconciliazione col tempo, la riconciliazione del tempo col riposo, del principio (la luce 
il principio, il simbolo della coscienza), cio della coscienza con la fine.
Anche Dio ha avuto bisogno della figura umana per morire e per salvarsi, anche in senso
religioso, e per giustificare la sua trascendenza e la sua unit, cio la sua solitudine. Anche Dio ha
dovuto espiare la sua onnipotenza, il suo regno incontrastato, e il suo possesso assoluto di tutto. Dio ha
dovuto rivolgere la sua onnipotenza contro se stesso per ritrovarsi in questo sacrificio. Forse anche per
Dio, paradiso, cio Eden universale, Satana rappresentava la coscienza - la coscienza che  sempre
insieme cattiva e buona, la coscienza che  la fine di ogni Eden. LEden che fu paradossalmente
ritrovato nel sacrificio, nella stessa coscienza che lo aveva distrutto; quando la coscienza ha coscienza
di essere distruzione di s, di essere affermazione mediante la negazione. Ogni affermazione non 
immediata e diretta; ogni affermazione  una metamorfosi, ed effettivamente  sempre una forma - la
forma del conoscere.
Anche larte, larte come entit in s, larte come la intendono gli esteti, quando diviene
ununiversalit e una onnipotenza, quando si accorge di essere un Eden, si avvia sulla via del tramonto,
sa di dover morire. La coscienza  tale in quanto  coscienza del nulla; allora la coscienza  in tutta la
sua purezza e la sua chiarezza. Larte  aristocratica perch  un privilegio di pochi; essa diviene allora
una possibilit per tutti quando si trasforma in mito, cio in mistero di perdizione e salvezza. Quando
assume una forma religiosa, offerta a tutti, quando essa, madre e vita di imagini, trapassa nella
iconoclastia. La religione  unarte iconoclasta, unarte senza imagini. Nella rinuncia, rinuncia alla
imagine, trasformazione in mistero, simbolo del mistero del proprio destino comune e pertanto
coscienza del proprio mistero, del proprio destino, del proprio nulla, larte si ritrova, si ritrova nel suo
sacrificio e si rinnova radicalmente. Comincia cos una nuova vita e un nuovo destino, che si rincorrono
allinfinito. Che abbiamo noi mai imparato dal destino e che ha imparato il destino da noi?
1 dicembre 1973
La diversit, lalterit  sempre individuale? LAltro rispetto allassoluto  lindividuo?
Lassoluto  lattualit del nulla, la coscienza del nulla, del proprio nulla - perci soltanto lassoluto,
soltanto luniversale, soltanto la verit e la divinit possono morire, possono abolirsi. Ma, essendo
assoluto, l'abolirsi  un atto, e quindi  una resurrezione,  unattualit nellatto stesso del suo negarsi;
lattualit  sempre resurrezione e la resurrezione  leterna attualit. E questa resurrezione, questa
attualit,  diversit,  lAltro. Tale diversit, tale alterit,  lindividuale, cio  il singolo individuo?
Secondo il cristianesimo la resurrezione dellassoluto  lindividuo eterno,  lassoluto trasfigurato in
individuo. Negandosi, lassoluto si individua? E lindividuo diviene assoluto? Il paradosso
dellassoluto  che esso pu vivere e morire soltanto in forme individuali. E perci lindividuo muore,
vive e rinasce come altro, come diversit assoluta. Vive e muore come assoluto e come diversit.
Lassoluto non appare se non in forme individuali, e lindividuo  una diversit assoluta -  una divinit
in quanto la divinit muore.
Se nelluniverso meccanico tutto  necessario, non vi  pi luogo per il possibile. Il possibile
diviene un diretto rapporto con limpossibile, anzi esso stesso  limpossibile.
Le rivoluzioni moderne, che sono le rivoluzioni della tecnica, tendono ad abolire la diversit,
appunto perch tendono allidentit meccanica, la cui traduzione sociale  leguaglianza. E certamente
poich rivoluzione vuol dire novit perpetua, la rivoluzione delleguaglianza  la perfetta
controrivoluzione. Labolizione dell'individuo  assurda come labolizione della diversit. La vera
rivoluzione  la resurrezione della diversit. La nostra elementare sensazione  una sintesi perfetta di
individualit e diversit; la sensazione perfettamente attuale e individuale  lassoluta incomparabile
diversit. La diversit  lunico assoluto; lassoluto come altro - e limmortalit, il divenire sono la
stessa diversit.
La diversit  il possesso del tempo; la diversit  sinonimo di mutazione, appunto perch non
pu essere identit. La diversit  il possesso dellattualit, appunto perch essa  la forma in cui
possiamo conoscere lattualit - la diversit  linconoscibile che creiamo quando lattualit si conosce
negandosi. La diversit  lattuale resurrezione dellattualit. La resurrezione  attuale nel senso che
essa  latto stesso nel suo negarsi;  latto stesso della negazione.
Soltanto lassoluto e luniversale pu morire; noi moriamo in quanto siamo il morire
dellassoluto.
Che cosa intendiamo quando diciamo coscienza della diversit? Come aver coscienza della
diversit e che cosa  questa coscienza? Lattualit ha coscienza di s negandosi ed  lattualit, cio la
coscienza del suo negarsi.  questo negarsi, cio ne  lattualit. E, nellatto del negarsi, essa  questa
negazione e lattualit, la coscienza della negazione; essa  la differenza dalla negazione e la coscienza
della differenza, perch la  mediante e nellatto della sua negazione. Lattualit  coscienza della sua
differenza, perch  differenza nellatto in cui si nega. Essa  lattualit della coscienza; della
coscienza, cio della negazione della differenza che essa  nellatto del negarsi; essa  differenza, 
attualmente differenza e ne  coscienza avendo coscienza della sua attualit mediante la negazione. Se
ne pu dedurre che la differenza sia inconoscibile se ne conosciamo soltanto lattualit. La conosciamo
conoscendo lattualit che  identit - questo  il paradosso, che rende la diversit conosciuta e
inconoscibile. La differenza che lattualit . Conosciamo la diversit conoscendo lattualit come
differenza dal suo negarsi; latto del negarsi  differente dalla sua negazione. Lintima differenza
dellattualit che  identit. La conoscenza in quanto negazione rende differente lattualit, lidentit
che si nega. Lidentit riconoscendosi come negazione si conosce come diversit, diviene diversit
conoscendosi.
Si pu considerare larte in generale come una conoscenza e una creazione della diversit, del
misterioso altro che  il destino dellassoluto; conoscenza dellinconoscibile, creazione della
trascendenza mediante la negazione assoluta. Affermazione magica nata misteriosamente da una
infinita rinuncia.
Se la scienza potesse scoprire il "virus" dellimmortalit e [riuscisse] a iniettarlo nelle vene
delluomo forse sarebbe guarita la malattia dellassoluto? Il sovrano assoluto guarisce della sua
malattia accettando la negazione assoluta che  la purificazione assoluta, e che  lattualit di una fede.
La Storia  una serie di orrori, come il tempo; il tempo che rifornisce i cimiteri di sempre nuove
vittime. Il tempo, bench ce lo rappresentiamo come un progresso, riconduce invece luomo a quel
nulla dal quale era apparso. Il tempo pu essere anche un regresso;  il trionfo del regresso. Ma Clio, la
Musa della Storia, fa della serie di orrori un magnifico poema; il tempo distruttore diviene discorso,
logos; la ferocia, e le sue serie, divengono Provvidenza, il caso e larbitrio divengono necessit, idea
universale.
Perch la Storia, storia di tragedie, ci appare un mondo meraviglioso, un racconto che riporta la
pace nel nostro spirito? Quale  la catarsi, la purificazione, che rende cos bello, anzi sublime, il poema
storico?
La Storia  la purificazione dellassoluto perch  la sua continua resurrezione dalla sua
continua negazione. Forse, come la memoria,  il solo modo di conoscere lattualit, la presenza;  il
miracolo dellattualit e diversit di un lungo negarsi. Il progresso  sempre verso la presenza; la
memoria  la presenza nella forma delle imagini - cio  il presente nella forma della resurrezione. Il
tempo  il trionfo del regresso; ma il nostro trionfo  lattualit del regresso; lattualit che si conosce
nel regresso, come la memoria. Ogni istante che svanisce  un regresso, come la memoria. Ogni istante
che svanisce  un regresso, ma che  lattualit del regresso e pu conoscersi soltanto nel regresso.
Lattualit pu conoscersi soltanto nel regresso, pu conoscersi come attualit soltanto nel regresso,
nella memoria e dare a questa attualit il nome di progresso. Lattualit si salva dal regresso che 
"soltanto" essendone lattualit. La memoria  conoscenza del regresso e cio attualit del regresso e
perci forma della nostra salvezza.
Non possiamo dominare il soggetto, non possiamo conoscerlo; non possiamo oggettivarlo per
conoscerlo. Il soggetto  linconoscibile che siamo e che perci  noi. LInconoscibile che pu
conoscersi misticamente soltanto nellatto del suo negarsi, e perci rimane inconoscibile. La
conoscenza di s  la conoscenza della propria negazione, e perci  la creazione della propria
inconoscibilit. Nelle matematiche, antico esemplare della conoscenza, il soggetto riconosce la sua
presenza, nellatto in cui si distrugge nelle sue astrazioni; astrazioni della soggettivit sono appunto le
sue negazioni. Luomo che si aliena nella tecnica conosce la soggettivit che  sempre al di l di
qualunque tecnica, di qualunque matematica, di qualunque negazione. Conoscendosi nellatto della sua
negazione, il conoscersi dellatto, che  tutta la conoscenza,  un atto religioso, una andata e ritorno
dagli inferi. La mistica della propria distruzione  lunica salvezza;  il faro nella tempesta e nella notte
del nostro continuo distruggerci (il tempo),  la luminosit attuale e funebre della memoria. La
memoria, Mnemosine o Clio,  la pi antica delle Muse,  lorigine stessa di ogni conoscenza, ma 
sempre la pi giovane, come la primavera tra le stagioni dellanno,  la nostra attualit stessa.
Ma, dov la memoria nella astrazione matematica, come si intreccia lastrazione col tempo?
La conoscenza mediante lastrazione  lorigine o meglio lessenza comune della conoscenza e
della inconoscibilit.
Il tempo e gli avvenimenti non fanno che ferirci; e noi traversiamo leternit con queste ferite.
Quando avremo raggiunta let di trecento anni, forse cominceremo a essere compresi. Ma ci 
ottimistico; forse allora cominceremo a comprendere che avremmo potuto essere compresi soltanto dai
coetanei delle nostre origini. Chi ci assicura che il futuro sia meno tenebroso (e sciocco)
dellimmemoriale passato?
Conoscere  essere mediante la propria negazione,  essere la propria negazione. Ci spiega
anche le due facce della conoscenza astratta e qualitativa, identica e differente; astrazione e memoria.
Conoscere  essere la propria negazione; e nellatto del distruggersi  conoscere la propria attualit
come diversit dalla sua negazione. E il negarsi  sempre la coscienza del nulla, lattualit del nulla;
perch la conoscenza del nulla  un atto.
Conoscere il passato, ricordare,  il solo modo di conoscere il presente, cio se stessi - cio la
propria diversit.
Le rivoluzioni sono la morte dellassoluto, le successive morti della storia, degli universali,
delle fedi, del mondo trascendente che abbiamo creato per essere coscienti di essere, delle continuit e
delle eternit che abbiamo creato; le rivoluzioni sono il crepuscolo e la morte degli Dei, della nostra
sfera spirituale, delle sovrane differenze. Gli Dei, cio lassoluto, lassoluto che  morto nella sua sede
universale, pu rinascere soltanto nell'individuo; lindividuo  la sua tomba, ma la tomba della sua
rinascita. Lindividuo pu forse ci che non possono gli universali, cio conoscere, sopportare la sua
inferiorit, sentire in essa il germe della superiorit e dellassoluto. La societ non pu ammettere la sua
inferiorit, come tutto ci che  una astrazione. Lastrazione  una superiorit che non ammette
uninferiorit; perci essa  sterile, perci la sua morte non  feconda. Perci essa ha in s il germe
della sua morte, come la coscienza che lindividuo ha della sua inferiorit accettata,  il germe del suo
rivivere.
La Societ, lUniversale odiano lindividuo, il piccolo Ulisside dotato dei magici poteri di
rinascere e di conoscere la sua miseria, di possedere rinunciando, di affermarsi negando. La Societ,
luniversale, etc. odiano lo spregevole individuo che ha conosciuto le segrete coincidenze del minimo e
del massimo, e che, con la sua inferiorit, ha saputo creare tutte queste superiorit, luniversale,
lassoluto, la Societ; che per riconoscenza odiano il minuscolo nido.
La dolcezza straziante delle memorie, le piste nere delle vecchie scritture che conducono agli
inferi paradisiaci del ricordo.
Noi possediamo il tempo quando rinunciamo al tempo. Cos possederemo il tutto se potessimo
rinunciare a tutto. Ma il tempo  gi una perpetua rinuncia a se stesso - la pi assoluta delle rinunce
creatrici. Noi, la nostra vita, le nostre sensazioni, siamo un tale miracolo, una tale inconoscibilit, che
da millenni si  ritenuto opportuno ricorrere ad altri e pi remoti miracoli e inconoscibilit per spiegare
quelli vicinissimi a noi, pi che noi stessi, per i quali non ci sembra di avere la distanza necessaria per
dare un giudizio. Infatti, la conoscenza che tutto illumina e sa, fallisce quando tenta di comprendere se
stessa; perch essa  linconoscibilit stessa.
Noi siamo lassoluta origine. Cio equivale a dire che lorigine  noi. Lorigine  nascosta in
ogni individuo, non  fuori dellindividuo. Lorigine  il miracolo perpetuamente attuale. Il miracolo 
la diversit da noi, che noi siamo, e che lattualit ; lorigine  diversit da s.
La nostra speranza comincia con linfinito e perci non finisce mai. Dove  il miracolo ivi 
linfinito attuale. Linfinito attuale vive in noi,  noi; se non fossimo linfinito attuale, non saremmo. La
coscienza, la sensazione, la memoria, tutto linconoscibile che vive eternamente in ogni istante, 
linfinito attuale. Lirraggiungibile soggettivit che siamo, insuperabile, indomabile, insoggiogabile, 
la testimonianza assoluta, come la coscienza (che in questo caso  una testimone senza oggetto, cio
testimonia solo con l'esserci, della infinit attuale). Noi siamo sempre in rapporto con linfinito, cio
con lassoluto; e lassoluto non pu non essere infinito. Linfinit interiore, lassoluto  ontologico
come il Dio di Anselmo dAosta. Soltanto per il fatto che pensiamo, questo pensiero che  pensiero del
nulla, e perci stesso assoluto,  la realt originaria dellassolutezza. Anche linspiegabile diversit  la
realt dellassoluto,  la presenza in noi dellassoluto,  la nostra presenza come assoluto. Linfinito
interiore  insondabile come linfinito esteriore.
La memoria, e perci la storia,  la coscienza che possiamo avere di noi, mediante il tempo che
 la nostra negazione, la coscienza della nostra diversit. Per possedere il tempo occorre rinunciare al
futuro; il tempo per noi  il futuro. Il tempo stesso  un perpetuo distruggersi, cio una perpetua
rinuncia al futuro, che esso crea negandosi. Il tempo crea se stesso, cio il futuro, negandosi. Non si
pu pervenire direttamente al futuro (n per terra n per mare perverrai agli iperborei); il futuro
immediato, raggiunto immediatamente,  un sacrilegio. Il futuro non si raggiunge, perch esso non
esiste, ma si crea col sacrificio dellattualit, del tempo.
La memoria  la conoscenza della nostra assolutezza, che  coscienza della nostra attualit
mediante la negazione; la storia  la coscienza della presenza perch  una rinuncia al futuro. Quando
studiamo, immaginiamo, pensiamo la storia, godiamo la pace di una rinuncia al futuro, di una presenza
che ha rinunciato al futuro. La memoria  la forma della nostra rinuncia al futuro;  la forma del
sacrificio del futuro, del sacrificio dellattualit che con esso ricrea il futuro, non come immediatezza e
obiettivit, ma come rinascita sempre attuale dellattualit. Solo lattualit  rinascita; il futuro come
tale  una tipica astrazione - condannata a non mai esserci.
La via dellimmortalit  la via dellinfinito; ma una via che non  fuori di noi; che non
abbandona con una assurda fuga il suo punto dorigine, ma che  questo punto; una via - cio noi - che
ha gi percorso tutto il suo viaggio infinito nellatto di partire, nellatto di conoscersi come via.
Il soggetto non pu essere oggetto di s; facendosi oggetto si nega - e questa negazione  allora
la sua attualit, la sua attualit come diversit assoluta.
Linfinito  infinita plenitudine o infinito vuoto, vacuit senza limite? Linfinito interiore 
vacuit e insieme plenitudine. Perch latto che si nega  la metamorfosi degli inferi. Linfinito reale e
interiore  la diversit.
Il sogno risvegliato dei ricordi; le loro arpe incomparabili da cui le note cadono come diamanti
che scendono nel passato risvegliando le memorie assopite come un popolo di dormienti che abbia
trovato improvvisamente una aurora, unaurora melancolica e irraggiungibile. Quale  laltare con cui
placheremo questi nostri cari defunti? Talvolta cos violentemente viventi e in cui riconosciamo la parte
eletta di noi.
Gli inferi sono il solo infinito reale e ontologico? I cieli sono linfinito vuoto percorso da
elementi negativi profughi in lontane regioni da qualche incomparabile disastro. Il nostro sole ha
conservata la luce meravigliosa del disastro, luce di cui viviamo e ci nutriamo. Ora, anche la nostra
scienza e la nostra tecnica sembrano voler imitare i disastri cosmici in nuce, cio nellinfinitamente
piccolo dellatomo. Nel microcosmo dellatomo si rinnovano i disastri che sembrano essere la forza
propellente delluniverso. E anche la nostra vita storica, la nostra societ, vive di disastri; ha sposato
anche essa la visione apocalittica del piccolissimo e del massimo cosmo a cui la scienza sembra essere
pervenuta, come allultima verit, allultima realt. Similitudini misteriose tra la nostra conoscenza di
un cosmo infinito e muto, luminoso e cieco, sordo ed estraneo, e le nostre istituzioni, il corso delle
nostre vicende storiche, il nostro modo di creare e di essere. Ora, anche noi, mediante apocalissi
storiche, tentiamo di liberare forze incluse nel nostro microcosmo spirituale, morale, religioso,
psichico, forze di cui ignoravamo la presenza, e con cui vorremmo costruire un mondo nuovo, forse
appunto il regno dei cieli - dei cieli terrificanti che abbiamo scoperto.
Occorrerebbe piuttosto ritornare alla terra, nel senso di imitare la sua perfetta regolarit
astronomica, il ricorso puntuale delle stagioni, limagine, il simbolo e la certezza della regolarit,
almeno per ci che riguarda la durata della specie umana. Lidea della regola e della legge  in noi una
importazione straniera?
Talvolta  per noi pi difficile rinunciare alle immaginazioni e alle cose che non sono, piuttosto
che alle cose che sono; le imagini che sono speranze, memorie, opere darte, pensieri, si rivelano come
le dominatrici sul proletariato delle cieche obiettivit, che, per essere perfettamente tali, non hanno n
ricordi n speranze, n antenati n posteri - n alcuna diversit. Forse anche la diversit  una illusione
di origine superiore, di provenienza celeste, cio interiore.
Vi pu essere un nome per lanonimato? Linsieme dellanonimato pu formare una
individualit e cercare un nome? Domanda non oziosa, ora che lanonimo sta per diventare il sovrano
del mondo, appunto sotto il nome collettivo di massa, popolo, etc. In futuro, forse, il nome diventer un
segno, un marchio sacrilego di infamia. Il nome che ricorda la civilt, il dominio, la regalit
dellindividuo - dominio romantico per eccellenza -, sar vergognoso come la bellezza, la memoria, la
divinit, linteriorit, la fede. Il nome dellanonimato  la fantasia, limmaginazione che spera di avere,
malgrado la vergogna del nome.
Il negarsi  lunica sintesi. Latto  e non pu essere che unico, negandosi. Lattualit, nellatto
in cui si nega,  se stessa ed  tempo, cio  attualit del tempo - del suo negarsi. Il tempo  progresso,
 divenire in quanto  negarsi; progredisce negandosi. E nellatto dellassoluto negarsi  assoluta
diversit. La divinit  la negativit, come noi. Noi non siamo che presenza, e la presenza  negativa.
Latto, per essere, deve agire, cio negarsi. La sintesi, cio la tensione tra lassoluto negarsi e lassoluta
attualit. Latto progredisce e crea e conosce negandosi; e, conoscendosi col negarsi conosce la sua
attuale, cio assoluta, diversit. Con la conoscenza negativa e assoluta, crea linconoscibilit; e, in
quanto  lattualit della sua negazione,  trascendenza. Latto  nellatto in cui si sacrifica, si purifica,
si abolisce; abolendo ogni obiettivit e ogni imagine. Ma latto dellabolirsi  diversit infinita.
Linfinito si manifesta nella diversit; la diversit  la presenza dellinfinito - linfinito  la nostra
immortalit. Noi, per vivere, cerchiamo un fondamento, un sistema sicuro, una divinit che ci sorregga.
Ma il sistema filosofico e la divinit sono appunto labolizione di ogni sostegno, labolizione e
demolizione di ogni fondamento.
Non possiamo vivere senza essere assoluti, non possiamo vivere senza essere relativi. Ma la
nostra relativit  relativa allassoluto, cio si riferisce allassoluto, lo evoca. La nostra relativit  il
negarsi della nostra assolutezza, e il negarsi  anchesso un assoluto. Soltanto lassoluto ha
lonnipotenza necessaria alla negazione di s; pertanto la coscienza del nostro nulla, la coscienza di noi
come negazione  partecipazione allassoluto; al negarsi dellassoluto.
Lassoluto come negarsi  la nostra pace. Quando diciamo "negarci", diciamo esser coscienza
della negazione, del nostro tempo come autonegazione, del nostro essere, della nostra assolutezza e
presenza e attualit come negazione. Giustificazione per fede, cio per conoscenza. Noi comprendiamo
il tutto e tutte le cose in quanto comprendiamo di essere compresi dal tutto e da tutte le cose.
Unidea musicale  pi profonda di ogni altra idea; in principio era lidea musicale e il verbo
venne come tentativo di spiegare lidea musicale, la sua inconoscibilit, di confrontarla con la
negativit dellassoluto. Il verbo  un tentativo di conoscersi, forse con una serie di metafore. Ma lidea
musicale  anche conoscenza perfetta di s, un perfetto esempio di autocoscienza; e un perfetto
esempio di inconoscibilit. La pi profonda inconoscibilit  sempre creata dalla pi profonda
coscienza. Lidea musicale  la metamorfosi del tempo, la coscienza del tempo come negazione di s e
la trasformazione di tale negazione in atto puro. Essa  la coscienza del tempo; diventa sublime
inconoscibilit. Anche il verbo e il discorso, nati come una nuova forma di conoscenza del tempo e del
tempo musicale, hanno creato con la loro volont di chiarezza e di consapevolezza una inconoscibilit
tanto pi irraggiungibile, quanto pi il verbo, il discorso, lidea letteraria, cio limagine,  bella.
Limagine  sempre ambigua;  una perfetta conoscenza e definizione,  una altrettanto perfetta
inconoscibilit e impenetrabilit. E se la penetriamo, andiamo per un sentiero sempre pi inconoscibile.
Larte  un esempio di coincidenza tra conoscenza e inconoscibilit. La conoscenza pura si
raggiunge nellinconoscibilit.
Una lettera  un dialogo con una assenza (monologo che diviene, che si scopre dialogo). E' un
missile teleguidato da una assenza e che la insegue. Anzi  lassenza stessa che diviene presenza, dando
la sua forma indefinibile al monologo della lettera.
La vita non  che memoria; memoria del tempo perduto - il tempo perduto che non si ritrover
mai pi, che diviene ogni anno pi lontano e pi diverso da noi. Dove  il ventenne sedotto e seduttore
della vita? Dove  il tempo che fu? Ha esso mai avuto un dove? Quale  la regione che la nostra vita ha
abitato? Un Eden ignorato. LEden  sempre futuro o passato; mai presente. Saremmo sicut dii se
potessimo conoscere o possedere lEden presente; ogni tentativo di possedere o conoscere lEden  la
sua distruzione. Da quando siamo espulsi dallalvo materno, la vita  una continua espulsione da tutti
gli Eden che, senza volerlo e senza saperlo, essa assiduamente crea. E che abolisce quando vuole
conoscere, rendersi conto del divino Eden che  il nostro presente. Ogni tentativo di possedere il
presente  labolizione del presente, che infatti  un continuo abolirsi, perch diviene istante - e
lessenza dellistante  labolirsi. Pertanto noi e il tempo creiamo inconsciamente lEden, lEden del
presente con le divine potenze dellinconscio e lo distruggiamo con le non meno divine potenze della
conoscenza. La vita e il tempo creano e distruggono continuamente il loro presente. E questa  lunica
continuit. Con la coscienza della perdita dellEden, la vita diventa il tentativo, il dovere di
riconquistarlo, la sacralit della riconquista. Tutte le conquiste sono delle riconquiste. La riconquista
dellEden, del Presente eternamente presente ed eternamente perduto,  il tentativo di riconquista
dellidentico, della nostra identit. Tentativo che, mentre necessariamente fallisce,  anche uno
splendido successo perch esso stesso  il presente che si riconquista come diversit. Il fallimento nella
riconquista dellidentico  la creazione di una diversit. LEden  lapparenza di una identit che,
appena conosciuta, diviene nulla e rinasce come diversit.
La preghiera, la meditazione, lautocoscienza, il rientrare in s, nel proprio mondo (ma tutto il
mondo  il nostro mondo), e la distruzione del mondo, la distruzione del tutto. Latto puro dovrebbe
essere la distruzione del mondo, lapocalisse privata; la distruzione di noi, la coscienza del nostro
negarci,  anche labolizione, la vanificazione del mondo. Questo  il nostro pi alto privilegio - ed 
anche la fede che soltanto questo atto ne sia lattuale ricostruzione, ne sia la vera, unica attualit. Latto
della distruzione  leterna presenza. La preghiera, lautocoscienza con cui neghiamo, aboliamo il
mondo,  la riconquista del mondo. Una redenzione in cui si insinua una nuova colpa. Ogni Eden ha il
suo serpente.
Lespressione in cui il tempo si trasfigura, appunto perch prende una figura,  un Eden stabile,
 un paradiso riconquistato per sempre? Lespressione  un presente eterno, il presente eterno che tutti
siamo e a cui tutti aspiriamo come allirraggiungibile. Lespressione  la fortezza inespugnabile della
nostra presenza; ma  proprio essa che d limpulso al tempo, che  il seme e la radice del tempo.
Lespressione da cui  rinato il tempo con tutti i suoi fiumi, sale allora nei paradisi non pi terrestri
della memoria. Promoveatur ut amoveatur? Ma anche il presente  un paradiso eternamente ignorato e
che si rivela soltanto in alcuni lampi. Lespressione arresta il tempo, gli d una figura stabile, cio
appunto unimagine. E insieme  lorigine del tempo, di ogni tempo. E' la coscienza del presente e
perci del tempo. Il tempo  la rinascita, cio lattualit della sua negazione.
Del tempo non possiamo parlare obiettivamente; esso  sempre soggettivo,  sempre al tempo
presente. Perci possiamo parlarne o definirlo soltanto con metafore, una delle quali e il fluire del
tempo -  la fallace identificazione del tempo con il fluire di un fiume nello spazio. Un passaggio nello
spazio. Ma il tempo che fluisce in realt non esce mai dalla sua presenza, dalla sua espressione. Nella
imagine esso si riconosce e si nega come nella presenza. E' il sempiterno negarsi della presenza che
rimane tale negandosi ed  lattualit del tempo. Anche ogni espressione, se  viva,  lattualit del suo
negarsi. Non  una astrazione che non  perch non sa negarsi. Non ha la potenza onnipotente della
negazione.
Limagine, lespressione sono tanto pi ambigue quanto pi chiare. Infatti, ogni espressione,
ogni imagine,  la fine, la conclusione del tempo, e insieme la sua origine - la sua fonte. Limagine,
lespressione del suo rinnovamento, della sua nuova nascita. Eppure, lespressione non ha nulla di una
circolarit. Essa  simultaneamente la contraddizione del tempo e dellattualit. Essa  il tempo e l'al di
l del tempo come lattualit, che  attualit del tempo come negarsi, e insieme trascendenza assoluta al
tempo. Negazione di s e trascendenza alla negazione.
Tanto il progresso che il regresso conducono allattualit; il regresso  la coscienza, cio la
possibilit di intendere la trascendenza dellattualit. Il progresso, il divenire, e altre forme apparenti di
avanzata sono astrazioni se non sono collegate al regresso, al negarsi del tempo, allattuale negarsi del
tempo. Il divenire  lattualit del negarsi, del regresso,  la trascendenza dellattualit,  lattualit,
cio la trascendenza della memoria. E cos il negarsi, in quanto lattualit ne  lattualit, la presenza, 
esso il passato, ha la forma del passato. Passato e divenire sono le due forme dellattualit; lunico
volto ambiguo dellattualit. Anche lEssere come tale  trascendente come atto del proprio negarsi.
 terribile pensare che noi non possiamo possedere il tempo che passa con la massima
indifferenza per noi; e che se noi riuscissimo a possederlo si arresterebbe definitivamente insieme al
corso della nostra vita e di tutte le cose. La nostra vita pu continuare in quanto essa sia pura perdita di
tempo; perdita del tempo posseduto per un solo istante - e appunto distrutto in quellistante. E questa
distruzione  lattualit stessa che si distrugge; ed  istante nellatto in cui si distrugge.
La conoscenza, come la coscienza,  soggettiva; ed  coscienza delloggetto, cio del suo
contrario. La coscienza  riduzione delloggetto a coscienza, cio  distruzione delloggetto. E se non
fosse ridotto a conoscenza (cio a coscienza), loggetto non potrebbe essere conosciuto. La coscienza
soggettiva  conoscenza del suo contrario - che essa abolisce, elevandolo alla soggettivit, alla
coscienza. E cos  coscienza di nulla. Distruggendo loggettivit delloggetto, essa distrugge anche
loggettivit del s. Distrugge anche s; la coscienza del nulla - suo unico oggetto  latto del negarsi. Il
nulla  lunico oggetto e la coscienza pu renderlo soggettivo. Nellatto del negarsi il nulla  soggettivo
e la coscienza pu aver coscienza della sua soggettivit. Ma, che cosa vuol dire effettivamente la
coscienza? La coscienza  lessere in quanto mediato dal nulla; la coscienza  ci che  annullandosi. E
loggetto della coscienza  il suo stesso annullarsi, che  soggetto - e quelli che noi denominiamo
oggetti sono effettivamente il nostro negarci. Ma perch il soggetto, lattualit, la coscienza, etc. si
negano? Chi le spinge a negarsi? Perch il soggetto, cio la coscienza, ha bisogno di un oggetto dal
momento che esso  autonomo e senza fondamento? La presenza di s, poich il s  loggettivazione
del soggetto,  la presenza del nulla. Ma perch la presenza non pu essere semplicemente presenza,
senza essere presenza di...
La presenza  la sua presenza, e appunto perci  presenza (li nulla. E il nulla non  un oggetto;
essendo presenza del nulla, la presenza non  presenza di un oggetto, non  presenza di...; non 
presenza di qualcosa appunto perch  presenza del nulla. La pura presenza che non sia presenza di
alcunch,  pura astrazione, cio  nulla, pur restando presenza, cio presenza del nulla. Loggetto  il
negarsi dellatto, ma questo atto  soggettivit - pura e purificata.
Il nome, ci che esiste per s ma non ha n dimensione n peso, non  visibile n obiettivabile;
 la differenza della soggettivit.  la diffcile metafora della soggettivit. La soggettivit come
differenza (lindividuo?). Ma, fino dalla pi remota antichit si attribu al nome un potere magico; un
potere magico come quello dellespressione e dellimagine (ed esso infatti vuol essere espressione,
metafora e imagine; anche limagine  una metafora?). Nelle epoche cristiane ogni nome  il nome di
un santo, cio  un rapporto con la sacralit, con leternit, con qualcosa di tragico e di paradisiaco.
Forse effettivamente il nome  limmortalit dellindividuo,  luniversalit dellindividuo. Il nome 
tutto, ma non ha dimensioni. Nemmeno la diversit ha una dimensione. Il nome riunisce intorno a s,
come intorno a una bandiera, a un segnale, tutta una vita. Come una comunit si riunisce intorno a una
divinit inesistente. Il nome  la spiritualit, la sacralit, la trascendenza di un essere vivente. E' il
sintomo di una mente, di tutto ci che non  oggettivo.
Tutto in noi  assoluto, tutto  lespressione, la presenza dellinfinito, a cominciare dal mistero
della pi semplice sensazione. Tutto ci che  assoluto non pu non apparirci come relativo, appunto
perch  diversit. La diversit  lassoluto - il pi inaccessibile degli assoluti che si presenta nelle vesti
della pi patente relativit (come  il caso anche della sensazione). Limpossibilit di dimostrare, cio
spiegare gli inaccessibili misteri di cui siamo costituiti,  la migliore dimostrazione dellesistenza del
mistero, dellassoluto, dellinfinito, del sacro in noi.
Il fondamento di tutto e del tutto, di tutta la sacralit e la trascendenza  il sacrificio; il sacrificio
dellassoluto dellinfinito, che diviene entrambi - il sacrificio del tempo che  il creatore, il sovrano del
tempo.
Il solo risultato positivo che un uomo pu raggiungere nella sua vita  la scoperta del negativo.
La negativit  il fondamento incrollabile e inconfutabile. Ne abbiamo paura? Ma se, come Dante nel
Purgatorio, non traversiamo quel muro di fiamme, non possiamo raggiungere n la verit n la pace.
Perch, per raggiungerle dobbiamo rinunciare, e proprio a esse. Ma, possiamo affermare che vi sia una
sacralit nella rinuncia, nella negativit, che vi sia una sacralit nel sacrificio. Il sacramento, la
consacrazione della morte, equivale al sacramento, alla consacrazione della vita? Perch non preferire
lassoluto nelle forme del relativo (questa  la definizione della vita) allassoluto nelle forme del nulla?
Tutto ci che declina - individui, societ, culture e religioni - passa fatalmente, sempre cercando la
salvezza dalluna allaltra consacrazione. Il nome  la consacrazione dellindividuo; vi  un nome per la
consacrazione del negativo? Il cristianesimo disse questo nome - e rivel il mistero del nome. Anche
noi siamo un nome, e il nostro mistero  il mistero del nome.
Linfinito pu avere un nome, linfinito pu avere unindividualit? Linfinito non pu avere
unesistenza -  controverso che il tutto come tale possa avere unesistenza. Lesistenza non pu essere
n immediata n obiettiva. Lesistenza e il tutto sono paradossalmente creati dal sacrificio, dal loro
sacrificio. La luce della divinit emana dal fuoco del sacrificio; ogni luce emana da una fiamma. Per
noi esseri umani tutto  nome e tutto  sacrificio (paradossalmente il sacrificio ha un nome). Quindi noi
siamo esistenza e infinito, nome e infinito - perci moriamo. Forse vi  un antichissimo divieto
(unepoca di Saturno) per linfinito di avere un nome. Le religioni successive scoprirono
successivamente questo nome. Il nome, come lindividuo,  strettamente, costituzionalmente singolare,
ed  il nido, lorigine, la causa della pluralit - mistero grammaticale del nome al plurale. Ogni nostra
sensazione  singolarissima, ed  la presenza dellinfinito - conosce ed  inconoscibile,  il nome
dellinfinito, il nome dellaffermazione e il nome della negazione. E' lesistenza stessa ed 
obiettivamente inesistente.
In noi  il mistero del tragico, essenza e destino della nostra vita. E insieme il mistero ancor pi
profondo (e forse pi tragico) del comico. Il comico  la dissacrazione,  la mancanza del sacramento.
Non vi pu essere una sacralit del comico; ma la parola sempre sacra pu essere comica. La vita,
lassoluto, possono essere comici; sono le principali fonti del comico.
La comicit  negata a Dio, allinfinito, alla morte.
La nostra vita  una immensa dissipazione dellassoluto. Lassoluto  la nostra colpa originale;
deve esso stesso essere il soggetto della propria distruzione. Lassoluto deve divenire rinascita, cio
immanenza e trascendenza alla morte (a che altro possiamo essere immanenti?). Trascendenza alla
morte in quanto immanenza. Quando noi contempliamo gli anni perduti, siamo terrificati
dallimmensit della perdita irreparabile, dalla tenuit della trascendenza residua. Dobbiamo trasferire
le colpe, le redenzioni, la perdizione e la resurrezione allassoluto, alluniversale.
 linesistente, senza dimensioni, limponderabile, linesistente come il nome e la parola, la cui
unica consistenza  il suo abolirsi;  questo glorioso inesistente, individuale e universale come il
soggetto, che crea lesistente, ogni esistente, e ne fa lo specchio della sua luminosa inesistenza. La
morte colpisce linesistente, il soggettivo, luniversale, lassoluto, assai pi che il cieco esistente, il
cieco e oscuro oggetto. Ma chi dei due  veramente negazione, il cieco inconsapevole oggetto, o la
coscienza soggettiva? O sono essi la medesima negazione consacrata dalla attualit, dalla divinit
dellattualit?
Le piste nere dellinchiostro sul candore della carta, nei fogli sibillini che il pensiero segue e
conduce. Le piste nere della verit, le piste che si attorcono alla parola effimera cercando di renderla
prigioniera e duratura (la tiene prigioniera nel filo del suo inchiostro come il ragno imprigiona un
insetto).
Leco  la voce del nulla,  la risposta del nulla,  la voce del nulla. Leco risponde alle parole
come lo specchio risponde alle imagini. Esso risponde alla nostra voce traducendo le parole nel
linguaggio, nei modi del nulla, del mondo del nulla. Una traduzione come quella dello specchio, esatta,
fedele e illusoria. Il nulla  identico, ed  lillusione dellidentico.
Dio  linfinito negarsi. La dimensione interiore del negarsi  infinita,  linfinito. E il negarsi 
lindividualit dellinfinito.
La sfera terrestre  e diviene di pieno diritto celeste, ove la si contempli da un punto, punto di
vista, a essa esteriore (dalla luna). Cos la storia, che  quanto mai terrestre, crudele e inumana veduta a
distanza, diviene celeste, diviene la Storia maiuscola, la rivelazione della Provvidenza divina, lessenza
del tempo trasformata in eternit e viceversa - che  la sintesi dello storicismo. Anche lo storicismo 
una miracolosa metamorfosi. Come forse ogni concetto filosofico, ogni imagine o frase artistica, come
generalmente la verit. Abbiamo imparato a diffidare dellidentit, antico sigillo della verit. Ormai
tutto ci che non  duplice, ambiguo, contraddittorio come linfinito, ci sembra senza gusto e senza
senso.
Vi  un annullamento, di noi, secondo il tempo, e un annullamento secondo lo spazio. Questi
due annullamenti devono coincidere. La coscienza dellannullamento secondo il tempo, cio secondo
listante,  lassoluto - lassoluto soggettivo che  anche un assoluto che ci nega. Negazione, espulsione
di noi, che ci nega secondo laltro. Negazione di noi secondo laltro, la quale  lo spazio. Il tempo  la
dimensione dellatto; ci equivale a dire che la negazione  la dimensione dellatto. Noi creiamo, cio
ci esprimiamo (creazione ed espressione sono sinonimi) secondo la coscienza del nostro annullamento
temporale e cio soggettivo, e quindi secondo lannullamento spaziale e cio oggettivo, in quanto
siamo lannullarsi dellassoluto. Lespressione dellannullamento, che  identificazione al nulla (con
che altro possiamo identificarci? Non possiamo immediatamente identificarci con una differenza da
noi), lespressione dellannullamento  la differenza. La differenza che  linfinito della diversit
dellaltro  lattuale annullamento di cui essa  lunica espressione, secondo se stessa, secondo la
diversit. Questa espressione, la diversit come espressione del nulla,  la metamorfosi paradisiaca del
nostro inferno, che  lannullamento. Lannullamento  gli inferi;  la nostra cosiddetta interiorit. La
diversit, anche se ci appare esteriore secondo lo spazio,  sempre interiore,  sempre qualit. Essa 
lespressione del nostro organismo, e perci essa  la nostra anima. La qualit  la nostra anima.
Lespressione (la diversit dellidentico, del negativo, negativo della diversit)  la salvezza,
limmortalit dellanima. Secondo le teorie comuniste, laffermazione delluomo, del lavoratore, deve
essere immediata; luomo non deve aver coscienza di s come nulla, non deve essere una mediazione.
Cio non deve avere n una interiorit n unanima, n gli  lecito di conoscersi come una diversit. La
sua immortalit  sociale, come lanima. Per luomo comunista lanima, la diversit, lespressione sono
forme reazionarie, degne solo della condanna. Ma secondo noi tutto ci che vale, tutto ci che 
mediato,  appunto una reazione -lanima  una reazione, la resurrezione  una reazione.
Nel passato riconosciamo la nostra continuit; e il ricordo  perci un augurio,  la continuit
del passato a cui si d lattributo del futuro, lanima del futuro appunto perch essa  attuale. Perch il
passato  continuit e insieme nulla, e perci creazione dellattualit come differenza, come futuro. La
differenza  lattualit del futuro, di tutto il futuro.
Quale  la diversit della filosofia?27 La poesia, la musica, le arti sono la creazione della
diversit, la metamorfosi nella diversit, nella diversit sibillina. Evidente espressione, metamorfosi del
nostro negarci, evidente vittoria sul nulla. Ma la filosofia pu essere diversit? Non  essa anche
quando parla di diversit, senza esserlo, non  essa una identificazione della diversit alla sua teoria,
lastrazione, cio labolizione della diversit? Lidentificazione della diversit  la sua abolizione. La
filosofia pu essere la coscienza, la segnalazione di essa come identica nella creazione che lorganismo,
la rappresentazione, la sensazione ne fanno. E la creazione di un sistema  gi una diversit, come
anche la critica della diversit. La filosofia  indubbiamente una sacralit, ed  una considerazione non
soltanto astratta, ma religiosa, della diversit. Il filosofo  mezzo scienziato, mezzo artista e
interamente (poich non vi pu essere una terza met) sacerdote. E pertanto la filosofia, nel suo aspetto
religioso, teologico, ontologico,  anche pratica,  come la religione, un sistema, un modo di sopportare
latroce assurdit della vita. Una religione che ha degli eretici e degli apostati, delle cattedrali e delle
catacombe; ma in realt  sempre nascosta come ogni mistero, anche il pi luminoso. Nel nostro
personale caso il mistero che comporta una perpetua meditazione filosofica e un intimo culto religioso,
 appunto il rapporto tra latto e il suo negarsi, tra limmanenza e la trascendenza, tra lidentificarsi con
s, e cio con il nulla, e linfinita diversit, tra linfinito e la sensazione.
La filosofia giustifica la sacralit, anche la sua propria sacralit; e la sacralit, il mistero sacro,
ma sperimentalmente collaudato, aiuta la filosofia nei passaggi pericolosi che deve affrontare per
sopravvivere.
Secondo il mito di Faust, sorto ai suoi inizi, la civilt moderna ha fatto il patto col diavolo; per
la potenza e la conoscenza ha venduta la propria anima, e lanima della natura, e ora vive senzanima
con la sensazione che senza lanima la potenza e la scienza sono men che niente. Mefistofele pietoso e
astuto ci ha imprestato unanima, unanima diabolica e astratta, a cui abbiamo dato pomposamente il
nome di ideologia - che usurpa sacrilegamente due nobilissime parole greche. Questanima ci condurr
allabisso? E' molto probabile, salvo imprevedibili conversioni (certamente vendendo lanima per
lideologia abbiamo fatto un gran cattivo affare). I sacerdoti delle religioni ufficiali ne sono invece
entusiasti, e per tema di essere ritenuti reazionari, come se lo spirito non fosse una sublime reazione
contro ci che lo nega, cio tutto, sono impazienti di divenire sacerdoti dellideologia. Ma, come si pu
essere sacerdoti del marxismo se non si abolisce leternit dellanima individuale (dimenticando di
averla venduta o ipotecata); eternit dellanima che  il parossismo, trasposto all'infinito,
dellindividualismo?
Forse anche lorigine  una metamorfosi. La vera origine viene dopo. Lorigine dovrebbe
manifestarsi alla fine del suo ciclo; lorigine  apocalittica come la fine. Tutto il ciclo dallorigine alla
fine  una narrazione, una metafora (che  una metamorfosi),  una espressione; e nel suo complesso ha
la forma della diversit, che  la forma dellindividuo. Lespressione perfetta  una pace come una
benedizione, come una salvezza. Lespressione  lattualit, la coscienza della nostra negazione come
unica realt. Lespressione  la massima realt; davanti a unopera darte, abbiamo il senso della pi
alta realt, della pi totale (in s) differenza e della pi profonda identit. Pu esservi una certezza
maggiore e un assurdo maggiore che la realt immortale, la diversit assoluta dellatto che  congiunto
alla sua negazione essendone lattualit. Larte  questa diversit;  la diversit come espressione.
Anche la storia  una metamorfosi,  unopera darte,  una conversione - come la memoria,  la
diversit del tempo. La storia  la realt del tempo; cio  lattualit del tempo? Il tempo non pu avere
altra realt che la sua attualit. Quale  allora la realt del tempo? Se non siamo altro che memoria,
come possiamo essere contemporanei di noi stessi? Siamo noi sempre fuori di noi stessi, siamo sempre
fuori della attualit? Il passato e il futuro sembrano dimensioni del tempo collocate fuori dellattualit;
ma fuori dellattualit non pu esservi alcuna dimensione, n alcun tempo. E la dimensione
dellattualit  il suo negarsi - lattualit del negarsi (il negarsi non  mai fuori dellattualit) 
lattualit di un infinito, di una dimensione negativa, cio infinita.
Limagine  lindividualit di una diversit, della diversit. E quale pu essere lindividualit di
una diversit? La diversit  soggettiva e la sua individualit  la coscienza della sua negativit attuale,
che appunto  la sua autocoscienza. Come nasce lio, come nasce il s? Perch lattualit  io? Quale 
il soggetto del negarsi? In quanto  negarsi essa  soggettiva; essa si conosce come soggettivit. Latto
si crea come soggetto nellatto in cui si nega. Nellattualit del negarsi lattualit diventa soggetto;
negandosi, nellatto in cui si nega latto si conosce come soggetto.
In qualsiasi forma darte riuscita, riuscita come forma, il tempo, che  perdizione, diviene
salvezza, luminosa salvezza. Diviene la luce delluniverso. La nostra perdizione (la vita non  che
perdizione) diviene la luce delluniverso.
Quando intensamente conosciamo, cio quando siamo lattualit del nostro negarci, la
conoscenza della negazione, abbiamo limpressione di essere conosciuti. Conosciuti dallaltro,
dallassoluto come Altro, che  laltro. Noi conosciamo nellatto stesso in cui sentiamo di essere
conosciuti. La nostra autonomia pu essere anche, quando conosce il proprio nulla (il s, loggettivit
del soggettivo,  la sigla, il sigillo del nulla - il suo simbolo)  anche laltro, laltro da s, laltro dal
nulla. LEssere  laltro dal nulla - anche la conoscenza  lalterit, la diversit dal nulla. La conoscenza
 la diversit dal suo oggetto;  il suo oggetto essendone lattualit, ed  assoluta diversit dal suo
oggetto, in cui conosce il suo negarsi e il suo essere negata.
 difficile amare noi stessi come amiamo il nostro prossimo, o qualche frazione del nostro
prossimo. Un individuo dato, dato da chi? Anzi, come possiamo "amare" noi stessi? Generalmente
temiamo noi stessi; temiamo noi stessi come il maggior pericolo. Non sappiamo come sapremo
sopportare o superare il pericolo di essere; lessere  sempre sospeso misteriosamente sul nulla. Amare
se stessi  amare il nulla, cio  il contrario del cosiddetto egoismo.
La socialit  il nido della menzogna; luomo pubblico sa di avere fatto un patto col diavolo, di
avere venduto lanima, cio di avere rinunciato alla verit. Il diavolo  lunica verit delluomo
pubblico. Luomo pubblico, colui che mente a se stesso, per ritornare nel suo equilibrio con se stesso
deve essere pi forte del diavolo, deve, e pi o meno coscientemente vuole, opprimere il diavolo, cio
la societ. Il diavolo  la societ a cui ha venduto lanima. Luomo pubblico, se  degno di questo
nome, deve essere un oppressore. La tirannia  la sua redenzione - e forse il popolo, la societ si
redimono nel tiranno, che si sacrifica per tutti. Il peccato di Edipo  di avere posseduto la madre; di non
aver riconosciuto la madre, la societ; di essere stato ingannato dagli occhi, e perci ritrova la sua luce
nella cecit. Come la Provvidenza che  previdenza e vede con la nostra cecit.
Vi  una societ orizzontale, cio la societ diremmo spaziale, visibile, presente, che respira
attualmente, come noi, latmosfera del presente. E una societ verticale, cio la societ nel tempo, la
societ, la socialit delle generazioni defunte. Noi sentiamo di appartenere alla socialit del tempo, alla
societ defunta, lunica reale, perch  presente, pur non essendo pi, riscatta lorrore della sua
presenza col suo non essere, come noi ci riscattiamo con la memoria, con la coscienza del non essere. I
"socialisti" sono i sacerdoti, bench privi di ogni sacralit, della societ puramente presente, della
societ senza radici, senza passato (siamo nobilitati dal passato, dalla nostra antichit); e parlano
unicamente di futuro, che  la loro maschera. Il futuro che non riescono mai a raggiungere perch
squilibrato, senza passato. Noi (plurale di umilt al posto di io) sentiamo la socialit soltanto col
passato, coi defunti - di cui vorremmo sentire, constatare il potere.
Lo Spirito, simia corporis. Lo spirito imita il corpo, ma non riesce a raggiungerne la perfezione,
lintelligenza, lequilibrio, la previdenza, la memoria. Noi siamo lilluminata coscienza del corpo, cio
forse la sua rovina. Forse al corpo manca la coscienza del nulla che noi abbiamo e siamo. Questo unico
apporto della coscienza, dello spirito al corpo  terribile. Lo spirito, la coscienza, suggerisce al corpo la
morte. La morte  la coscienza che il corpo acquista progressivamente del suo nulla. Questo  il dono
che la coscienza dona allorganismo,  il dono della coscienza allatto. Nel morire, lo spirito, la
coscienza e lorganismo sono un unico atto.
La memoria e i seguaci ricordi sono come spettri abitatori degli inferi che la magia evoca nei
crepuscoli della luce. Ma forse sono le memorie che evocano noi; che evocano il nostro io invisibile e
inesistente. Sempre perduto e nascosto. Il nostro io  uno spettro, un fantasma errante e inquieto -
occorrono dei grandi "medium", degli stregoni e dei sortilegi per trarlo dalla sua tomba abituale e per
placarlo. Chi  lOrfeo di quella Euridice che  la nostra anima individuale? E' appunto Orfeo e la sua
lira e il suo canto,  il canto di tutte le arti che richiamano lanima smarrita, che trasformano la sua
perdizione in luminosa salvezza. Lio  un sovrano dormente che si accontenta di essere una larva. Ma
la memoria  memoria dellio, la memoria  memoria della presenza; la presenza  sempre malata,
come lio, e non pu essere guarita che dalla memoria. Lio risorge dal battesimo della memoria. E
forse  la memoria stessa; la memoria  lio stesso in quanto  coscienza di s, in quanto  coscienza
del suo nulla. La memoria  la rinascita dellio,  la rinascita della presenza; e la coscienza mediante la
negazione, della infinita diversit della presenza. La memoria  la coscienza che abbiamo dellattualit
nellordine della negazione; che  il solo ordine che sia connaturato allattualit. Lordine della
negazione  lordine della successione in cui si rivela linfinita diversit dellattualit. Lattualit deve
scendere agli inferi, fare il suo viaggio agli inferi, che sono anche superi, per riconoscervi, nellordine
della successione della negazione, nellordine della morte e resurrezione la sua infinita diversit.
Diversit attuale.
Lassoluto  soltanto il proprio assoluto sacrificio; lattualit del suo sacrificio; ed essere il
sacrificio  esserne la coscienza - appunto perch non  niente altro che il suo sacrificio,  tutto. Cos
noi, in quanto ci rendiamo conto che non siamo altro che tempo, cio che non siamo altro che
sacrificio, siamo durata (il tempo  durata in quanto coscienza del suo negarsi) e siamo lassoluto. Il
negarsi dellassoluto  il vero assoluto espresso dal suo dileguarsi;  pertanto, nel suo negarsi, la
propria affermazione, che  la sua espressione. La coscienza, cio laccettazione del nostro fatale
distruggerci (cio laccettazione del tempo)  lespressione della nostra assolutezza, assolutezza essa
stessa. Lespressione  lassoluto, e perci  la salvezza. Lassoluto, lespressione, la salvezza sono
contraddittori in se stessi, e perci sono autentici - perci sono reali. Noi siamo assoluti perch la nostra
sostanza  il tempo, che  la relativit in s, la relativit assoluta; e perci e in questo modo  assoluto.
Lassoluto  la relativit assoluta, la relativit che gli permette di conoscersi, di conoscersi come
assoluto, che gli permette di esprimersi.
Un sistema filosofico, un sistema di pensieri,  vitale quando ha in s la coscienza della
possibilit di ulteriori sviluppi, di ulteriori modificazioni, quando sa essere una perenne e sempre
attuale novit, che pu rinnovarsi e conoscere la sua diversit senza uscire da s, dalla sua attualit;
mentre invece un sistema filosofico, mentale, che si ritenga definitivo, che non possa essere in alcunch
variato,  rapidamente perituro.
Il desiderio delluomo , atavicamente, la conquista del tempo e dello spazio. Nato nelle
solitudini, per luomo naturale immense, del nostro e suo pianeta, e nelle solitudini del suo tempo senza
variet, differenze o misura, esso ha voluto abolire tutti questi ostacoli tra s e lassoluto, tra s e se
stesso. E con la nostra epoca lo spazio e il tempo stavano per essere aboliti; quando una torre di Babele,
inserita nel minimo, ha di nuovo ricreato gli spazi invalicabili, ha rallentato i tempi, che stavano per
essere distrutti dalle loro accelerazioni. Il tempo oscilla tra il ritardo e laccelerazione.
Il sogno  leco della nostra vita, ripercosso tra le vane ombre del nulla.
La fantasia deve fare scaturire lacqua dalle pietre, come Mos. Dobbiamo sacrificarla,
spegnere il volo delle sue ali iridescenti, se speriamo che essa rinasca; essa  latto e lattimo della sua
rinascita - il pi misterioso degli attimi. Le cose che vediamo sono trasfigurate dalla coscienza che  la
loro attualit; hanno le forme, i confini, le qualit, le differenze, le identit proprie della coscienza e
della attualit. Questo sembra la soggettivizzazione delloggetto; ma che cosa resta allora delloggetto,
e come pu essere soggettivato direttamente, immediatamente? Per quale miracolo? In realt loggetto,
la cosa,  soltanto la negazione del soggetto, dellatto, che  infinita diversit. Ma la negazione  il
negarsi e pertanto  anchessa un atto,  indissolubile dallatto,  morte e resurrezione dellatto. In
quanto negazione dellatto, la negazione, cio la cosa,  - trasfigurata come negarsi - latto stesso. In tal
modo la cosa si soggettiva, diviene la coscienza che la conosce, assume tutte le caratteristiche, le
qualit, le diversit della conoscenza e della sensazione. E rimane assoluto oggetto, assoluta negazione
del soggetto, e, insieme,  il soggetto stesso, perch la negazione  il negarsi.
Le forme immortali sono tanto pi vive (come scindere limmortalit dalla vita?) quanto pi
sono simili al loro tempo, allistante in cui vissero, alla diversit che furono e che testimoniarono. Le
forme artistiche e tutte le altre forme sono eterne in quanto sono simili al loro essere effimero, alla loro
fugacit, al loro sparire. La loro eternit  la coscienza del loro sparire; la coscienza del proprio essere,
cio del proprio non essere,  la loro forma immortale. Loro delleternit  distillato dalleffimero, 
lessenza della fugacit. Trasfigurazione che  la grande opera alchemica del nostro spirito; e la sua
grande felicit, perch  la trasfigurazione della sua negazione - la suprema felicit. E la grande felicit
ha radici ancora pi profonde, perch la potenza di creare si manifesta in tutti quegli uomini e in tutti
quegli assoluti che hanno la potenza di negarsi. Tutti gli individui sono degli assoluti e perci la loro
potenza  una onnipotenza. Ogni potenza corrisponde a un assoluto, e perci la vera essenza della
potenza  lonnipotenza. E la potenza del negarsi , mediante se stessa, una potenza creatrice. Se siamo
creatori, se abbiamo identificato la potenza creatrice, che opera nelluniverso, e la abbiamo identificata
nellinfinito negarsi, possiamo dire di aver raggiunto, mediante la via infernale, la perfezione, la
fecondit, la luce paradisiaca. La luce pu essere feconda? E' questo il divario tra lintelletto e la vita?
Anche la forma immortale, diciamo per esempio larte, anche lattualit come attualit della
negazione e la sua trascendenza assumono forme individuali. Ma lattualit del negarsi  resurrezione
eterna; e in conseguenza della sua attualit  anche perenne resurrezione della morte. Resurrezione
della vita e resurrezione della morte coincidono nellatto stesso. Nellatto stesso della conoscenza, cio
del negarsi, il principio della negazione  il principio della creazione, cio della fantasia. La fantasia e
la creazione non possono essere una immediatezza; non possono manifestarsi come azione o creazione
diretta. Esse sono invece la manifestazione di un oscuro cosmico biologico sacrificio, di un fuoco
occulto che forse  il tanto temuto fuoco degli inferi. La metamorfosi luminosa della fiamma del
sacrificio. Il fuoco  sempre un sacrificio, una distruzione, e sempre una luce. Anche la verit  un
sacrificio;  il proprio sacrificio. Ci escluderebbe verit immediate o trascendenti - quale  la
trascendenza, linattingibilit della verit. La verit, nellatto del suo nascere,  una resurrezione, e la
resurrezione  e ha in s la presenza, lattualit perenne della morte che la giustifica.
La voce umana tra le pareti di una antica piazza, tra le sue forme che comunicano con il mistero
della bellezza, diffuso dalle sue maschere (la bellezza architettonica  la maschera di una casa, la cui
vita  interiore; e infatti quale pu essere la differenza tra la maschera e la forma, quando la forma 
immobile? Ma, in ogni mistero di bellezza, limmobilit  solo apparente). La voce umana  leco di
quella umanit che ha creato le forme - e le due musiche coincidono. Infernale, diabolica  la voce dei
motori meccanici. Essa non  pi una voce; la voce umana  inimitabile da qualsivoglia strumento,
come il sentimento umano  inimitabile da qualunque potenza. La voce delle macchine non  una voce,
ma un suono astratto - la voce dellastrazione, cio un rumore, come astratto  il moto meccanico del
motore. Il moto astratto non equivarr mai al moto del nostro corpo, delle nostre membra, della nostra
azione, del nostro modo di agire. Il meccanismo  per paradossalmente uninvenzione dellintelletto
umano, escogitata per dominare il mondo, per obbligare la realt, la natura, ad adeguarsi a questa
meccanica costruzione, o meglio astrazione della nostra mente. La nostra mente  la pi alta sede della
pi alta libert; e la sua suprema invenzione  stata la meccanica, cio la necessit.
La gloria della libert non sa darci altro frutto che quello poco nutriente della necessit?
Unorrida necessit senzanima, senza speranza, senza verit, la necessit meccanica. E' forse per
riconoscersi che la libert crea questi mostri, questi draghi, signori degli spazi futuri? Signori delle
anime che il futuro render inconsistenti e inesistenti.
Le grandi ville, oggi contestate, delle privilegiate regioni venete, hanno laspetto per chi le
fronteggi, le guardi di fronte, di grandi arpe, le cui corde immortali sono le colonne, da cui il vento
meteorico, come i venti silenziosi che salgono dal passato, traggono armonie meravigliose che le anime
odono - quelle anime occulte che odono le armonie delle sfere. Le grandi arpe, dalla base delle scalee al
triangolo delle fronti, celebrano unarmonia riconquistata mediante il puro spazio, con le sue simmetrie,
le sue misure, le sue proporzioni doro. Le colonne cantano il loro ritmo immobile, pi vertiginoso,
nella sua pacatezza, di ogni profondit, di ogni fuga - la spazialit dei suoni. Il vento, vecchio e
volubile giullare, sembra felice di passare su questi strumenti, dono dei secoli.
Lanima umana, nella disperazione (la disperazione  la creatura prediletta dellintelletto),
lanima umana, nel carcere della necessit, diventa un tossico, un tossico che pu avvelenare anche gli
Dei. Gli Dei non temono luomo sovrano, luomo libero e divino a cui sono affini. Gli Dei temono
luomo schiavo, luomo senza speranza. La speranza non pu dimorare nellintelletto, che ne fa strazio;
essa diventa un terribile avvoltoio se la si condanna - essa  forse lavvoltoio di Prometeo.
Larchitettura nasce nello spazio;  avvolta dallo spazio come da un sudario. Ma la sua magia,
che  la magia dello spazio, riesce a contenere tutta la misura dello spazio (lanima dello spazio  la
misura). Il nostro occhio, locchio che crea la rappresentazione di tutte le cose,  il pi grande degli
architetti; le sue costruzioni sono meravigliose e servono di modello al mondo - hanno proporzioni,
rapporti, simmetrie e prospettive. Locchio  linventore della pi bella di tutte le linee: cio
lorizzonte. Linea aperta e invalicabile; limite irraggiungibile, inviolabile; significato del limite quando
 il confine, la porta dellinfinito. Il limite che evoca linfinito e lo placa.
Laspirazione comune degli uomini  lavere un carattere; o il far credere di avere un carattere.
Ma vi sono alcuni che sanno rifiutare il carattere che  come un obbligo di restare fedeli a un modello -
che sanno rinunciare e respingere tutti i tratti, le particolarit (o le generalit), le fedelt, le continuit
che costituiscono il carattere. Il carattere  allora la novit, limprevisto e la creazione.
Noi siamo continuamente espulsi dallEden; ma la colpa  nostra o  la colpa dellEden? Siamo
espulsi dallEden perch il nostro valore  superiore a quello dellEden? La nostra colpa, la colpa per la
quale siamo espulsi  la volont di conoscere; e non vediamo perch debba essere considerato una
colpa il desiderio di sapere; la colpa di Prometeo.
La condizione necessaria per conoscere lEden  di uscirne; lEden del presente pu essere
conosciuto soltanto quando  divenuto passato, memoria, rimpianto. Conosciamo lessenza della vita
non quando la viviamo, ma quando la ricordiamo. E perci il ricordo  lunica forma della conoscenza,
 lunica forma. Il presente non ha forma - la forma che  conoscenza, pu essere soltanto la memoria,
che  la sola presenza dellEden. E' paradossale che la sola presenza consapevole sia la memoria.
Noi siamo la verit;  perci,  proprio per questo che ci  impossibile di conoscerla. La
conosciamo quando diventa altro, altro da noi. La conoscenza, lespressione, la stessa memoria creano
lanteriorit della verit e della sua attualit. Se la verit  un Eden, noi possiamo conoscerla solo
quando ne siamo fuori, quando ne siamo espulsi ed esiliati. I sudditi, gli amanti, i credenti della verit
sono degli esuli. La conoscenza della verit  la sua distruzione. La conoscenza, che  negazione, vuole
essere la sola creatrice della verit, vuole essere la verit essa stessa appunto perch ne  la negazione.
Nellantico mito  gi tutto il nostro destino. La memoria  sempre mitica.
I grandi scrittori, come la memoria, sono i grandi creatori dei miti. Il mito di Don Chisciotte 
anche il nostro; anche noi traversiamo la vita portati da uno squallido Ronzinante, credendo di essere
ci che non siamo. Nei libri noi attingiamo limagine di ci che non siamo; e con questa imagine, come
Giacobbe con langelo, lottiamo per tutta la vita. Chi si rassegna a essere quello che , cio nulla? Ma
forse proprio da questa rassegnazione, da questa apparizione, nascono e rinascono tutte le fantasie.
Limmaginazione di Don Chisciotte immaginava che non soltanto lui stesso, ma anche le cose fossero
altro da quello che sono, fossero metafore. Con ci inaugurava il barocco. Ma, chi ci assicura che anche
la nostra rappresentazione visiva, auditiva, tattile, non sia una metafora? Tutto  realt o tutto  la
metafora, laltro dalla realt. La verit  laltro dalla realt; o viceversa. La verit  il mito di una realt
cosciente, ma la coscienza  sempre metaforica. Forse lattualit e lEssere sono una metafora del nulla.
Tutti, per vivere, hanno bisogno di divenire una metafora, una forma. La coscienza, che
dovrebbe condurci alla realt, fuori da ogni metafora,  una metafora essa stessa.
Noi tutti abbiamo lesperienza dellarte; chi ha la capacit e il privilegio di crearla, e chi ha
soltanto il privilegio minore di conoscerla, sa per sola esperienza che cosa sia larte, lidea artistica, etc.
Ma nessuno  mai riuscito a spiegare, a definire, a conoscere, nel senso intellettuale e razionale della
parola, che cosa larte sia. Lunica possibilit rimasta  quella della teologia negativa; come di Dio
possiamo dire ci che larte non , ma non ci che . Alla domanda di ci che certamente larte sia,
nessuno ha risposto adeguatamente, e nessuno risponder mai. Lessenza dellarte ci sfugge;  presente
pi di ogni altra realt o conoscenza; ma  la pi fugace delle presenze. Occorrerebbe conoscere come
la sensazione abbia inventato i colori, i suoni, il tatto, i profumi, etc. Impresa impossibile, come la
scalata a tutto ci che  soggettivo, cio impervio. Le sensazioni possono essere le diversit assolute
della attualit, della soggettivit. Sono anchesse delle resurrezioni. Diversit che conosciamo in quanto
lattualit ha coscienza di s mediante la negazione. La coscienza della diversit  lessere dellattualit
e lessere della diversit; poich questo essere  mediante la sua negazione. Lattualit si nutre della
propria negazione, e con ci  gi sulla via dellarte, del concetto, del pensiero. Si potrebbe dire la
metamorfosi di una direzione; o anche il coincidere nellatto di due direzioni opposte - per quanto la
parola spaziale di "direzione" sia impropria. La sensazione  lattualit come assoluta differenza da
quel negarsi che essa . La sensazione viene allora ricongiunta, identificata al mistero originario
dellattualit, unico come lassoluto. La sensazione  la diversit da s, cio dal nulla, dellassoluto. La
sensazione  anchessa la metamorfosi della perdizione in salvezza - e, ritornando al paragone
donchisciottesco, la sensazione, le straordinarie incomparabili assolute invenzioni delle sensazioni,
sono la differenza dellattualit, sono la certezza, la persuasione che lattualit (la sensazione) ha di
essere essenzialmente diversit da s, di non essere altro che diversit da s. Pertanto lattualit, come
Don Chisciotte, come noi, vive in quanto pu credersi differente da ci che .
La scoperta della nostra alterit  una conseguenza della nostra ricerca dellidentit;
dellidentit che crediamo di essere. Questa ricerca dellidentit, simile a una ricerca del Graal,
conduce al nulla, allidentificazione dellidentit e del nulla. Ma la scoperta del nulla si trasfigura nella
scoperta della nostra diversit da questo nulla - e la verit e la salvezza  proprio ci che non
cercavamo. La persuasione finale del nostro essere altro da noi, non  linganno fondamentale della
nostra vita, inganno necessario - ma pi probabilmente  la nostra verit, verit ambigua. Anche la
verit ha paura dellidentit. Lambiguit della verit  una scoperta moderna; ma ora dobbiamo
persuaderci della nostra ambiguit, che compromette la nostra morale. Perch necessariamente
ambigua deve essere la nostra morale, come lo  il nostro spirito e qualsivoglia fede si decida di
accettare. Lambiguit dellassoluto pu essere tragica come nel caso della divinit o comica come nel
caso di Don Chisciotte. Anche la comicit  ambigua e poco sappiamo di essa; ma certamente essa ha
un rapporto con lassoluto. E' la coscienza dellambiguit dellassoluto, quando l'ambiguit non pu pi
risalire le vette o scendere negli abissi dellidentit.
Vi  unambiguit anche nelle sensazioni, che sono lesemplare di ogni diversit assoluta. Vi 
dunque una ambiguit del suono - esso  diversit per definizione, come il colore. E' anchesso la
diversit dellattualit e della durata; la continuit dellambiguit, e lambiguit della durata. La
diversit attuale della durata  la mutazione. La musica  la durata della mutazione. Ma la mutazione 
lattualit di una negazione. Dove attualit e negazione, considerate separatamente, cio astrattamente,
sono entrambe identiche, sono coperte dalla maschera dellidentit. Ma la loro sintesi, la loro unit,
rivela la differenza dellattualit; differenza che  assoluta e che  il paradosso della mutazione
assolutamente attuale (il divenire).
E pertanto la musica, come ogni altra arte,  il divenire del negarsi. Il divenire  la metamorfosi,
lepifania del negarsi. E' una tragica perdizione che si trasforma in una luminosa salvezza - della quale
godiamo come di una raggiunta consapevolezza dellessere, della nostra presenza. Ma perch il
divenire e limagine che ne  appunto limagine, che ne  lalfabeto, che ne  lambiguit, perch il
divenire, il risorgere,  preferibile alla pace dellinfinito negarsi, perch limmortalit  preferibile alla
morte (una infinita ripetizione di vite angosciose, di orribili futuri, di strazianti memorie), perch la
parola  preferibile al silenzio? A questo interrogativo non potremo mai rispondere; lattualit  una
trascendenza, e diviene tale appunto quando la si conosce, la si nega - una trascendenza alla negazione
e alla conoscenza. La trascendenza, cio linconoscibile,  il riposo della conoscenza,  la sua pace;
perch la conoscenza sa ed esperimenta che linconoscibile  la pi bella e nobile delle sue creazioni -
la pi bella delle sue salvezze. E forse ogni opera darte  ambigua, come abbiamo ripetuto, perch  il
fiore, la trasparenza, la presenza, lassolutezza della conoscenza (lopera darte  lassoluto conoscersi
di una azione), e insieme  la pi perfetta e sublime delle inconoscibilit.
Ma la via della cos detta arte (non troviamo una parola atta a sostituire questultima, tanto
adoperata) non pu essere sostituita da altre, nella ricerca della trascendenza che  probabilmente il
Graal, e che non si pu raggiungere direttamente e immediatamente? Anche larte diviene finalmente
una rinuncia a se stessa, come vediamo oggi - la via verso lassoluto, cio verso quella conoscenza
dellinconoscibile che lo crea, pu essere quella della ascesi, della rinuncia totale, della negazione
continua (che  lunica vera rivoluzione continua, perch non ha fine), che non ha mai fine, e che
diviene, col suo negarsi, lunica potenza creatrice; essa nega la realt, la verit, le evidenze, le imagini;
e che con la medesima potenza le ricrea dando loro la giustificazione del sacrificio. Perci, come
lattualit crea la sua negazione, cos la negazione crea la sua negazione, la negazione di s, che 
lattualit. La sola vera negazione  la trascendenza; la trascendenza a cui la negazione perviene per la
via degli inferi; cos come, seguendo le vie verso lOccidente, si perviene allOriente. La via negativa 
una via che pu essere percorsa dai non privilegiati dellispirazione artistica -  lassoluto per tutti. Ma
privilegiati sono quei pochi che la scelgono; forse  il loro altro che sceglie per essi; lispirazione, la
scelta, lelezione,  un manifestarsi dellaltro, della differenza occulta, della predestinazione. Il destino
 il verbo dellassoluto.
9 dicembre 1973 (settantatr)D
QUADERNO 360
Roma, 9 dicembre 1973
Noi, morendo, non possiamo portare nulla con noi sullaltra riva; nemmeno la nostra
immortalit. Lasciamo la nostra immortalit in questo mondo e lo costituiamo erede di essa; questo
mondo frivolo e volubile, arbitrario e cattivo e generalmente stupido.
Il mondo che ci sopravvive  larbitro della nostra immortalit; pu accettarla e assimilarla,
oppure dimenticarla in qualche angolo oscuro, oppure distruggerla. Fin che siamo vivi ci illudiamo che
la nostra immortalit, limmortalit della nostra epoca, possa dominare il tempo futuro. Formarlo e
forgiarlo a sua imagine; cos come forma, cio interpreta e giudica, il suo passato. Abbiamo sempre il
senso della suprema sovranit del presente; ma interpretiamo il presente come un momento che non
torna pi e poi  sostituito da un altro momento, da un altro presente. Mentre il presente  uno ed
eterno. Ora il futuro, anzich assoggettarsi alla nostra eternit, pu giudicarla e condannarla a suo
arbitrio. La nostra presunta immortalit pu essere condannata a morte, senza che gli esecutori di una
simile sentenza possano in alcun modo essere puniti.
Limagine musicale; il divenire  sempre il divenire del suo togliersi (cos appunto la musica); e
questo divenire, appunto perch divenire del suo negarsi,  assoluta diversit e alterit. E' mutazione e
diversit sonora e pertanto imagine e continuit musicale; cio rapporto di continuit tra il togliersi e
lattualit (lattualit in questo rapporto si fa divenire).
Pornografia. Lo Spirito  imitatore del corpo, simia corporis, quindi anche nelle sue possibilit
creatrici; nella sua dialettica di affermarsi negandosi imita lorganismo vitale e corporale. Pertanto non
sarebbe assurdo identificare la nostra divinit, che  poi la divinit in s, con la nostra sessualit. E
questo significa che la sessualit, la sfera sessuale, deve essere trattata e rispettata come la divinit e
che nei suoi confronti debbono essere onorati tutti i divieti, tutte le norme che si impongono nei nostri
rapporti col divino. Quindi il divieto dellimagine e della rappresentazione, il divieto dellesibizione,
etc. La divinit non deve essere esposta agli sguardi dei profani; solo i sacerdoti, cio, in questo caso
gli amanti, possono vedere ed evocare, esercitare, la loro divinit. Un uomo si vergogna di esibire il
sesso, come di esibire la propria divinit, sacralit, santit, spiritualit, etc. Origine delle vesti; le vesti
sono il velame del tempio. Il velame della sacralit, cio anche del sesso.
Trascendenza dellimagine, trascendenza della diversit. Limagine  creata come una
trascendenza; e cos la diversit; perch esse sono lattualit conosciuta dalla sua negazione - lattualit,
nellatto in cui essa  assolutamente conosciuta dalla sua negazione, diviene trascendenza e diversit.
Anche la musica, limagine musicale,  la creazione mediante la negazione (mediante il tempo) di una
inconoscibilit, di una trascendenza; la creazione dellinconoscibile mediante la conoscenza. Lo stesso
pu dirsi anche per la sensazione. Limagine  ambigua, ha una duplice natura -  attualit, attualit del
suo negarsi,  conoscibilit perfetta, e insieme trascendenza e inconoscibilit, anteriorit creata. Forse
larte dellimagine raggiunge i suoi culmini quando le due nature dellimagine sono equilibrate. Ed
effettivamente tutta la sfera intellettuale e soggettiva delle imagini  un equilibrio tra la conoscenza
(conoscibilit) e linconoscibile.
La sonorit, come il colore,  una diversit assoluta (cio una trascendenza) conosciuta e creata
dalla propria negazione. Conosciuta e creata come inconoscibile, come differenza assoluta dalla propria
conoscenza, cio dalla propria negazione. La differenza assoluta e attuale  attuale mutazione - un
gioco di miracoli. La mutazione attuale  divenire appunto perch  lattualit del suo togliersi - che 
la metamorfosi del suo togliersi.
Nessuno di noi pu essere allaltezza del suo miracolo; del meraviglioso miracolo della vita con
cui si identifica. Tutto in noi  miracolo; la sensazione, la memoria; la nostra presenza, il nostro essere
e il nostro non essere. Il nostro divenire, che ci conduce alla nostra distruzione, ed  attualmente il
nostro negarci. Il miracolo del tempo, dei colori, dei suoni, della rappresentazione. E infine, miracolo
alla seconda potenza, la coscienza di questo miracolo. Il pi grande miracolo delluniverso, cio noi,
che si propone lumilt come unica salvezza, come la vera e necessaria pace. La sublimit miracolosa e
insondabile della conoscenza, laltezza che non  mai alla sua altezza, e che  ignoranza assoluta di
tutto ci che di grave e di serio e di vero vorremmo conoscere. Noi parliamo sempre senza conoscere il
valore delle nostre parole, il loro significato.
Noi siamo i creatori del tempo,28 la sua origine, la sua patria, il suo nido, e il suo propugnacolo,
e non possiamo possedere n il passato, che non  pi, n il futuro, che non  mai, perch non  pi
futuro quando diventa presente. Il futuro si volge indietro verso noi, per diventare presente, e il passato
si volge in avanti, verso di noi (noi, il suo attuale futuro) per restare passato, per conoscersi come
defunto. Del tempo - di cui siamo i creatori e gli esclusivi rappresentanti nel mondo, gli esclusivi
proprietari - non possiamo possedere n il passato n il futuro. Non possiamo possederne nemmeno un
istante; perch listante, nellatto in cui compare,  gi divorato dal mostro del nulla. Presente, passato e
futuro, sono la triade temporale, la perpetua riapparizione della Trinit (chi far la storia del numero
tre?). Tre figurazioni distinte, che sono una indissolubile unit. Allantico Dio trascendente abbiamo
sostituita la Societ altrettanto trascendente e ancora pi astratta; ma tanto meno umana del vecchio
Dio che era antropomorfo, mentre la Societ non lo  pi. Il vecchio Dio antropomorfo, nostro
rappresentante in partibus infidelium, cio nel cielo; nel cielo dominio selvaggio di astri mostruosi e
inconsci.
La verit non deve rispondere di nulla a nessuno; essa risponde di se stessa soltanto a se stessa;
essa  un sistema la cui coerenza o incoerenza, la cui armonia o contrasto rimane come caratteristica
della verit.
Tutti i misteri che la vita ci presenta, il mistero ambulante che noi siamo, e i nostri rapporti con
gli oggetti e con la morte (in cui muoiono tutti i misteri), erano dagli antichi concentrati in un unico
grande mistero a cui era dato il nome di Dio, sul cui conto non conveniva troppo indagare. Dio era
lorigine, la causa, la causa non causata, era la spiegazione unica e la trascendenza a ogni spiegazione;
il solo modo di garantire la spiegazione senza spiegarla. Ma, con lallontanamento, il licenziamento e il
ripudio della ipotesi-Dio, e di Dio stesso, i misteri non scomparvero; anzi riapparvero pi misteriosi ed
esigenti di prima, umiliandoci con la nostra incapacit o impossibilit di spiegarli. Incapaci di
conoscere, o meglio riconoscere noi stessi. A quale fonte possiamo rifarci per trovare una origine?
Soltanto dal nulla, dalla negazione del mistero.
Lorigine di tutto  la nostra, cio lattualit di questo istante; attualit che  attualit del suo
nulla, e con ci  una trascendenza legittimata da questo nulla. Legittimata da se stessa, cio dal nulla.
Lattualit del momento  tale in quanto  coscienza; non pu essere n esistere ci che non 
coscienza. Il tempo, la durata, listante (quando non  solo astrazione)  memoria; cio lunica possibile
coscienza di s - e questa coscienza non ha altro oggetto che il nulla. Loggetto  il fondamento della
coscienza e del pensiero. Pertanto lattualit, che  puro distruggersi e nullaltro,  coscienza; e il suo
distruggersi  la sua coscienza. Lattualit  nulla, in quanto  attualit del nulla. E noi dobbiamo
credere, aver fede che latto del distruggersi  lunico atto creatore.
La poesia  una luce, ma una luce nelle tenebre, una luce che non distrugge le sue tenebre, che 
tributaria delle tenebre. Forse essa  il riconoscersi delle tenebre; riconoscersi che  la sola vera luce.
La luce ha bisogno delle tenebre interiori. E' una accettazione delle tenebre. La poesia diffonde le
ombre create dalla sua luce, e la luce creata dalle sue ombre. La poesia, con la sua luce, sveglia tutte le
ombre che sono in noi. Essa  una oasi nel mondo delle evidenze. Lombra di un sole impossibile che si
rivela solo con lombra - in principio era la luce, e da essa derivarono le tenebre.
La vita, cio lattualit, dellinfinito  la nostra immortalit. E lattualit, il mistero inaccessibile
dellattualit,  la testimonianza dellinfinito,  lattualit dellinfinito,  linfinito. Linfinito 
lattualit del suo nulla, e perci  tutta la realt.
Roma, citt ambigua da quando ha sostituito il sano imperialismo politico con il torbido
imperialismo spirituale di una chiesa - e non limperialismo spirituale dellingegno della cultura, delle
anime. Limperialismo culturale fu lasciato a Parigi e pi tardi a Firenze. Roma conserv soltanto
limperialismo di una Chiesa burocratizzata. La Chiesa  la crisalide di una fede, di una fede che essa
stessa rende impossibile. La duplicit, lambiguit di Roma, iniziata con lipocrisia di un imperialismo
di penitenti (con il pentimento per limperialismo politico-militare cre limperialismo rinnovato e
consacrato; quindi la suprema ambiguit - ricrea ci di cui si pente nellatto stesso del pentirsi).
Lorigine non pu essere che lattualit. Collocare lorigine in un lontano passato  un grave
errore di prospettiva;  lorigine attuale che crea il passato. Il passato ha la sua origine nel presente -
cos come il nulla. Il nulla, che  sempre attuale. Il nulla  annullarsi, cos come lattualit. Lorigine 
lattualit che si crea annullandosi e il nulla che crea lattualit, perch  lunica attualit assoluta.
Lattualit, annullandosi, crea il passato e il futuro; e il nulla si crea abolendo il passato e il futuro,
restaurando lattualit. Non possiamo affermare il nulla senza affermare la nostra attualit, n la nostra
attualit senza affermare il nulla - lorigine  un circolo vizioso.
Poich lattualit non  che negarsi, essa non pu conoscersi; non pu affermarsi, non pu
essere che trascendenza. La trascendenza del negarsi. Non possiamo pensare il nulla come originario e
trascendente se non pensandolo come attualit, anzi come lattualit, la soggettivit del nostro pensarlo.
La trascendenza dellattualit (due termini che sembrano escludersi) contiene il nulla, perch  il suo
pensarsi, il suo essere attualit come nulla.
Lattualit  il tutto. E il tutto si deve concepire come lunica attualit, come lunico istante. Il
tutto  lunico istante del suo negarsi; il tutto  lattualit del suo negarsi. Listante, lattualit, non
potrebbe essere assoluta negazione di s se non fosse lassoluto, cio il tutto. Il Signore, creatore del
passato e del futuro. Soltanto il tutto pu essere la propria negazione, pu vivere la propria negazione.
Soltanto lessere, inteso eleaticamente come il tutto, pu essere la negazione, cio essere lattualit
della negazione.
La Chiesa di Roma fece di Roma, sua capitale, il centro del suo potere, della sua
amministrazione, la giustificazione della sua universalit. Parigi divenne la capitale della cultura, della
filosofia, cio della teologia. Le fiamme della fede, le illuminazioni mistiche, si accesero in Umbria e a
Siena, nella Renania e nella Castiglia. E' perci che a Roma si form, dopo Avignone, il grande scisma,
i concili, un vuoto danime e di fede. Da quel vuoto, da quella zona spiritualmente depressa, furono
attirati gli artisti, lo stuolo delle imagini e delle muse, che divennero lunica spiritualit. Nel palazzo
Vaticano si sald lalleanza tra il Cattolicesimo e il paganesimo delle imagini e della cultura. Quando il
Cattolicesimo fu assalito e ferito dalla Riforma29 (forse la Riforma fu lerede delle popolazioni barbare
non sottomesse da Roma, come il Cattolicesimo fu lerede di Roma), esigette che anche larte e gli
artisti e le muse partecipassero alla difesa e al contrattacco. Nacque cos il Barocco.30 Le Muse
barocche eccitarono i combattenti, ne ampliarono le vittorie, ne velarono la sconfitta essenziale. Anche
il Barocco divenne ambiguo come Roma. Gli artisti fiorentini e lombardi, controriformati, rimasero
artisti in quanto rimasero il contrario di ci che dicevano o erano obbligati a dire. Inventarono una
straordinaria libert (libert dagli equilibri, dalle armonie, dalle regole, dalle sobriet rinascimentali)
nellatto in cui esaltavano le iperboli dellautorit, del potere, della Chiesa trionfante. Contraddizione
vitale del Barocco.
Dante inquin i tre mondi dellal di l cattolico, trasportandovi con sublime contrabbando le sue
passioni - e le peggiori di tutte le passioni, cio le passioni politiche.
La grande storia, o meglio la grande storiografia,  una trasfigurazione della realt, come la
memoria. Le epoche storiche hanno molte vite, ma la loro vera vita  la vita postuma. La vita postuma 
un accenno allimmortalit. La vita postuma delle epoche storiche, la vita postuma del tempo, lo
rinnova, ne rivela ai posteri lo splendore e il significato, quel significato che i contemporanei di quella
et - cio i suoi autori - non potevano conoscere. La vita postuma  la trasfigurazione, la diversit che il
tempo assume, il tempo nato dallidentit dellanima. Cos, per noi individui muore il corpo, la
semplice obiettivit riducibile a identit. Ma sopravvive lanima, cio la diversit essenziale, la
trasfigurazione, lalterit, il significato, insomma tutto ci che non possiamo conoscere di noi stessi.
Sopravvive la nostra inconoscibilit. Ma la storia minuta e frivola, che non  degna di trasfigurazione,
che  soltanto se stessa, non pu sopravvivere, ma testimonia soltanto la realt, limmediatezza del suo
tempo.
Dio  lattualit; cio  il momento attuale, listante attuale, che  il tutto e la propria negazione.
E perci  trascendente ed eterno. Il tutto non pu essere fuori di noi;  noi; ed esser noi vuol dire
essere lattualit dellatto, lattualit dellistante che  unico e attuale, perch lattualit  appunto il suo
negarsi. Noi siamo simili a Dio nella negazione - poich latto assoluto  negativo; esso  noi e la
trascendenza ed eternit dellattualit di questo istante.
Lorigine  lattualit; ora, lorigine, cio lattualit, non pu avere n un prima n un dopo.
Essa  unica e sempre attuale, creatrice del passato e del futuro; cos non pu esservi un nulla prima o
dopo lattualit. Il nulla deve essere attuale come lattualit che lo crea, e lattualit  creata come tale
dallattualit del nulla. Lattualit  il suo annullarsi, ed  lattualit del suo annullarsi, del suo nulla.
Lattualit e il suo nulla sono la medesima attualit; sono il medesimo unico istante; sono la sua
trascendenza, la trascendenza del suo attuale negarsi. Nulla era prima dellatto.
Il nulla non pu essere n prima n dopo latto,31 perch il tempo, lidea del tempo  appunto
nellatto,  appunto latto. E il nulla non pu essere fuori dellatto, perch lidea di esteriorit  interiore
allatto, la spazialit infinita  il negarsi del nostro atto; la spazialit  latto, il moto, e la negazione
dellatto e del moto. Perci il nulla  attualit,  eterna presenza,  eterno come lattimo, pura
negazione di s. E lattualit  il nulla, la presenza  il nulla; ma in quanto , in questo essere  il
tradimento e insieme la fedelt, perch essere il nulla vuol dire essere lattualit del nulla, cio il
negarsi dellattualit, cio leterno atto. Per noi, per le imagini, la purificazione del negarsi  necessaria.
La memoria  questa purificazione; la memoria  lessere del non essere -  lessere nella forma del non
essere e il non essere nella forma dellessere.
LIo  un tiranno di cui dobbiamo a ogni costo liberarci o  una necessit come tutti i tiranni? I
regimi collettivistici divengono schiavi totalitari di qualche Io al superlativo. LIo  una necessit,
anche perch  una resistenza contro la necessit. Ma lIo non deve essere mai oggettivato;
loggettivazione  il suo pericolo mortale; lIo deve essere la negazione della sua oggettivit, deve
essere il soggetto del suo negarsi.
Noi dobbiamo vedere in tutte le cose la negazione dellio; e questa negazione  appunto lIo. E'
la resurrezione dellio giustificato; la resurrezione di Cristo  la resurrezione dellio, dellindividuo.
Lindividuo  lunica e la massima delle universalit. Lavvenire della societ, del mondo,  un
avvenire militare. Lavvenire dellio  militare - disciplina (rinuncia assoluta) e potere.
LIo  contraddittorio come tutte le sue incarnazioni. LIo si dirige verso il possesso, verso la
sua oggettivazione, e cio verso la distruzione, la metamorfosi diabolica dellio - che non riesce a
rimanere pura soggettivit che cerca un fondamento e un appoggio. LIo vero, lIo paradisiaco, lIo che
 il solo vero Dio  lIo che riesce a essere unicamente soggettivo, e che in tutte le cose riconosce la sua
soggettivit, la sua presenza, che la riconosce anche nella oggettivit che non  il suo sostegno, la sua
base, ma  la sua negazione. La nostra negazione  noi come il soggetto, come la nostra attualit, come
il nostro atto - latto del negarci  il nostro atto. In tal senso, come nostra negazione, loggetto  nostro
e insieme  altro da noi,  lopposto da noi, che ci sostituisce ovunque. Loggetto  lattualit del nostro
vuoto; il vuoto che  lattualit pura. Loggetto  il nostro stesso atto, ma in quanto negazione assoluta
di s; loggetto  latto nel suo vuoto. Latto  il suo vuoto e lattualit di questo vuoto. Il nostro
organismo, cio il nostro corpo,  oggetto che  e vive nel vuoto sacrale della nostra attualit. Il nostro
corpo  oggetto; e che questo oggetto viva  la sua coscienza di essere attualit, cio la nostra attualit e
la negazione di esse.
Che  il nostro Io? LIo  la nostra attualit in quanto essa si conosce negandosi, in quanto si
conosce come propria negazione. LIo  lassoluto in quanto esso si conosce negandosi ed  lattualit
di tale negazione; di qui la natura singolare e duplice dellio, che  unit del tutto e separazione dal
tutto. Autobiografia: noi siamo come taluno che, avendo per caso e in un istante inopinato scoperto un
grande e grave tesoro in un breve spazio, consuma il resto della sua vita a farne linventario. Un tesoro
che cresce quanto pi si tenta di enumerarlo, di inventariarlo.
Ogni differenza  un assoluto che ignora di essere differenza; o anche: ogni differenza  un
assoluto che, negandosi,  differenza da questa negazione, ma mediante essa rimane assoluto.
Ogni passato ha un suo futuro, un futuro immanente che non sar mai una presenza. Ed  il
futuro immanente in un passato, un futuro che non sar mai;  questo futuro nascosto e perduto gi
dalla nascita,  questo futuro nascosto che fa il meraviglioso carattere del passato, che giustifica e
consacra il passato. E' la riconsacrazione di un passato dissacrato dal tempo.
Il nulla  nellatto ( latto) perch latto  tutto, e latto  tutto perch  il nulla,  lattualit del
nulla. Latto  tutto e perci  il nulla, cio comprende il nulla; comprende il nulla da cui  compreso.
Nellatto del negarsi (del conoscersi)  compreso dal nulla, e lattualit di questo atto  il nulla, cio a
sua volta lo comprende.
La Danza delle Muse, danza concorde come ogni danza, fa danzare insieme, al suono dellunica
lira apollinea, nove discordie, nove differenze irriducibili, bench nate da ununica attualit, da un
unico tronco, forse da ununica armonia. Cos, nella nostra unit, dominata dallIo-Apollo, si
intrecciano con lunico ritmo del nostro sangue, del nostro cuore, innumerevoli irriducibilit, come le
irriducibilit dei sensi (il suono non  riducibile al colore, al tatto, allolfatto, etc.). Cos la Musa della
matematica non  riducibile alla Musa poetica, leloquenza non  riducibile alla lirica; lintelletto non 
riducibile alla vita, il tragico non  riducibile al comico, la fede non  riducibile alla conoscenza.
Aggiungiamo che ciascuna di queste qualit  in contrasto con se stessa,  diversit da se stessa, come
lo spazio  diverso dal tempo; e potremo ammirare sempre pi la concordia discors, cio lunit
precaria ma indomabile del nostro organismo. Nello spazio vi sono misure e concordanze come nella
musica. Ma come ricondurre lo spazio al tempo, anzi addirittura identificare il moto nello spazio, con
lo spazio che esso percorre e crea, essendo come moto puro il tempo?
Secondo la filosofia classica dobbiamo conoscere il mondo che ci  "dato" nei vari sensi della
parola; anche in quello di donato. Gli scienziati guardano in bocca a un cavai donato; secondo Marx
non dobbiamo conoscerlo, ma cambiarlo. Cambiare  conoscere,  la negazione del dato come
conoscenza. Ora, noi posteri e postumi abbiamo terrore di conoscerlo e troviamo tutto gi cambiato; il
cambiamento avvenuto  divenuto un dato, un dono della sorte, sinistro (nei due sensi della parola)
dono; la nostra eroica filosofia  il tentativo di sopportarlo - di sopportare il destino, salvando la nostra
umanit, salvando la nostra anima. Il nostro destino non ha pi unanima. La parola conservatore
designa colui che vuol conservare (nel senso latino di "servare") la nostra anima, conservatore
dellimmortalit, contro il destino. Limmortalit  la vittoria sul destino.
Nella storia romana vi  la prima met che crea il tempo e la seconda met, lepoca imperiale,
che  sulla difensiva contro il tempo. Lepoca di libert crea paradossalmente il destino, che  un
destino di servit. Il destino  un padrone, il padrone della nostra servit. Lepoca imperiale, lepoca
del destino,  anche un tentativo di salvarsi dal destino, di andare oltre il destino, oltre il destino che
essa . E' lepoca delle nuove religioni che cercano lal di l dal nostro destino. Nellepoca del destino
il tempo non  pi creatore, ma lento subdolo fatale distruttore; e distruttore di se stesso. Le epoche del
destino, che noi abbiamo creato e che, come ogni creatura, strappa il potere al creatore, sono le creature
del tempo e tentano di distruggerlo, nellatto in cui lo sono. Ma il tempo  distruttore di se stesso, come
il destino.
La memoria, cio il tempo,  lassoluta e infinita diversit dellatto nellordine della negazione,
cio nellordine della resurrezione - la resurrezione dei morti. La successione, una delle forme del
tempo,  una resurrezione perpetuamente attuale, come la sua negazione. Attualit e negazione
coincidono e sono successione.
Limpero romano croll, distrutto dal destino, dopo avere creato il suo al di l, lal di l dal suo
destino.
LEuropa, che era nel passato lunico mondo, rivel il mondo a se stesso; e ora  duramente
punita della coscienza delluniversale (che  la vera universalit);  punita di questa sua azione
prometeica. Giove condanna i Prometei che rivelano e donano il fuoco delluniversale, il fuoco della
conoscenza.
Forse, per ogni dono vi  una ricompensa tragica. La gratuit turba le leggi della, la costituzione
dellUniverso.
Lanalisi  la nostra guida sulle vie dellinfinito. La sintesi  lillusione del tutto riconquistato,
dell'infinito raggiunto; forse, la funzione della sintesi  di preparare nuovi infiniti per lanalisi. Lanalisi
si identifica con linfinita negazione di s. Quellinfinita negazione di s che  il tempo, e di cui la
memoria  la sintesi; la memoria crea nuovi infiniti. Essa  luniversale resurrezione dalluniversale
analisi, dalla infinita analisi. La memoria  il modo con cui lattualit risorge, cio come assoluta
diversit - diversit dal nulla. Lidealismo e lattualismo dovrebbero ammettere che il mondo, la realt,
non  che memoria; la nostra memoria e luniversale attualit come memoria.
Lattuale e uni-versale e una; e perci pu essere assoluta diversit, senza riferimento che alla
propria negazione, cio alla propria attualit.
Ogni pluralit, non potendo essere astratta, tende allindividualit, cio allunit, ed  allora
diversit senza pi confronto. Vi  una sola unit; la pluralit dellunit  il sacrilegio. Forse la nostra
immortalit  la memoria dellattualit; lattualit stessa, in quanto attualit della sua negazione, 
memoria. Si pu paradossalmente dire che lassoluto sia memoria, memoria del suo negarsi, coscienza
di s mediante la sua negazione.
Alla fine dellimpero romano, quando tutto vacillava, si dissolveva, crollava, gli uomini ebbero
la sensazione (pi o meno consapevole) che tutto luniverso crollasse, perch essi sapevano che vi era
un unico mondo, e che oltre questo mondo, oltre il tempo e la vita di questo mondo, non poteva esservi
che il nulla. Allora questo mondo, e gli uomini di questo mondo in pericolo, fecero appello alle
supreme energie del loro passato, alle pi antiche memorie; queste memorie - anteriormente ai filosofi,
ai giuristi, agli architetti, agli strateghi, anteriormente agli Dei Olimpici, nati dalla fede delluomo in se
stesso, vi era il culto del sacrificio, della vittima sacrificale, in cui luomo veniva sacrificato a Dio, cio
allassoluto, e lassoluto veniva sacrificato alluomo, perch lassoluto assumeva tutte le nostre colpe.
Cos, in extremis, con un salto indietro nel passato, nel passato anteriore alle civilt, al pensiero
razionale, nacque il Cristianesimo; nelle estreme lontananze del passato furono trovate le radici del
futuro.
La memoria  lassoluto nella forma della sua negazione; perci  la diversit attuale dellatto
come diversit dalla sua attuale negazione.
La conoscenza, come la memoria,  dopo la morte. Anche la verit  dopo la morte. La
conoscenza  lesperienza della morte (come la memoria, che  "commemorazione" di una morte, della
nostra morte continua); appunto perch esperienza di una morte, del nulla, la conoscenza  diversit e
conoscenza dellattuale diversit; perch conoscenza dellattuale morte. La conoscenza del nulla non 
la conoscenza di un oggetto;  unesperienza della propria morte e perci unesperienza della diversit -
come la memoria. La morte  riduzione a identit come il nulla; il nulla  pura identit. Lattualit 
identit assoluta; contiene,  il nulla, e diversit altrettanto assoluta.
La verit  la conoscenza stessa; essa  identificazione, semplicit e insieme diversit, diversit
da s, da tutto. La verit  in apparenza semplice, ma questa apparenza semplice  appunto la sua
ambiguit. Anche la verit, per essere vera, per essere assoluta, deve avere il battesimo del nulla. E, per
essere viva, consapevole, deve essere ambigua, appunto perch si  immersa nel nulla. La verit con
lambiguit, con la diversit, si sottrae alla fallacia del nulla, e si identifica alla fallacia, e cio 
consapevole della sua fallacia. Sapere, conoscere, ricordare sono la creazione di una ambiguit, sono la
coscienza di una ambiguit. La verit non  loggetto della conoscenza, ma la conoscenza stessa. E la
conoscenza, laffermazione, come potrebbe essere, se non fosse ambigua? La conoscenza 
affermazione del nulla. Affermazione e nulla sono contraddittori; ma la conoscenza  la sintesi di
questa analisi, lanalisi mediante lidentit del nulla.
La verit  tragica come la vita.
La conoscenza della diversit  la conoscenza stessa. La diversit  conoscenza e la conoscenza
 la diversit appunto perch conoscenza dellidentit, del nulla. La qualit  la conoscenza; noi siamo
diversit; la conoscenza della diversit  la conoscenza stessa in quanto conoscenza del nulla. Noi
conosciamo la diversit in quanto la siamo, in quanto siamo la conoscenza che conosce il nulla. La
conoscenza  diversit nellatto in cui conosce il proprio nulla. La conoscenza, lattualit del nulla 
nellatto stesso conoscenza della propria diversit. La conoscenza della propria identit  la conoscenza
della propria diversit, cio  la conoscenza della diversit di questa conoscenza.
La memoria  continuit e attuale mutazione. La continuit non pu essere che lattualit di una
negazione - ma, come dobbiamo considerare tutto ci che ricordiamo, cio propriamente i ricordi? Se
listante  unico, come pu esso avere dei ricordi? Come spiegare con lattualit i nostri innumerevoli
ricordi dispersi e sparsi lungo le vie del tempo? E come spiegare la continuit senza questi ricordi?
Latto risorge plurimo dalla sua negazione? O il ricordo  soltanto lattuale differenza dellatto? Il
mistero dellatto nella forma della conoscenza, cio nella forma della negazione; latto  allora
trascendenza alla sua negazione;  la memoria,  il ricordo,  la trascendenza come diversit. La
conoscenza che lunico atto ha della sua differenza, della sua trascendenza, che conserva la sua
negazione. Pu latto della nostra vita indebolirsi, decadere, offuscarsi? Lessere attuale della
negazione  lattualit della durata. Ma la memoria  latto che rimane atto della sua radicale negazione
- della negazione attuale che  insieme la sua tomba e la sua resurrezione. Lattualit ha nel suo attuale
negarsi la sua attuale tomba e la sua attuale resurrezione. La memoria  un unico atto. E' lunico atto
della sua negazione, che  perci memoria e diversit. Latto che  attuale mutazione.
Noi viviamo cercando un al di l; quellal di l unico che  necessario allanima come un
ossigeno psichico; forse quellal di l a cui diamo il nome banale di futuro; forse ogni memoria  il
ricordo di un al di l, la memoria  il ricordo di un futuro irraggiungibile, di un futuro che non fu mai;
ma il ricordo  lo specchio del presente,  leco di un futuro; pi esattamente il ricordo  leco di un al
di l - dellunico al di l. Il ricordo  leco della nostra presenza, a cui il passato serve per immaginare
il futuro, per vedere il futuro come imagine e le imagini come future. E finalmente la rivelazione della
memoria  che l'al di l  lattuale presenza, cio siamo noi stessi. Ci pu sembrare una banalit e
darci il senso della delusione, come chi cercasse disperatamente un oggetto che ha in tasca. Perch l'al
di l non pu essere effimero come noi; ma la divinit, facendosi uomo, si  fatta effimera. Leternit si
 fatta effimera; ma, questo farsi effimera, il suo incarnarsi, come lincarnarsi delluniversale
nellindividuale,  la salvezza della divinit. Essa deve farsi perdonare la sua eternit. Luniversale,
incarnandosi nellindividuale, scopre che lunica universalit  lindividuo. Tutto ci che  ha la forma
dellindividualit. Lapprofondita coscienza del nostro essere effimeri, dellessenza effimera di tutte le
cose e dellessere  la nostra salvezza; come il negarsi dellassoluto della divinit.
Facendo fit faber, larchitetto che costruisce, o in altre epoche costru, un magnifico palazzo o
chiesa, in realt ha costruito se stesso, ha costruito la propria architettura. Il nostro spirito, come il
nostro corpo, vuole la sua architettura. Anche nelle zone aeree dello spirito vi sono castelli incantati,
sogni dello spirito creatore. Lo spirito (come la vita)  un creatore perch sa di essere un distruttore.
Ogni costruzione  la metamorfosi di una distruzione; ed  la distruzione/la coscienza di essere
autodistruzione, che giustifica tutte le nostre costruzioni. Chi altrimenti potrebbe perdonare tanto
orgoglio? Cos la speranza, per essere genuina, deve essere la metamorfosi di una disperazione che
traspare nelle sue strutture.
Le grandi filosofie sono delle oasi e dei miraggi che hanno bisogno di un deserto; il deserto che
 il fascino delloasi. Il deserto dellastrazione in cui tutto  chiarezza informe come la certezza; la
filosofia inventa le oasi del dubbio, dellombra. La filosofia inventa il dubbio; il dubbio imprevisto nel
gran deserto delle evidenze. Tra le evidenze solari, lo spirito muore di fame e di sete.
Forse sarebbe doveroso amare la scienza per se stessa, nella sua purezza, come un tempio di
marmo e non chiederle nulla, dedicandoci al puro conoscere, vitam impendere vero, senza secondi fini,
senza chiedere in cambio (premio) consolazione o speranza - ma la nostra tragedia, continua come il
tempo, ci porta una grave tentazione: invocare dalla scienza, dalla filosofia, dallastratta purezza
dellidea un principio di salvezza, il verbo della salvezza: la Parola divina. Chiedere una salvezza per la
nostra disperazione  un sacrilegio nel puro candido marmoreo e astratto tempio della conoscenza? La
nostra scienza, nostra figlia, lintatta Pallade, deve ignorarci come ci ignorano gli insensibili cieli?
La memoria  la massima astrazione, perch il passato che essa astrae e distilla dalla nostra
presenza  il nulla e insieme  il contrario di una astrazione, perch le sue imagini sono vive. Anche
limagine  una suprema astrazione,  una suprema realt - che  pi reale di una imagine artistica. E
tutto il mondo  rappresentazione. Limagine, la rappresentazione,  il mondo ridotto a forma,  una
astrazione dalla realt, ed  la realt, la verit della coscienza fuori e senza la quale ogni realt dilegua.
La conoscenza del nulla  creatrice di ogni diversit, della diversit in s; la conoscenza del nulla, cio
linfinito negarsi, che  linfinita astrazione da ogni essere,  nellatto lattuale diversit, la diversit
della coscienza, la realt della coscienza. La diversit  la nuova realt, la realt della coscienza, senza
la quale non vi  realt.
La caratteristica della realt  di essere effimera? Leternit non  reale,  una astrazione senza
imagini e senza qualit e senza diversit: forse la diversit  eterna in quanto coscienza di essere
effimera.
Linfinito negarsi pu identificarsi con lamore divino; cio pu identificarsi con la diversit.
Suprema identificazione che  suprema differenziazione - la spiritualit della negazione. Il mondo 
diversit perch  la negazione di s della coscienza. La coscienza  attuale diversit, perch 
negazione di s, la massima astrazione. Forse la massima immolazione. La diversit  il paradiso di
questa immolazione. Il paradiso  il paradiso del suo contrario, come lattualit  lattualit del suo
contrario. Non vi  speranza se non come metamorfosi di una disperazione e viceversa.
La saggezza e la fede; la saggezza  una fede invecchiata e pensionata - una fede a riposo. Ma
una fede dovrebbe essere il contrario di un riposo, il contrario di una pace, come fu gi detto.
Lo stoicismo fu una saggezza eroica che resistette per molti secoli, che domin molti secoli -
poi si mut in fede. Ma lo stoicismo era gi al di l della saggezza. Tutto, nel mondo,  contrario alla
fede. Come e perch un organismo perfetto come il nostro  destinato allorrore della corruzione, della
putrefazione? La perfezione  un patto col diavolo; la perfezione  a patto di essere effimera. La
perfezione  un privilegio e un rimorso.
La spiritualit  sempre negativa. La scienza pu servirci, ma soltanto come tecnica; non come
spiritualit, non come salvezza.
Forse, ogni ideologia e anche ogni fede serve come giustificazione di tutto ci che la morale
condanna, serve come antidoto ai rimorsi. Il supremo privilegio della vita, di essere vivi, si paga con un
continuo rimorso; il rimorso  esso stesso la colpa essenziale.
Lo spirito  avido come il corpo;  avido come noi. Vuole possedere. Si dispera se qualcosa si
sottrae al suo possesso, al suo dominio. Lo spirito vuole essere al potere. La sua colpa originaria  la
volont di potenza ottenuta con la rinuncia, con lapparenza della rinuncia. E' il riapparire del diavolo
nel mondo della fede, della rinuncia a s. Anche il diavolo, lantico demone, vuole una spiritualit; il
demone  una originaria divinit. Tutto  equivoco nel tutto. Forse anche lidea del tutto, da molte
filosofie oppugnata,  diabolicamente e divinamente equivoca. La notte coi suoi sogni, lincredibile
fantasia dei sogni,  pi affine al pensare profondo che il giorno con la sua chiarezza; la chiarezza 
lultima chimera. Niente  pi chimerico dellilluminismo. La luce  uno schermo tra noi e la verit?
Il nostro negarci non  una azione su un oggetto, su un ipotetico io, ma  la coscienza del nostro
nulla, e la coscienza che noi siamo il negarsi dellassoluto, il negarsi essendo la coscienza stessa.
Se noi crediamo nella infinita trascendenza dellinfinito negarsi (cio nella attualit del negarsi)
crediamo alla nostra trascendenza, crediamo nella nostra immortalit, appunto perch noi non siamo
altro che linfinito negarsi. Il negarsi attuale  il nostro mistero e la nostra luce.
Noi desideriamo e temiamo oltre ogni dire limmortalit. Ma limmortalit del negarsi  la vera
immortalit che  il medesimo e laltro, che nega tutto di noi, e rende con ci tutto immortale, 
limmortalit della diversit, dellaltro. E' limmortalit dellanima, perch  limmortalit della nostra
negazione. La coscienza  lesempio di questa immortalit. Cos limmortalit  ambigua come la vita.
 misteriosa come la vita. E' limmortalit del morire. Limmortalit del vivere  limmortalit del
morire?
La negativit  l'anima mundi e la sua immortalit e la sua infinit. La negativit dell'infinito 
la sua attualit. Lattualit  lattualit dell'infinito. Che sarebbe e come sarebbe lattualit se non
avesse la sostanza dellinfinito e delleterno in quanto attualit dellassoluto negativo?
Il tempo  lantenato e il postero di se stesso; esso  il ricordarsi e lessere ricordato.
Lautobiografia del tempo, quando il tempo ricorda il suo passato, cio se stesso. Cio quando ricorda
la sua presenza. Il tempo  sempre presente nel suo passato e nel suo futuro; la presenza che  laspetto
pi luminoso e assoluto del tempo  contemporanea, eternamente contemporanea del suo passato e del
suo futuro, che le sono relativi. La presenza  nel passato e nel futuro, perch il passato e il futuro sono
nella presenza, sono sempre contemporanei del presente.
Il passato e il futuro, le due ali con cui vola limmobilit del presente. Il tempo fugge
contemporaneamente, simultaneamente, in due direzioni diverse: verso il passato e verso il futuro. I
due voli in direzioni opposte sono un unico volo. Sono limmortalit, cio leterno equilibrio del
presente, in cui le due direzioni si incontrano continuamente allontanandosene. V unarte di
riconciliare, di identificare (identificazione, sintesi, che  lassoluta, originaria, misteriosa,
incomparabile differenza originaria), e questarte  appunto larte. Larchitettura, la musica (forse la
memoria) sono la riconciliazione delle due fughe, sono lattualit, cio il futuro del distruggersi.
Lo spazio  irriducibile al tempo (essi si incrociano nel punto infinitesimo dellattuale); ma i
ritmi e i rapporti, le proporzioni degli spazi sono anche valori musicali. Anche il ritmo  un rapporto
con il nulla, come la successione e il divenire. E' la coscienza della diversit del tutto mediante la
negazione. Quanto pi severa la forma, la negazione dellatto, la negazione del tutto, tanto pi originale
e diversa la totalit di questa negazione. La riconciliazione del tempo distruttore con noi, cio del
nostro negarci con noi,  il tempo nuovo,  lattualit e il tempo creatore, cio la metamorfosi del
tempo. Larte  sempre la metamorfosi del tempo; la quale metamorfosi  la coscienza. La coscienza
del nulla che  coscienza della presenza - che  diversit e coscienza della diversit.
Lanalisi crea con la sua conoscenza linconoscibile, cio la sintesi. Linconoscibile  la nostra
sensazione, che  creata dal suo annichilirsi, cio dalla coscienza del nostro essere negati, aboliti. Dalla
coscienza del nostro essere distrutti nasce la sensazione, che  conoscenza e inconoscibilit creata dal
negarsi del conoscersi.
Il tempo  uno strano composto di memoria e di oblio. Loblio e la memoria sono inscindibili.
Lattualit, in quanto  lattualit del suo togliersi,  il tutto, e il tutto  linconoscibile - come la
diversit assoluta.
Quando come il gigante Anteo vogliamo riprendere le nostre forze spirituali, le forze della pura
soggettivit, dobbiamo tornare alla patria antica, cio al nulla. A essa torniamo con la caravella della
memoria. La memoria abituata a navigare sul mare del nulla - sostenuta, giustificata dal nulla che essa
guarda come unico oggetto.
Lassalto delluomo allassoluto viene continuamente rinnovato e continuamente respinto.
Luomo non pu dominare lassoluto che  (non pu n conoscere n dominare se stesso); pu soltanto
essere suddito dellassoluto. Luomo comincia a dominare quando sa di essere suddito. I popoli vanno
allassalto del potere, poi si accorgono di avere creato la propria servit.
Pu esservi una novit nellassoluto? Lassoluto  differenza, niente altro che differenza,
differenza da s. La nostra gioia  creare un inconoscibile che giustifichi la nostra servit; e la nostra
servit voluta crea e giustifica linconoscibile, lassoluto. Lassoluto ci domina e noi lo dominiamo
obbedendo. Imperatur parendo.
La Provvidenza  previdenza; ed essa va prevedendo (forse la nostra vita  previsione? E' nata
come previsione del pericolo?). La Provvidenza prevede vedendo la nostra cecit; essa pu volere in
quanto non sappiamo quel che vogliamo, n il significato di ci che vogliamo. Essa prevede (facile
previsione) la nostra cecit.
La curva del tempo, quella che inclina le nostre spalle,  la pi terribile di tutte le curve, tra
quante ne inventarono i geometri.
Il raggio, la pi dritta delle linee,  linventore e il creatore del cerchio, la pi perfetta delle
curve. Destino della rettitudine  pervenire al suo contrario, come tutte le cose.
Battaglia celeste tra il circolo e linfinito. In quale di queste paurose e severe imagini lassoluto
attinge o fugge se stesso?
Temporibus nostris, nei nostri tempi un romano pontefice ha tolto alla lingua di Roma il
vantaggio di essere lunica fornitrice di parole a Dio. Il medesimo pontefice che getta ponti verso
loriente, affinch in quei paesi marxisti Dio possa almeno morire munito dei conforti religiosi. Quale
tristezza dovere accoppiare il meraviglioso nome di Oriente con quello marxista del sinistro antiprofeta,
che profetizza contro lo spirito; non pi soffio dello spirito senza aggettivi, ma soffio del vento
dellaridit, ignoto ai quadranti dello Spirito.
In alcune epoche la poesia e le lettere in genere raggiungono un notevole grado di aridit e di
banalit, mentre i contemporanei musicisti raggiungono eccezionali altezze di espressioni, sonorit ed
echi che sembrano gli echi dellinfinito, rivelazioni di diversit e di mondi ignoti. Come paragonare gli
ultimi barocchi o gli arcadi sonettisti con Antonio Vivaldi?
Gli arcadi testimoniavano una grande stanchezza e un desiderio di idilli; mentre in Francia
laridit della poesia (testimonio Voltaire) era contemporanea dei meravigliosi idilli di Watteau,
Fragonard; perch non credere che abbiano ispirato Rousseau?
Anche lidillio pu essere profetico. Il desiderio di idillio, di pace, di raffinatezza,  la
stanchezza ma anche lelogio di una classe che vuole dare una forma a una vita spogliata delle sue
caratteristiche pi terribili e malvagie. Ma come ogni visione di pace le epoche idilliche, le epoche
delle anime belle sono profetiche di sconvolgimenti spaventosi. E' pericoloso fare balenare alle menti
degli uomini (e gli uomini sono plurali, sono masse) le possibilit di una vita idillica e felice. Tale
visione eccita la maggioranza dellumanit come il drappo rosso eccita il toro. Essa  il simbolo del
privilegio? O di una superiorit estrema?
La vita ha un significato soltanto quando  servit; quando non siamo sotto il giogo, sotto una
regola, una legge, tutti sinonimi di servit, non possiamo pi essere noi stessi; non abbiamo pi la
possibilit di conoscerci come negativit; anche il pensiero tende al sistema, tende a darsi una forma,
cio appunto un sistema, una dimora in cui vivere, sotto la legge della coerenza, della consequenzialit,
della logica. I profeti filosofici o politici della libert, libert degli uomini o delle societ, hanno mai
pensato che nella libert luomo e la societ si dissolvono? La realt che sta sotto la maschera della
libert  la volont di dominio. Perch anche il potere  assoggettato a una dura servit. Il potente  un
padrone e uno schiavo.
La Chiesa Cattolica e limpero romano-germanico, i due aspetti, i due universali, i due fantasmi
in cui si spezz lunit reale di Roma, che era insieme universale e potenza, soggettivit del volere e
limmensa regione in cui tale volere si esercitava; nella lotta tra questi due fantasmi che lottavano per
leredit esclusiva dellasse testamentario di Roma, in questa lotta Dante vide tutto il significato della
storia: erroneamente perch ci che gi era accaduto e accadeva al suo tempo erano le grandi
unificazioni nazionali (Francia, Inghilterra, Spagna); unificazioni che non si produssero in Germania e
in Italia perch luniversalit dellidea imperiale, luniversalit della chiesa, entrambe eredi della
universalit di Roma, generarono la particolarit.
Latto della nostra conoscenza del nostro nulla  nellatto stesso diversit assoluta.  laltro,  la
creazione dellinconoscibile. La conoscenza procede mediante la rinuncia a conoscere; le successive
culture che si elidono. La conoscenza  rinuncia al conoscere, alla immediatezza del conoscere; 
divieto di conoscere, di conoscere senza la mediazione di una rinuncia.
Noi siamo insieme Orfeo ed Euridice; la conoscenza di s, il comandamento delloracolo,  la
conoscenza di Euridice; il s, loggettivit del soggetto,  Euridice. Il rapporto tra Orfeo ed Euridice  il
rapporto tra lio e il S; quando contempliamo il s, il s dilegua e contempliamo il nulla, e tale 
appunto la forma della nostra conoscenza. Contemplare il nulla  negarsi. Che  latto; lonnipotenza 
il sopravvivere, cio lessere negandosi. LEssere  latto perch lEssere  soggetto. Lessere non pu
essere oggetto. Dio non pu essere oggetto di conoscenza; Dio non pu essere che soggetto. Il soggetto
 origine e anteriorit - perci anche noi, in quanto soggetto, siamo Dio. Lespressione del divieto di
conoscere  la conoscenza stessa. La coscienza  mediazione in quanto annullarsi, ed esprime il divieto
di conoscere. Lo sguardo di Orfeo  la conoscenza che distrugge se stessa nella forma di Euridice. Ogni
progresso della conoscenza  originato da una rinuncia al conoscere; comincia in ogni caso con la
rinuncia allevidenza - che  sempre la prima e pi fallace forma della conoscenza. La conoscenza
ripudia levidenza, per cercare se stessa; e creare una nuova evidenza, forse altrettanto fallace, con
leterno ripudio.
La scienza moderna  nata da un atto di umilt, da una rinuncia a conoscere che fu
superbamente premiata. Kant fond il suo sistema su una rinuncia a conoscere; forse un ripudio
dellevidenza  anche la poesia.
Lidea musicale  laffermazione della continuit mediante la diversit, mediante la variazione.
Laffermazione della continuit mediante la discontinuit. La continuit mediante la coscienza che la
interrompe. La memoria  musicale perch assicura la continuit del tempo, volgendosi alla parte
opposta al procedere del tempo. Assicura il procedere del tempo conoscendone il distruggersi -
resurrezione che  una perpetua conoscenza del morire. Lavvenire come contemplazione del passato; il
divenire mediante il distruggersi del tempo. Anche limagine crea un nuovo tempo fermandolo,
fissandolo, cio abolendolo. Queste metamorfosi del tempo, le metamorfosi della musica e dellarte,
sono il solo modo di conoscere la divina assoluta diversit, di creare con la perfetta conoscenza la
divina inconoscibilit.
Luniversalit Cattolica e il sacro romano impero germanico sono una lotta tra due universali,
cio tra due fantasmi. I due fantasmi di un unico morto; nemici tra loro perch irrimediabilmente uniti;
i due aspetti di ununica universalit senza fondamento reale - che impedirono per molti secoli
lunificazione dellItalia e della Germania. Mentre, gi nel XII e XIII secolo, si formavano lunit
nazionale della Francia, dellInghilterra e della Spagna.
Il nome di Roma, luniversale ereditato da Roma e mediante la Chiesa Cattolica (cio
universale), sua esecutrice testamentaria, il nome di Roma imped lunificazione della penisola e ne
foment il particolarismo. Per uno strano paradosso le disiecta membra dItalia, quando riuscirono a
riunirsi, offrirono la presidenza a Roma; che la accolse perch costretta ad accettare proprio le supreme
conseguenze di ci che aveva a lungo osteggiato. E la accolse non senza disprezzare gli offerenti... poi
il reciproco disprezzo tra Roma e lItalia; tra luniversale e il particolare.
 possibile la trasformazione, la traduzione dellarte in religiosit, in sentimento mistico? Le
differenze sono irriducibili per definizione? E il loro appartenere a un medesimo soggetto, da cui
traggono lessenza dellunit, il carattere dellunit, lunit con s,  forse la ragione dellirriducibilit.
In ogni diversit si rispecchia il ricordo delluno.
Lespressione pi perfetta  essa stessa linesprimibile. Larte si riduce a espressione, secondo
Croce,32 ma, che sarebbe essa se con lespressione distruggesse linesprimibile? Lespressione deve
creare linesprimibile; anzi, fare di se stessa linesprimibile. La nascita dellinesprimibile, della
differenza assoluta,  lunico scopo dellespressione,  lo scopo che giustifica lespressione.
La rinuncia al conoscere equivale al divieto di conoscere? In quale modo dalla rinuncia al
conoscere si genera il divieto di conoscere? Chi  lautore del divieto? Quando ci conosciamo, e
conoscendoci conosciamo il nulla, noi, per essere, diveniamo altro, passiamo a unaltra sfera; la
conoscenza ci espelle dallEden, o, per meglio dire, noi espelliamo lEden da noi. La nostra colpa e la
nostra gloria  la disobbedienza al divieto. A ogni nuova conoscenza un Eden viene abolito. La nostra
vita  una perpetua espulsione da tutti gli Eden che andiamo creando.
Conoscere tutte le cose e tutte le differenze come creature del nostro annichilirci. Create e
conosciute dallo stesso annichilimento.
I problemi sono sempre risolti dal paradosso; il paradosso  lunica forma della verit, appunto
perch la verit  contraddittoria. La verit  ci che vi  di pi ambiguo, appunto perch  vivente. E la
vita  un paradosso, un assurdo per definizione. Se la verit non fosse lessere di un paradosso non
sarebbe una fede; e pu esservi una verit obiettiva, cio una verit che non sia una fede? La fede pu
identificarsi con la verit e con la realt? La fede  la credenza in una inconoscibilit creata dalla
conoscenza, cio dalla negazione di s, dalla negativit del tempo.
Anche nelle sfere e nelle ore delle tragedie luomo preserva in s una arcadia in cui coltivare
come in un orto i semi e i fiori della speranza, irrorati dalle pure singolari e solitarie note di un flauto
bucolico - di un flauto mitico e solitariamente profetico.
Pi che la nostra morte (e la morte  sempre nelle nostre vene;  proprio nostra, la nostra vita ne
 la matrice), pi che la nostra morte, ci angustia, ci isola in noi stessi, in noi ambulante solitudine, la
morte dellimmortalit. La morte di tutte le immortalit, le subdole o luminose, volontarie o inconsce
sopravvivenze di cui la nostra vita mortale  tanto feconda. La nostra vita breve  impegnata a creare
limmortalit, tutto ci che essa evoca e tocca  immortalit; questa  la lezione della storia, cio del
tempo fugace, la cui fugacit diviene la metamorfosi suprema, diviene le divinit, gli Olimpi, i templi;
tutte le trasfigurazioni imperiture della sua fuga. La fuga  latto puro del tempo.
La diversit, la qualit, etc. sono le trascendenze insite nellatto che si nega. Noi creiamo
soltanto con la nostra morte (come la fisiologia dellatto per eccellenza, dellatto amoroso, ci insegna).
Noi dobbiamo riconoscere latto creatore della negazione in tutte le nostre immortalit; limmortalit 
la differenza dalla negazione. E latto del negarsi  insieme la sua negazione assoluta (tutto  soltanto
istante e listante non  che negarsi) e la sua diversit da questa negazione che  limmortalit - e tutte
le diversit dellimmortalit, che sono anche le differenze misteriose della nostra vita (le sensazioni, le
qualit, i sentimenti - che cosa pi mutevole dellanima?). Forse la trascendenza non  lUno, come si 
creduto per millenni, ma il plurale. LUno  lidentificazione, cio la negazione, e la pluralit  la sua
fecondit. La fecondit: la pluralit  limmortalit dellUno.
Tutto ci che  antiquato  un candidato allimmortalit, e gli antiquati stanno sulla riva del
fiume denominato tempo, attendendo che Caronte li traghetti sullaltra riva, la riva dellimmortalit.
Tendebantque manus ripae ulterioris amore. Tutto ci che  riuscito a divenire antico  sullaltra riva;
il fiume tempo  una corrente con due rive.
Ma anche il tempo, anche la storia, hanno il loro veleno specifico. Gli eventi che si svolgono
sotto i nostri occhi avvelenano ci che pi amiamo, cio la nostra immortalit, il bene prezioso
conquistato col duro prezzo della morte. Le nostre immortalit pi care, alimentate dal nostro perire,
sono offerte in sacrificio agli arbitri dei mali, uomini di cui la Provvidenza (che noi denominiamo col
nome altrettanto mitico di Storia) si serve tanto volentieri, preferendoli sempre a noi e alle nostre tanto
belle e tanto fragili immortalit.
La memoria  una conoscenza che salva lignoto? Ci che  assolutamente ignoto, quando lo
viviamo come presente, si il lumina nella memoria.
Il s  Lucifero, langelo (o meglio il Dio) decaduto; il s  lIo, la soggettivit dellio decaduta
a oggetto, oggetto di conoscenza, e perci precipitato e confinato nel vuoto abisso del nulla. Eppure,
questo Lucifero, divenuto genio infernale, si trasfigura e riappare nei nostri cieli, nei nostri paradisi.
LIo della divinit, cio il nostro Io, il soggetto del nostro essere e dei nostri pensieri non  a sua volta
un riflesso del suo s, della sua oggettivit inscindibile dalla sua soggettivit, e forse condizione
dellessere dellio. Il s Lucifero  quella parte dellio che ha il supremo coraggio di non essere. La
stella della sera, la pi lucida stella del cielo vespertino, scende rapidamente nel nulla, e riappare poi
dopo una intiera notte come la pi lucida stella del mattino. LIo e il S, Dio e il Diavolo, sono una sola
vicenda. Nei due sensi di questa parola.
Senza gli errori, le follie, le malvagit, la sciocchezza degli uomini, senza questi sicuri appigli,
come potrebbe la Provvidenza arrampicarsi sullardua parete del tempo e della storia che essa deve a
ogni modo scalare? Noi siamo gli ausiliari negativi inconsci e, se consci, fallaci della Provvidenza; per
la quale tutte le nostre storture, tutti i nostri abomini sono momenti preziosi. La Provvidenza, che 
proverbialmente lenta, pu essere tanto pronta a riconoscere il difetto di tutto ci che  nella sfera degli
uomini, per piantarvi il suo chiodo?
Ci chiediamo come sia possibile che una potenza oscura, cio inconsapevole, abbia creato,
insieme alluniverso come un tutto, anche la chiarezza incomparabile del nostro intelletto e della nostra
coscienza, la sovranit della nostra anima. Il nucleo oscuro, latto unico e assoluto della creazione,
conteneva nella sua chiusa oscurit originaria tutta la luce? Certamente, la luce, la brillante
affermazione della luce  la metamorfosi della negazione originaria,  la metamorfosi di tutta loscurit
della negazione. Tutta la diversit della metamorfosi, della coscienza, dello spirito, dellintelletto, 
contenuta nellatto che nega ogni contenuto e che perci contiene tutto. E' proprio linesistenza, la
negazione delloggetto, del s, quella che crea per metamorfosi lIo soggettivo. LAtto.
Latto, non essendo un recipiente oggettivo, ma essendo soltanto soggettivo, pu contenere
soltanto negandosi. La negazione che latto ,  il continente di tutto, e la sua affermazione  la sua
metamorfosi. La pura azione ha un modo proprio e misterioso di contenere il suo passato, il suo futuro,
ed essendo, come presente, la negazione del presente. Questo  il modo con cui latto, cio il suo
negarsi,  tutto. Latto contiene tutto ci che nega, perch nega appunto il tutto.
Ora che Dio non  pi dalla nostra parte, n nostro avversario, cio non  pi un nostro
appoggio, dobbiamo scoprire in noi le sue tracce, perch Dio non  altro che il suo negarsi, appunto
perch Uno assoluto. Ed  quindi noi stessi, perch anche noi siamo una unit che si nega. La nostra
teologia  ora la conoscenza delle nostre trascendenze; trascendenze di cui non si pu dubitare perch
sono in noi, sono noi, e sono continuamente e direttamente constatabili ed esperimentabili. Noi le
conosciamo (le trascendenze) come inconoscibili creati dalla nostra conoscenza, dalla nostra
negazione, e perci intimamente conosciuta (la negazione  lultima intimit), e tanto pi Inconoscibili
quanto pi conosciute. Questi pensieri sono un incentivo allo studio delle trascendenze interiori, un
invito e una introduzione allo studio della astronomia interiore e di una vasta teologia. La trascendenza
 uno scandalo e una pietra dintoppo per la teoria della conoscenza. Come si pu conoscere ci che per
definizione trascende la conoscenza? La conoscenza e linconoscibile sono il medesimo atto, il
medesimo sacrificio, il medesimo mistero - la medesima negazione e la medesima affermazione
(affermare  creare). La diversit  latto stesso con cui identifichiamo. Cio con cui neghiamo. Lo
scopo della scienza  stato finora ritenuto quello di distruggere tutto ci che  trascendente alla
conoscenza. Ma il suo scopo  quello di ricreare la trascendenza, cio il mistero appunto mediante la
conoscenza, appunto mediante la negazione. La scienza non pu essere un puro rogo le cui fiamme
divorino la trascendenza e il mistero come eresie nel mondo, nella fede del sapere; ma in realt la
trascendenza, la diversit indistruttibile, sono la creazione, la gloria, limmortalit del conoscere. La
sensazione, le luci, i colori, le sonorit della sensazione, sono la trascendenza della sensazione, e
insieme la sensazione stessa. E la sensazione  la conoscenza, non  altro che conoscenza. Nella
sensazione si estrinseca il mistero della conoscenza. La conoscenza  il massimo mistero, e il suo
assoluto conoscere.
La nostra vita  una continua conversione, come il nostro filosofare. La nostra conversione  la
perpetua negazione di ci che abbiamo creato - o, per meglio dire,  la coscienza che la nostra
trascendenza  la metamorfosi del suo negarsi, cio  latto del suo negarsi. Questa conoscenza  latto
della nostra conversione. La conversione consiste nella contemplazione del nulla; del nostro nulla, del
nulla universale. Ed  perci, questa contemplazione, la nostra resurrezione, la nostra salvezza. Ogni
conversione ha come scopo la salvezza; ed  letteralmente conversione, cio ritorno in s, ritorno alle
origini; una specie di inversione di marcia, di tendenza, opposta e imposta ai desideri, alla volont di
vivere. Noi siamo tutti dei convertendi; pochi dei convertiti.
Con la caduta dellimpero Romano, da quel mondo risorsero due eredi che erano in realt due
fantasmi; due fantasmi che si contesero leredit e divennero sempre pi fantasmi quanto pi si
aggravava la lotta; e ci perch ciascuna delle due forme di resurrezione pretendeva per s
luniversalit a cui era pervenuto e in cui era culminato limpero di Roma. I due eredi erano la Chiesa,
che, come cattolica, voleva luniversalit predicata dal suo nome, e il rinato impero con la corona di
Carlomagno (e poi continuato dagli imperatori tedeschi), che voleva luniversalit del dominio. I due
fantasmi si insediarono luno a Roma, laltro in Germania, e pretesero ciascuno luniversalit di Roma,
che si divise in due parti: la parte ecclesiale e la parte laica e militare, che proseguirono distintamente il
loro progresso verso lassoluto. Quello che avevano lasciato cadere e di cui nessuno si era accorto era
la realt, la vitalit, la possibilit che pass alle nazioni che non pretendevano ad alcuna universalit, e
che cominciarono ad affermare e a completare la loro unit nazionale (come Francia, Spagna e
Inghilterra). Unit che invece i fantasmi rendevano impossibile in Germania e in Italia. Cavour e
Bismarck furono i titani che lottarono contro i fantasmi e credendo di averli fugati ne furono in realt
sconfitti, come oggi si vede. E nella lotta fu sconfitto anche il Cattolicesimo (e fu sconfitto limpero)
che oggi contempla melanconicamente se stesso. Il suo preteso rinnovamento  soltanto una
confessione del suo interiore disastro. O meglio, il disastro della sua interiorit. Ma, per Roma si
preparano altre chiese. Roma, il potere, vittima della sua universalit. Forse anche luomo  vittima
della sua universalit.
Quando parliamo, innumeri generazioni parlano con la nostra voce; forse perch le parole sono
figlie dell'indicibile. Ogni parola, senza che ce ne accorgiamo, dice lindicibile, anzi lo crea. Come la
memoria ricorda limmemoriale. Lindicibile, limmemoriale,  il presente; la memoria  lorgano della
conoscenza del presente, dellirraggiungibile presente. Il presente pu soltanto essere ricordato. Il
presente paradossalmente  una infinita lontananza. Che cosa sarebbe la nostra vita, che cosa saremmo
noi, se ci non fosse? Non potremmo essere coscienti, se non ci vedessimo come un sole lontanissimo.
I muti messaggeri dellindicibile possono trasformarsi in parole, in espressioni assolute? La
parola pu essere assoluta?
Le parole sono gli angeli dell'indicibile evocati dagli infiniti silenzi.
Come vi  una patria nello spazio, nella geografia, cos vi  una patria nel tempo; il tempo pu
essere una patria, e vi sono molte patrie e innumerevoli tempi diversi. Il linguaggio  il tempo come
patria,  una patria nei grandiosi continenti del tempo; una patria nel pi vero senso della parola, perch
eredit dei padri. La parola  di origine divina, cio appunto  originata dallindicibile; e poi si 
incarnata in noi, nella vita, giustificandosi con gli usi pratici. Lindicibile  la montagna sacra da cui
sono discesi tutti i diversi fiumi che, dopo aver fecondato la terra, ritornano al mare dellindistinto,
dell'informe, in cui lespressione non pu essere che un naufragio.
Gi gli antichi avevano immaginato Dio (ma Dio pu essere una imagine? Lorigine delle
imagini pu essere una imagine?) come linvisibile, linesprimibile, lindicibile; alla sua corte sono gli
angeli dellindicibile, dellinvisibile, dellinesprimibile. Le parole, come gli angeli, sono delle sacralit
in forme umane, terrestri e celesti, corpi alati. E perci hanno conservato il sigillo dellambiguit,
lessenza del duplice. Gli uomini crudeli hanno catturato molti di questi angeli, trattenendoli in
schiavit per renderli utili.
Lassoluto  uno o plurimo? Lassoluto  identit o diversit? E' origine o punto di arrivo? La
pluralit  la coscienza delluno, la diversit  la coscienza dellidentit, lorigine  il punto di arrivo e
viceversa. Lassoluto  il circolo? O la linea retta e diretta allinfinito? Lorigine  una e identica o
plurima e diversa? Chi potr mai rispondere a queste domande concernenti linfinito e lassoluto in cui
tutto  vero e tutto  falso, tutto  morto e tutto  vivo?
Io ho passato la mia vita inseguendo le Chimere e me ne congratulo; non vi  nulla di pi
interessante, piacevole e degno. La caccia alle Chimere  la pi bella ed esaltante delle cacce. Forse
anche coloro che cacciano cervi, daini o cinghiali, inseguono ignote Chimere senza sapere che essi
identificano queste vaghe e misteriose forme, che ci dominano, con i loro cinghiali o cervi. Atteone,
inseguendo i cervi troppo tardi si rese conto che egli inseguiva Diana. Il pericolo delle Chimere  che
esse, come il famoso animale, trs mchant, si difendono; il pericolo di chi si lascia attrarre dalle
Chimere (il cervo attrae il cacciatore)  di credere che le sue Chimere siano delle realt,  credere di
inseguire delle realt. Ma, se qualcuno si rende conto che le Chimere non sono delle realt di cui
prendere possesso, ma sono veramente delle Chimere, e desidera le Chimere perch sono tali e
null'altro, egli dona alla sua misera esistenza (tutte le esistenze in s sono misere) delle gioie, delle
bellezze, delle possibilit imprevedibili. Forse, anche limmortalit, perch limmortalit 
indubbiamente una Chimera, la pi grande e definitiva delle Chimere. La filosofia pi astratta, la
filosofia ontologica,  un concentramento delle Chimere, che si adattano con gioia agli ingegni pi
astratti. Creare la realt con le parole, con i concetti, con le idee,  chimerico, ma fu lo stile dei filosofi
da Platone ad Anseimo dAosta, a Kant, a Hegel, che ci lasciarono in eredit i loro harem di Chimere
fantastiche. Ma noi sappiamo che queste Chimere fallaci sono le sole cose (e non sono cose n esseri) a
cui valga la pena di dedicare la vita. La forma della loro benedizione e consacrazione (verso di noi) 
spesso la maledizione. Ma che cosa di pi bello di una vita trasformata in Chimera? Laureola che
circonda le teste dei santi ospitati dalle Chiese in forma di dipinti,  il segno che quelluomo santificato
 divenuto lui stesso una irrealt, una Chimera. Anche Dante ha raggiunto la realt della poesia
indistruttibile, trasportandosi nellal di l (la poesia diventa realt solo quando sa di essere un al di l,
un irreale), nel regno delle ombre, nel regno delle Chimere - ombre che soffrono, ombre che sperano,
ombre che gioiscono. Ma, quando il regno delle ombre forma, con tutte le sue diversit, un tutto
conchiuso, un immenso hortus conclusus, diviene una realt. Non abbiamo pi il criterio con cui
stabilire se sia pi reale questo cosmo di Chimere o quello a cui comunemente si d questo nome - il
mondo delle realt solide che consente ai nostri piedi di camminare, ma non di volare.
Le nostre sensazioni, i suoni, i colori, le luci, le forme (le sensazioni sono intensamente
soggettive) sono realt certe o sono Chimere? E che cosa  la realt fuori di quel mondo chimerico che
 il mondo della soggettivit, dei modi o delle forme del pensiero sempre soggettivo? Il mondo della
cosa in s si nasconde assolutamente a noi come l'inattingibile ostacolo necessario al pensiero. Ma il
nulla  una Chimera? Non pu essere una Chimera, perch si deve ammettere che il nulla , ma non si
pu nemmeno ammettere che sia, perch sarebbe una realt. Gli oggetti sono il negarsi dellassoluto; il
nostro essere negati dallassoluto. E il negarsi  lanima dellassoluto; lassoluto essendo appunto
luniverso ontologico.
Lorigine  latto in quanto  latto del negarsi. Lorigine  la trascendenza della negazione.
La vita non pu darci un dono maggiore che la divina pace, simbolo delleternit del presente.
La pace forse  un contrasto con la vita che, come il suo tempo, non ha mai requie. La pace  la nostra
estasi, la nostra eternit, l'eternit del presente - il presente, quando a esso si riducono il passato e il
futuro. Il tempo non pu mai uscire dal presente, n andare oltre di esso; e questa  forse la causa della
sua inquietudine. La musica ci ispira la divina pace perch  la nostra riconciliazione con il tempo;  la
riconciliazione del tempo con se stesso, con la sua perpetua morte. Il tempo  loscuro profeta del
nostro destino, della nostra morte, che scorre nelle nostre vene;  lannunciatore del destino. Dobbiamo
riconciliarci con il destino e con la morte nel presente eterno.
Lamore nasce dalla contemplazione della diversit assoluta in una vita in cui riconosciamo la
nostra identit; anche i sessi sono identit perfetta e diversit totale. Perci cercano di possedersi.
Cercano la pace nella esaltazione della diversit; e il possesso di s nella propria distruzione. Lamore 
la propria esaltazione e la rinuncia a s. Amiamo lassoluta diversit in ci che  assolutamente identico
a noi - la meravigliosa apparizione del diverso, che rende lidentico sempre pi identico e pi diverso.
Labitudine sente sempre meno la diversit. Vivere soli col nostro nulla, in cui sentiamo le radici, le
origini di tutte le differenze di tutte le cose, di tutti i segreti microcosmi. Amiamo il nulla perch
sentiamo in esso la nostra identit e tutte le differenze latenti. Il destino come destino di pace. Come
conciliare la pace e la differenza?
Il particolarismo delle citt italiane e germaniche, sotto la trascendenza di un universale che non
si incarnava in esse, fece s che esse cercassero un proprio universale, nato appunto dalla loro
particolarit; e questo universale fu luniverso dellarte, che fior in Italia e in Germania, nel cosiddetto
Rinascimento, assai pi che nei paesi che creavano in quellepoca un capolavoro politico, unarte e una
costruzione politica che chiedeva lapporto di tutto il loro spirito, di tutta la loro fantasia. Si contempl
allora in Italia luniversale della propria particolarit, della propria individualit, si scoprirono le
differenze. Durante il periodo pi triste della Controriforma, quando anche la clamorosa e teatrale
ambiguit del barocco fu respinta, dalla coscienza del profondo nulla di tutte le cose nacque la musica
che rievocava in Italia come in Germania la rinascita del tempo. Lunit del terribile togliersi ed esser
tolti con il divenire; o la attualit e diversit del tempo. La musica nacque quando il tempo era sonno o
rimorso e rimpianto.
Tutto ci che  creato dalla negativit  assoluto e razionale - razionale  ci che  interamente
giustificabile.
Larte e la scienza hanno questo in comune: linvenzione. E la nostra invenzione  la nostra
unica certezza. Tutto quello che inventiamo  certo perch  insieme la nostra identit e la nostra
diversit - lidentit di identit e diversit, e la diversit di questa identit. Dove altrimenti trovare una
certezza che certifichi e rassicuri la nostra identit se non nella diversit? Linvenzione  una diversit
giustificata; cio creata dalla sua negazione, dalla negazione dellidentit.
La divina autonomia dei ricordi che sono noi stessi, che sono la nostra identit (quale altro
modo di identificarci? La memoria  lunica coscienza della nostra identit) e insieme sono diversit da
noi, perch non possono essere posseduti. Noi possediamo soltanto con la rinuncia al possesso. I ricordi
diventano autonomi, sono la divina diversit dellatto, quando rinunciamo allassoluto, cio a noi. Noi
siamo lunico assoluto che pu essere posseduto soltanto con lassoluta rinuncia allassoluto, cio con
la coscienza del nostro nulla. Il nulla  insieme nostro e assoluto. Ogni nome  un nome dellassoluto.
Nasconde e rivela un assoluto ed  una diversit. E' il simbolo di un assoluto e il simbolo di una
diversit. Identifica e distingue. Il divieto di conoscere, che  il divieto di conoscere il nome,  il divieto
di conoscere, cio possedere lassoluto. Il possesso dellassoluto lo distrugge, perch lassoluto
posseduto (come il soggetto posseduto)  il nulla. LIo  il tutto, il S  il nulla. LIo  diversit,33 il S
 identit. Non possiamo pervenire direttamente allassoluto, non vi sono vie per lassoluto, fuorch la
rinuncia a ogni assoluto. Lascetismo medioevale, lantica scuola della rinuncia, ha condotto
allascetismo scientifico moderno, che  rinuncia alla conoscenza. Rinuncia che ha condotto
diabolicamente al possesso di tutto. Quando rinunciamo al possesso, allora lassoluto, la nostra identit,
diviene diversit e autonomia. Quando rinunciamo al possesso, siamo posseduti dalla diversit.
La nostra trascendenza  negativa. La negazione  un turbine che ci trasporta ai supremi vertici.
Il tempo  un irreparabile abisso, che lui solo sa valicare trascinandoci; e per noi  il senso di
una colpa, la peggiore delle colpe - quella di cui non siamo responsabili, che non sappiamo nemmeno
volere. Una colpa che dobbiamo continuamente espiare creando qualcosa che compensi, equilibri la
perdita, la fuga del tempo. Ma questo qualcosa equilibratore non esiste; nulla  pi pesante del tempo
perduto o fuggito. Nulla pu ricrearlo, fuorch quel mistero di salvezza che  larte. Forse la sola
salvezza contro il rimorso del tempo  loblio; ma loblio  ancora una componente essenziale del
tempo, come la memoria. Chi ci salver e ci evocher da questo labirinto? La memoria  il fiore del
nostro annullarci;  essenzialmente tempo. Il tempo non  altro che memoria, e la memoria  al di l del
tempo. Il tempo non pu mai essere se stesso -  insieme al di l e al di qua di se stesso.
Che cosa  mai la rinuncia, che cosa  il sacrificio? Pu essere soltanto la conoscenza del nulla?
Effettivamente non  altro che questo. Si osservi che anche la conoscenza non  mai gratuita; noi
paghiamo con una moneta misteriosa tutto ci che siamo, e la conoscenza che siamo. Tutto si trasforma
in ricordi, quando rinunciamo a volere, quando rinunciamo al possesso delle cose, al possesso del
tempo, al possesso di noi.
I ricordi sono come piante acquatiche sulle correnti della vita, da cui emergono coi loro fiori. La
memoria  una componente dellazione, perch essa  la continuit - la coscienza della continuit. E
non vi  azione senza coscienza e continuit. Ma essa  anche al di l dellazione;  la zona paradisiaca
in cui lazione, come unanima, si rifugia dopo la sua morte. Ogni azione  un continuo imporsi, e
perci un continuo morire; e ci che di essa resta  la sua coscienza, il suo paradiso, la sua memoria. La
memoria  il paradigma delle arti, della musica. La memoria pu anche essere infernale, come la
memoria del futuro  angoscia. Langoscia  la coscienza della nostra mancanza di fede;  la coscienza
di noi come impossibilit. I regni dellal di l sono pi veri di tutto ci che chiamiamo obiettivit, al di
qua. Forse l'al di qua non sa nemmeno che cosa sia verit. La verit, a differenza della realt,  sempre
lal di l -  il futuro che ci crea. Come il futuro, che  lal di l,  creato dalla nostra negazione della
realt del negarsi del presente - che, negandosi, crea passato e presente.
Largomento ontologico  creatore di realt in quanto  negativo, in quanto  la negativit,
anima mundi. Ogni cosa  creata dalla sua latente negativit. Anche nellargomento di S. Anselmo si
parla di ci di cui non si pu pensare nulla di pi grande, e che perci debba esistere per essere perfetto.
Ma, questo pensiero di ci di cui non pu essere pensato nulla di pi grande, deve, per conoscersi come
tale, negare tutto il resto.
Ogni cosa  giustificata dalla negazione che contiene.
Non vi  un limite per l'al di l; lal di l  sempre l'al di l di se stesso. Lal di l  appunto la
possibilit di non arrestarsi mai - possibilit sempre attuale. Lal di l  come lattimo, come il
presente; sempre al di l di se stesso - nella attualit stessa.
Perch diciamo che il tempo  distruttore della vita (e ne  contemporaneamente il creatore)? Si
tratta forse di una incontrollata imagine retorica? (La filosofia  la pedanteria assoluta, e ci, in
contrasto con le teorie estetiche nostre coetanee,  la causa della sua incomparabile poesia). La vita 
tempo e nullaltro; il tempo non pu essere che vivo - ma la morte sembra essere il suo ideale. Secondo
Bergson il tempo  gi morto nella misura, negli orologi, come fosse sostituito dalla sua mummia; ma,
innegabilmente, muore nella sua stessa vita, e il suo fine, il suo scopo,  appunto la sua e nostra fine.
Perci la nostra vita  un lungo suicidio. Rimane la domanda: perch il tempo si distrugge, perch ha la
vocazione invincibile del suicidio? Forse perch il tempo non  distinguibile dallistante; la sua folle
corsa in due direzioni opposte non riesce a uscire dallistante - e listante  lassoluto e lassoluto  la
negazione di s. La sua onnipotenza consiste nel suo negarsi. Listante non  che il suo negarsi
(lassoluto non pu affermarsi, cio affermare s, oggettivamente). Forse il tempo della vita  la
manifestazione, liride, larco celeste dimostrativo della natura dellistante. E' lemblema, il blasone
dellistante, della natura dellistante, come il destino. Diviene paradossalmente lesteriorit dellistante;
il tempo e la vita, che sono pura interiorit, si manifestano in una esteriorit, in uno schema che li nega.
Per linteriorit il manifestarsi, il mistero della sua incarnazione,  il farsi esteriore, visibile, tangibile,
obiettivabile, misurabile da vili calendari o da banali memorie astronomiche. Nel nostro destino il
tempo vuole riconoscere leternit dellistante, il destino soggettivo dellistante, sottintendendo che in
tal modo la vita avr un riflesso di eternit?
Il passato  un continente sommerso da cui emergono qua e l isolotti e scogliere, che rendono
talvolta pericolose le navigazioni della memoria. Le isole del rimpianto (che possono essere anche
paradossalmente le isole beate) e le scogliere del rimorso; che, per essere evitate, consigliano inversioni
di rotta, cio sempre nuove teorie storiche e morali, spesso paradossali, ma che servono a togliere alle
nostre azioni il carattere colpevole che  proprio di tutto ci che  umano e talvolta anche divino.
Lassoluto  colpa e redenzione.
Molte vite si definiscono dai loro avvenimenti, molte altre vite non hanno definizioni da parte
degli accadimenti. Esse sono soltanto se stesse - quale evento pi straordinario della vita? La vita, che 
il tutto, figlia del nulla. Nella mia vita vi sono pochi avvenimenti, ma il mio sforzo  stato di
dissolverli, di negare a essi lautorit di avvenimento, di farne soltanto le apparizioni, i fenomeni di
quellunico avvenimento che  la vita, che  la soggettivit, il mistero dei misteri. Lunica tenebra,
lunica luce. La vita relativa a tutto e a s  il solo assoluto. La sola immanenza e la sola trascendenza.
Lassoluto  gratuito? In realt esso viene conquistato a caro prezzo, e a un prezzo
assolutamente equivalente alla conquista, appunto perch lassoluto si conquista mediante la rinuncia
allassoluto. Non  possibile possedere lassoluto immediatamente. Esso si conquista con la mediazione
della rinuncia. Il prezzo, anche valutario e monetario con cui si conquistano la trascendenza, la pace,
lassoluto, cio il futuro (il futuro  il simbolo dellassolutezza dei nostri desideri; la pace  la
convinzione del possesso del futuro),  lassoluto che noi sacrifichiamo,  la mediazione necessaria tra
noi e il possesso: il possesso deve identificarsi con la rinuncia - supremo paradosso.
Lo scopo (della vita, della societ, dellassoluto stesso)  labolizione dello scopo e la fede in
questa abolizione, in questa negazione - che  essa stessa la fede.
Labolizione di ogni scopo fuori di noi fa di noi latto stesso dellabolire e luniversalit
cosmica di questo atto. Lo scopo diviene linfinito; e linfinito  latto stesso dellabolizione.
Labolizione  linfinito in noi - cio  linfinito in atto.
LEuropa, la luce dellEuropa, ha creato il mondo, il mondo della civilt; e il premio di questa
gloria, di questo merito assoluto,  stato la sua degradazione, la degradazione dEuropa, la
degradazione dellassoluto - la riduzione dellassoluto dellEuropa a una piccola parte del tutto, da
sovrana ridotta a suddita della sua creazione. Il creatore  sempre distrutto dalla sua creazione - la
creazione dimostra la sua riconoscenza al creatore abolendolo. LEuropa  figlia del Mediterraneo; il
mondo civile  nato nel Mediterraneo.
Roma cre lEuropa occidentale, Bisanzio cre lEuropa orientale, la Russia, etc. Si pu
ritenere che il giudaismo abbia creato il marxismo? O che il marxismo sia un dirottamento, da parte di
nuovi pirati, della filosofia hegeliana con la sua dialettica del negativo, la dialettica di vita, morte e
resurrezione e porta fortemente impresse le stigmate del Cristianesimo, delle religioni misteriche di
salvezza. Sinistri sono i giorni in cui esplode la rivolta contro le origini.
La sessualit, parola unica; ma i sessi sono due, due assoluti -  la differenza nellidentit. I
sessi si attirano perch sono assoluta diversit in una assoluta identit. Noi siamo attirati dalla nostra
medesimezza divenuta, ai fini dellassoluto, dellunit vivente, assoluto altro, rimanendo medesimezza.
Ogni medesimezza, quando vuole negarsi, quando ha la potenza di negarsi (e il sesso  volont della
propria distruzione nellatto del suo affermarsi), quando si nega, riconquista, cio crea, la sua
medesimezza come altro, come diversit assoluta. Cos latto del negarsi - e il suo negarsi  il suo agire
-, come attualit,  differenza assoluta dalla sua negazione,  la differenza in s, che rimane la sua
medesimezza. I misteri dellamore sono misteri sacri, perch comportano nel loro intimo focolare il
mistero del sacrificio, la mediazione della morte, come suprema affermazione, nel fuoco del sacrificio,
nella resurrezione, si saldano identit e diversit, le cornaE dellassoluto.
Il nostro desiderio  sempre desiderio dellassoluto; ma, nella sua traiettoria verso lassoluto, il
desiderio si accorge che lassoluto del desiderare si  incarnato in qualche cosa, si  congiunto in amore
con il qualche cosa, si  alleato con il particolare per avere fondamento. E il desiderio, in queste
congiunzioni, perde la sua purezza; ha bisogno di un particolare per avere coscienza della sua
assolutezza, e perci la perde nellatto in cui la conosce. Se noi desiderassimo soltanto lassoluto, il
desiderio non si dissacrerebbe nel proprio nulla. Perci, quando lassoluto del desiderio segue la sua
traiettoria, che  una traiettoria rettilinea (perch non subisce gravitazioni terrestri), corre in linea retta
verso linfinito del nulla. La fine pi tragica, ma pi logica, si potrebbe dire ovvia e "naturale", per il
soprannaturale assoluto. Di qui i suoi atroci drammi interiori, ignoti a coloro che desiderano il
particolare, e non il tutto come tale, bench il desiderio abbia la natura dellassoluto rivelata dal suo
desiderio di distruggersi. Di qui la conseguenza forse benefica che tutti i desideri finiscono per mettere
le corna allassoluto. Lassoluto  sempre tragico; i suoi contrasti sono tragici, mentre i contrasti del
particolare sono comici.
La metafora  poetica e il linguaggio poetico ricorre a essa perch essa  la diversit insita
nellidentit della nostra affermazione - la diversit che non si discosta dallidentit, anzi redime
lidentit in cui il pensiero si nega.
LItalia, lEuropa, gli Stati Uniti, sono stati aggrediti gi da decenni da una ciclonica offensiva
di dissacrazione, che ha sterilizzate le loro anime, le loro capacit creative, che ha spento le fiamme di
tutte le fedi. Dalla morte dellanima conseguiranno tutte le morti; n si vede chi potr creare una nuova
fede. Quello che pi stupisce  il comportamento della Chiesa, che non  stata seconda a nessuno nella
folle dissacrazione anche di se stessa. Questo furore contro ogni forma di sacralit entusiasma i
"giovani" preti, per i quali la fede  il principale nemico reazionario. Essi non credono pi nella fede,
ma soltanto nella ideologia; hanno lo slancio dei neofiti in una conversione alla rovescia, nel liberarsi
di tutto ci che  pura anima, rapporto con lassoluto, etc. I nemici intimi ed essenziali del
Cristianesimo secondo S. Paolo; forse  una rivincita del Cristianesimo pre-paolino, del Cristianesimo
apocalittico.
Marxismo (nei suoi risultati): modificare la societ in modo che non possa pi modificarsi.
LIo  lattualit della coscienza del s, cio del nulla. Il nulla ha la forma del s, della
oggettivit dellIo, del soggetto. LIo  lattualit del suo negarsi nella coscienza del s. LIo 
lattualit della negazione del s - cio  lattualit della sua negazione.
La negazione universale e cosmica  anche il negarsi dellIo, che  per il soggetto di questa
negazione.
Ideale letterario: scrivere un libro e portare con s nella tomba il segreto necessario per
leggerlo.34 Questo segreto sarebbe la resurrezione che rimane segreta pur illuminandosi. La rivelazione
 la rivelazione di un segreto che rimane tale, perch la rivelazione stessa  in s un segreto, la
rivelazione stessa  in s un mistero.
Che cosa  rivelare? La rivelazione  il soggetto e non loggetto.
Lesistenza ha unanima? Lesistenza non pu esistere allinfuori dellanima (lanima  latto,
listante?). Ma lanima dellistante, lanima di ogni cosa, lanima dellesistenza, non  limmediatezza.
Lanima dellesistenza, dellattimo, di ogni cosa  il negativo. Lanima  il negativo. Anche il tempo 
creatore in quanto  negativo. Il tempo, apportatore di morte, e perci creatore,  la mediazione unica,
come lanima. La nostra anima  il tempo, perch il tempo  la nostra negazione, lattuale negazione.
La negazione attuale  la perpetua liberazione.
Non pu esservi libert esteriore, senza libert interiore. La libert esteriore suppone il
fondamento di una libert interiore. E la libert interiore  un assoluto, in quanto  la rinuncia
allassoluto (lassoluto  gratuito, perch si paga con se stesso). Se in una societ lanima  malata, se
lanima dei cittadini  corrotta e inquinata, perch vuole essere immediata, perch rifiuta la mediazione
interiore, la rinuncia, il suicidio spirituale, allora a guarirla non bastano i medici; occorrono i chirurghi
- la spada delle Apocalissi...
Contro qualsiasi fede, lItalia  mitridatizzata dal Cattolicesimo. Ma ora, forse, il Cattolicesimo
 stato mitridatizzato da se stesso. Sartor resartus.
La continuit non sarebbe se non fosse discontinua e diversa. Cio la continuit non pu essere
se non  consapevole, e perci non pu essere se non  negativa. Cio: la continuit non continua se
non si nega. Questo negarsi  una discontinuit? La vita, per continuare, ha scelto il sistema, o, per
meglio dire, il modo della continuit. La vita continua e si perpetua grazie alla morte dei singoli. La
continuit non pu individuarsi se non con la negazione della sua continuit; la continuit, come il
tempo,  memoria e perci coscienza. E perci coscienza del proprio nulla.
Possiamo irretire il tempo nelle nostre espressioni, nelle nostre invenzioni, nei nostri concetti,
nelle nostre frasi, nei nostri poemi letterari o musicali, e in genere nelle nostre creazioni, cos come il
ragno irretisce nel geniale disegno i voli sfortunati e perituri degli insetti. Il nostro slancio consiste nel
tentativo di creare un equilibrio con labisso, cio col tempo - consiste nel conoscere il tempo per
essere al di l del tempo. E il conoscere, essendo negarsi,  il tempo stesso. La conoscenza  il
possedersi del tempo. Il tempo si possiede negandosi, cio conoscendosi. Il possedersi (cio
laffermarsi negandosi)  il suo paradosso vitale,  il suo circolo virtuoso,  la salute della negativit,
cio dellanima. E' lattualit della resurrezione, come ogni conoscenza. La conoscenza, illuminazione
assoluta,  un mistero nel senso religioso della parola, un mistero di salvezza (e perci anche di
perdizione).  perci che la conoscenza, che  sempre un sistema di conoscere,  sempre una vittoria
sul tempo - perch  la conoscenza del tempo, del tempo che  conoscenza. Tutte le cose e noi stessi;
noi siamo la divinit delle cose, la divinit rispetto alle cose, agli oggetti che venerano la divinit
assoluta, monoteista e infinitamente varia del soggetto, infinitamente diversa da s (perch diversa dal
nulla). Tutte le cose e noi stessi siamo negativit, siamo linfinito conoscersi del tutto, linfinito
conoscersi del negarsi, lattualit di tutto il negativo.
La vita  una scienza sperimentale, ma una scienza che non pu essere comunicata; lesperienza
interiore non pu essere comunicata. Le conoscenze ultime e sublimi non sono esprimibili, sono al di l
delle espressioni. Esse evocano ci che negli uomini  analogo - lincomunicabilit della nostra
diversit e trascendenza, che rimane chiusa in se stessa. E in questo somiglia a tutte le altre
incomunicabilit - la comune inconoscibilit e impossibilit di comunicare accomuna tutte le
esperienze, che si riconoscono nellinconoscibile. Le conoscenze superiori partecipano di una
inconoscibilit originaria e sempre presente.
Vi sono giornate meteorologiche, giornate di calendario, che comunicano, manifestano e
nascondono essenze di esperienza superiori, superiori a ogni meteorologia, esperienze di realt che non
si apparentano a nessunaltra. Il paesaggio, la rappresentazione,  trasfigurazione - cio  diversit
assoluta dalla negazione di noi che il mondo esterno . Quando la trasfigurazione di questa essenziale
negazione  perfetta, noi contempliamo lassoluto, lidentificazione, come diversit attuale. Lassoluto
 trasfigurazione. Lattualit del paesaggio  l'al di l, lal di l del nostro annullarci, che  la
trasfigurazione del nostro essere annullati. Anche il nostro corpo, lobiettivit del nostro cervello, 
oggettivo,  negazione di noi. E noi, senza aiuto n fondamento, dobbiamo tutto trasfigurare -
trasfigurare in diversit lidentit dellobiettivo. Lattualit  trasfigurazione; perci lattualit  lal di
l, l'al di l del tutto. Anche la totalit, come ogni nostra idea,  trasfigurazione. La diversit  lessenza
delle cose,  il paradiso delle cose, che ne redime linferno, gli inferi, gli inferi della negazione
assoluta. Nel paesaggio, anche i mesi hanno una rappresentazione, sono unessenza. Sono una entit in
cui viviamo; sono il tempo e le assolute diversit dal tempo.
Anche il tempo  in s la tragica (tutto ci che  tragico  assoluto) identit del negarsi;  la
diversit di tutto ci che  nuovo. Come pu essere giudicato il nuovo (che  la pura diversit) e non ha
comune misura con alcunch? La nostra misura  il nostro negarci; la nostra misura  il nostro morire, 
la tomba da cui risorgiamo.
Lirrealt della rappresentazione, lirrealt di tutto ci che  soggettivo  la nostra unica
comunicazione con il reale. Ma, che cosa  la realt? La realt  lassoluta identit che, come pura
negativit,  anchessa irreale.
La disperazione comincia - anche essa ha un principio - quando comprendiamo che il mondo in
cui viviamo non pu pi essere redento da un cambiamento, non pu pi uscire da s. Non pu pi
essere universale, perch non pu pi mutare. Luniversalit, luniversale dellidea,  lidentica eternit
o  la mutazione? Strano  pensare che la mutazione sia lunica universalit, perch  lunica diversit.
Perci le vere opere sono le opere incompiute. Ma quale opera non  incompiuta? Anche i nostri
pensieri, i nostri scritti, sono sudditi del caso e dellazzardo - essi sono predestinatori, ma non possono
essere predestinati o previsti. Luniversale non pu essere predestinato, bench voglia essere la
predestinazione di tutte le cose.
La comicit dello scrittore e delluomo in generale comincia quando egli  sincero nel prendersi
sul serio. Che cosa vi  di pi comico e che cosa vi  di pi tragico che prendersi sul serio? La seriet 
il nido necessario della comicit; senza la seriet originaria, la comicit si perde nel vuoto e diventa
anchessa tragica. Luomo perennemente tragico, luomo che si prende sul serio, insieme alla sua
tragedia, finisce per essere comico. Ma chi prende sul serio la sua comicit? La comicit che si prende
sul serio non  pi nulla -  tragica.
Vecchio problema abbandonato e ripreso: il tempo  ritardo o accelerazione? Ritardo e
accelerazione sono due idee originate entrambe dallidea di tempo e suppongono la possibilit di
misure e rapporti nel seno del tempo. La misura  la morte del tempo. Il tempo essendo negazione e
attualit, cio negarsi e divenire  gi in s nel medesimo "tempo", nel medesimo istante, accelerazione
e ritardo? E nellidea di ritardo e accelerazione si rappresenta la propria natura duplice? Ma il ritardo
non  una negazione del tempo, ma soltanto una qualit del tempo, quando si paragona con la sua
celerit.
Laccelerazione include lidea del ritardo e viceversa. Ma la velocit  un rapporto del tempo
con lo spazio; pu essere un rapporto del tempo con se stesso? Il principio e la conseguenza sono, in
logica, cio nel pensiero, simultanei. Ma talvolta il tempo si introduce tra il principio e la conseguenza
come un ritardo che li separa. La vita, per esempio,  questo ritardo tra la nascita e la morte, tra il
principio e la conseguenza. E di questo ritardo la vita approfitta per riprodursi e battere il tempo in
velocit - per eludere la conseguenza (la morte) accettandola come effetto del tempo, e servendosi del
tempo per salvare leternit del principio. Non vi  nellinterno del tempo (e il tempo  solo interiorit,
 soltanto memoria) n accelerazione n ritardo. Il tempo  il negarsi dellattualit, e lattualit di
questo negarsi; ed  quindi lattualit nella forma della successione (cio nella forma della negazione).
La fede  la pi irreale delle realt (e la pi reale delle irrealt). Essa ha la radice in una tragedia
e "in del la fronte"; ha la radice nella negazione e la fronte nel cielo della soggettivit. Essa  di casa
nellal di l, ma domina lal di qua; essa  la radice di tutti i disastri (il superamento di una tragedia
mediante un disastro). Essa  il condottiero ispirato che conduce ai disastri. Le chiese sono create dalle
fedi, ma debbono salvare la fede, la sua perpetuit, ma anche salvare i credenti dai disastri della fede,
anzi salvare la fede stessa dalle sue conseguenze, salvarla da se stessa. Come si  visto ai tempi della
Controriforma, che ha preferito la salvezza del gregge alla perdizione con la fede.
Nel tempo puro non pu esservi n ritardo n accelerazione - il ritardo e laccelerazione pu
essere soltanto nella velocit, cio nel moto di un oggetto nello spazio. Che si confronta con lo spazio,
con la sua negazione. Come  possibile introdurre la quantit nel tempo. Ma donde nasce il senso
dellaccelerazione del tempo;  il rapporto con lintensit dellatto? Ma che  lintensit dellatto?
Laccelerazione o il ritardo possono essere soltanto memoria; come sempre il tempo. Sono uno stato
della memoria, il rapporto tra lattualit, cio tra la coscienza e il nulla. La coscienza che la memoria 
di essere coscienza del nulla.
Non esiste nulla di pi serio, nulla di pi alto, di pi sublime, di pi trascendente a tutto che la
vita; e niente di pi fragile. Niente di pi tragicamente effimero. Il mistero vivente  senza fondo e
senza confine; ma se noi potessimo intenderlo, saremmo colti da follia. La follia che ferirebbe
gravemente la nostra facolt di intendere e anche quella di volere. Noi non perverremo mai allaltezza
del mistero che siamo, alla possibilit di comprendere lorigine e il destino del fenomeno che siamo. Il
sentire di non poter mai pervenire allaltezza di ci che siamo  orgoglio o umilt? Tocchiamo la realt
e la verit quando orgoglio e umilt possono coincidere. Ma grande  lo scandalo di un assoluto che sia
effimero. Quale  il segnale cosmico che corrisponde a questo scandalo? Forse il fatto che lassoluto 
negativo. La soggettivit, la sublime e trascendente soggettivit,  soltanto un fatto individuale? Ma
lindividualit  appunto una creatura della negazione, come il tempo con cui si identifica. Non vi 
alcun tempo che non sia individuale. Perci la musica  il supremo tra i tempi; essa  lessenziale unit
di tempo e individualit - entrambi negarsi dellattualit. Unit di identit e diversit.
Ci che ci procura pi intensamente la nostalgia del passato - che  insieme tristezza senza fine
e felicit perfetta,  appunto tutto ci che rende immortale il passato. Tutte le opere giustamente
denominate darte, che sono la trasfigurazione, e perci leternit e la presenza di questo passato. La
presenza ci d una continua nostalgia di s. La presenza si conosce, cio conosce la propria
irraggiungibilit, appunto contemplando il suo passato, che  il suo negarsi - come il tempo. Ci che si
raggiunge con la negazione  appunto lirraggiungibile. La memoria  irraggiungibile, come la
nostalgia, come il presente. Il presente, che, nella memoria, non si distingue dal passato. La vita 
sublime quando abbiamo coscienza del suo nulla; con tale rinuncia radicale, che lorganismo della vita
e la vita dellorganismo rendono possibili, la vita crea la propria sublimit, la sua trascendenza, forse la
sua eternit.
Laccelerazione e il ritardo sono oggettivazioni del tempo nello spazio; sono oggettivazioni del
tempo soggettivo, che  insieme assoluta accelerazione e assoluto ritardo. Gemelle sono le ali del
tempo e dello spirito.
Lanonimato che la moltitudine crea cerca un nome, cerca un autore. La patria, e infine gli Dei,
sono i veri nomi dellanonimato. Nulla pu esistere senza avere un nome. Il nome  lessenza
dellesistere; la memoria d tutti i suoi nomi al tempo che li muta continuamente. Il nome che
identifica, che d alle cose la loro unit, la loro identit,  anche il simbolo di una differenza; la
differenza, come lidentit, sono la sostanza e lessenza dellessere. La memoria  il loro composto.
Talvolta le masse sono gelose del loro anonimato, in cui ritrovano una solidariet tra individui,
e perfino una differenziazione dalle classi che venerano i nomi (talvolta i nomi diventano un nome solo
che conduce vicino allanonimato delle masse). Che cosa  la cultura, se non la venerazione dei nomi,
idoli sonori del pensiero, cos come  venerazione delle idee e delle imagini, che anchesse hanno un
nome? La cultura riesce a conoscere i nomi - ogni nome  sacro - senza dissacrarli?
Lattualit  al di l delle spiegazioni, perch le contiene. Le spiegazioni dellattualit sono il
suo negarsi, e lattualit trascende il suo negarsi. Pertanto sono trascendenti anche i sentimenti che si
riferiscono allattualit, i sentimenti della vita come tale, sentimenti che sono, come la vita, felicit,
gioia, etc., di cui  impossibile trovare la spiegazione perch la trascendono. Lattualit trascende la sua
conoscenza, la sua spiegazione, la sua negazione, essendole. Essendole, cio essendone lattualit. Ma
anche la negazione  trascendente, quando  attuale; questa  la grande ombra che si risolve nella
trascendenza della luce. Dobbiamo ammettere che ogni sensazione, che la sensazione in s, sia
trascendenza; perch, come tale, essa non pu avere una causa. Quella che definiamo una causa  forse
unoccasione (Malebranche), cio una negazione radicale - di cui la sensazione  la trasfigurazione. La
trasfigurazione  trascendenza come la metamorfosi. La felicit, la gioia, la vita, la diversit sono
metamorfosi della negazione, sono trascendenti alla negazione. La diversit pertanto  trascendenza,
come la sensazione, come la mutazione. La sensazione  lessenza della differenza;  attuale mutazione
del tutto;  il mutarsi, il variare del tutto.
Quale Dio pu essere il residuo della nostra analisi delluniverso, quale Dio pu essere ospite
nostro o compagno della nostra vita, quale Dio possiamo opporre alle inoppugnabili evidenze del nulla
e della morte? Forse linganno dei nostri sensi ci fa credere alla loro positivit affermativa, e ci vieta di
vedere nelluniverso la manifestazione, il fenomeno di unimmensa e universale negativit. Quella che
 la nostra anima e lanima dei nostri sensi, e della nostra coscienza. Grazie alla nostra negativit
possiamo identificarci alla negativit universale; possiamo identificarci allassoluta diversit
delluniverso e dellinfinito.
La negativit, linfinito, lassoluta diversit da s sono i vertici del triangolo in cui  inscritta la
nostra speranza; di quella speranza che ci sopravviver anche quando non spereremo pi. Vi sono una
speranza in s, e una diversit in s, che ci sopravvivono. E perch questo assoluto, altro da noi, non
potremmo essere noi stessi? Forse che anche oggi in questo istante non siamo diversit e alterit da noi,
attualit, negativit e infinito attuale?
Tutto nel nostro spirito, nel nostro organismo, nelle nostre sensazioni e rappresentazioni, nel
"nostro" mondo, testimonia la presenza della differenza e dellalterit, la presenza dellaltro. La
sensazione  pura alterit; la rappresentazione visiva o uditiva  la resurrezione dellaltro; lopera darte
ci presenta la somiglianza con qualcosa daltro, qualche trascendenza-immanente, che subito
riconosciamo, come se lavessimo vista altre volte, e in realt la vediamo sempre, pur non sapendo
darle un nome. Ma il nome  lapparenza stessa, la luce, il colore, il suono -  appunto a questo nome,
che sentiamo vivere e nascondersi (cio negarsi),  appunto a questo nome, che non sappiamo dare un
nome. Ma sensazione dice il nome dell'altro, il nome della sua diversit - ma lo dice nel suo
linguaggio, nel linguaggio dellaltro, lo dice per esempio con un colore, con una luce, con un suono,
con un profumo, con un ricordo. Anche le parole in quanto tali sono la presenza dellaltro, e forse
anche i concetti. Ma come possono essere tradotti questi nomi nel nostro nome, queste diversit nella
nostra diversit? Il nostro modo per intendere il diverso e laltro, e identificarli alla nostra diversit, 
forse la metafora. Larte  quasi tutta metafore. La traduzione reciproca di due diversit.
Pensieri personali. Ormai non riesco ad applicarmi che scrivendo. Non riesco pi a leggere con
seguito un libro, pur acquistandone continuamente. Leggo soltanto ci che scrivo, cio ci che mi detta
la mia soggettivit trascendentale - della quale ignoro tutto. Essa  lindicibile che mi detta il dicibile; e
comprendo ci che scrivo, ci che mi detta la soggettivit perch riconosco in ci che dico, e le poche
volte riesco a dirlo, perch riconosco in ci che dico lindicibile; e, in me, linconoscibile.
Riconosciamo in noi linconoscibile come si riconosce per la via una persona ben nota o dimenticata
per qualche tempo dopo averla conosciuta. Riconosciamo ci che non conosceremo mai, ma da cui
siamo stati spesso riconosciuti. Occorre sperare che linconoscibile e lindicibile si accorgano di noi.
Conosciamo linconoscibile che promette di non svelarsi mai (condizione della sua sopravvivenza);
conosciamo lindicibile se egli promette di non dire il suo nome ad alcuna scienza. I poeti hanno larte
di dire lindicibile senza che lindicibile cessi di rimanere indicibile.
Una societ, cio una comunit, non  formata soltanto da uomini, da esseri umani nel senso
semplicemente statistico della parola - ma da una comunit di uomini e di Dei. Senza la partecipazione
degli Dei alla nostra comunit, senza la partecipazione della luce, cio dellinvisibile, tutto il visibile
diverrebbe tenebra. Gli Dei sono sempre tra noi; i Templi grandiosi, le Chiese solenni, sono le dimore
dellinvisibile, che assicurano la consistenza, la verit delle associazioni umane. Nelle nostre societ, in
cui gli Dei vivono perseguitati, noi vediamo ogni senso poetico, cio ogni senso di una vita segreta,
parallela alla vita palese, abbandonare le nostre citt, che divengono prive di significato intrinseco.
Sono interamente visibili, non hanno alcun segreto, se non criminoso, e, pur contenendo milioni di
viventi, non lo sono in s; non contengono linvisibile, il segreto vivente.
O forse noi non sappiamo vederlo; ma non crediamo che si potr dare mai una individualit al
loro squallore. Esse sono unicamente identit e non possono essere altro. Il tempo non pu specchiarsi
in esse se non abolendosi o spezzandole. La consociazione con gli Dei e lammissione in noi di una
diversit, che ci salva dagli inferni dellidentico.
Evidente  il rapporto tra la diversit e il tempo, tra la diversit e la memoria. Il tempo 
lassoluta attualit della diversit; anzi,  lattualit come incomparabile, cio non paragonabile,
diversit.
Spesso si ripetono i giudizi comuni sulla poliedricit del genio di Leonardo, sugli innumerevoli
interessi di quello spirito tanto disinteressato perch analitico. Leonardo, come pi tardi Cartesio, trova
la pace del suo spirito nellanalisi, nello stato danimo analitico, che  il superamento di ogni stato
danimo, anzi dellanimo stesso, se lo si intende nel senso sentimentale o religioso della parola.
Lanimo di Leonardo non conosce devozioni, ignora Dio, come ignora la cultura del suo tempo, cio il
punto pi alto della cultura umanistica. Lanalisi ignora lintenzione, ignora lavvicinamento diretto
allassoluto; e, come tale, pu essere considerata la vera estetica, lestetica di ci che arriva alla
bellezza, appunto pura, perch non contiene nelle sue linee, nascosta nelle sue linee, alcuna
intenzionalit, alcuna intenzione diretta di piegare alla propria guisa, secondo se stesso, lassoluto
dellarte, del risultato. E non contiene alcuna consapevolezza, prima dellanalisi, del risultato. Lanalisi,
contro la comune apparenza,  anche una fede. La fede che, proseguendo e perseguendo la via analitica,
si possa pervenire a un tutto, a una totalit unita e vivente, unita e diversa, e organica; e vi si possa
pervenire grazie a una occulta Provvidenza che guida lanalisi ai suoi fini, essendo interamente
immanente allanalisi - senza alcuna mistura di preveggenza umana. Una fede che non instauri altro
culto, altra liturgia che lanalisi stessa - una pace, una serenit, soprattutto una purezza, naturalmente
scientifica, molto al di l di ogni passionalit, di ogni tumulto interiore. Leonardo, pertanto, ignora il
mondo umano, troppo umano, della storia; ignora il mondo delle controversie morali, civili, religiose;
ignora al massimo, e con non poco sforzo, la filosofia, la metafisica, che gi si respirava nellaria tersa
e trasparente della quasi sua Firenze. Ignora tutto quello che ispirava Michelangelo, i Medici, Marsilio
Ficino, le malinconie imploranti di Botticelli, il furore profetico di Savonarola,35 le delizie umanistiche
dei latinisti, dei grecisti, di tutti i negromanti della cultura che evocavano tutte le luminose ombre
dellantichit pagana. Leonardo era il solo cultore del vero paganesimo, il paganesimo del passato e del
futuro; perch la sua analisi disegnava i contorni di una fede nascosta, che sdegnava di darsi qualche
mistico nome, che celebrava il sommo mistero come lunica chiarezza, mediante lunica chiarezza,
lunica analisi. Evidentemente il genio di Leonardo, che escludeva da s tanta parte del mondo umano,
pu essere definito come estremamente unilaterale. Un credente senza teologia,36 una fede senza altari -
unanalisi creatrice di una trascendenza che non si distingue dallimmanenza, n dallanalisi che la
crea. Nellinfinita purezza delle sue figure traspare tutto il futuro limpido che il mondo avrebbe potuto
avere, se non lo avesse desiderato direttamente, passionalmente, imitando in s la figura del Dio unico
onnipotente, situato nei cieli e antropomorfo (umano, troppo umano), che conosce tutte le vie della
creazione, fuorch quella, inumana, dellanalisi, che fu la via leonardesca. La crocifissione,
lautocrocifissione della divinit pu essere considerata, bench tanto sanguinaria e crudele, unanalisi
al livello tragico della onnipotenza?
Leonardo e i simboli - lunico simbolo di Leonardo  linfinito; linfinito che  lorizzonte della
Gioconda tra le alpi spettrali. Leonardo era arrivato per sola virt di analisi allinfinito (linfinito
procede appunto allinfinito, negandosi). Giordano Bruno, gi nellet barocca, era giunto direttamente
allinfinito con una affermazione panica. Leonardo, come tutti i grandi, era al confine di due epoche;
era il momento in cui ogni affermazione doveva tramutarsi in Iperbole, nella Iperbole che nulla
giustifica fuorch la stessa violenza del suo affermarsi. Il barocco aveva delle mete, era consapevole
delle sue mete, delle sue iperboli; esse erano condotte intenzionalmente e consapevolmente. Dove era
allora la loro giustificazione? La negazione creatrice  la sola giustificazione: lanalisi che si affida alla
Provvidenza ignota per la creazione organica dellUno era forse lequivalente rinascimentale
umanistico (bench Leonardo non fosse umanista), e nella regione estetica delle imagini e figure, del
concetto Luterano della giustificazione per fede. Anche larte  una fede, una fede che Dio possa
rinascere dalla rinuncia alla fede, dalla rinuncia a Dio come nostra costruzione consapevole, dalla
nostra rinuncia a esser Dei. Dio non  un dato, ma una rinascita; una rinascita dalla propria rinuncia a
se stesso. La rinascita  lidentit che riappare nelle forme della diversit.
Dobbiamo imparare a pensare, a pensare il pensiero, e il pensiero del pensiero, e perderci cos
nellinfinito.
Il borghese che, invece di riconoscenza, raccoglie accuse e che le accetta per pentirsi e unirsi al
coro degli accusatori, dovrebbe al contrario accettarle per rafforzare le sue colpe con tutta lenergia di
cui si  mostrato capace nella sua gloriosa, audace, terribile carriera; e salvare con questo
atteggiamento se stesso e i suoi accusatori, inconsciamente suicidi. Salvare il mondo  salvare gli
avversari?
Il regno della soggettivit  come la soggettivit invisibile, imponderabile, irraggiungibile;  la
chiarezza dellabisso, labisso della chiarezza. La soggettivit che non pu mai essere obiettivata
(perch, obiettivata, si vendica divenendo nulla); lessere non pu mai essere obiettivato senza
diventare nulla. La soggettivit che, come lessere, non patisce misura, domina invisibilmente il mondo
delloggettivit; anzi,  questo mondo tangibile, visibile, misurabile. Lo  nella forma della sua
negazione, cio nella forma del suo negarsi, del suo atto.
Vi pu essere nelluniverso, nellimmenso, in ci che non ha misura, una risonanza per la parola
amore, per la parola carit, per la parola piet, per la parola divina, per la parola come tale? Linfinito
conosce gli echi? Il vuoto infinito del firmamento era dagli antichi ritenuto la sede, il tempio, della
divinit. Ma esso  proprio il luogo dove della divinit che vive in noi non vi  la minima traccia - noi
siamo un universo molto pi importante, molto pi divino delluniverso astronomico. Noi siamo
luniverso della soggettivit, della piet (soltanto nella soggettivit, questa sovrana, alberga il
sentimento dellumilt, della piet); noi siamo luniverso della parola. Anche senza essere consapevoli
della divinit della parola, che spendiamo prodigalmente per i minimi bisogni, per le minime cause e i
minimi effetti. La parola  leco in noi della divinit. Vi  tra le infinite galassie un unico posto per un
Dio damore? Si dovrebbe allora concludere che lunico universo per Dio e per gli Dei  il nostro
universo interiore - dove, talora, ma allo stato di sintomo, possono apparire sentimenti damore o di
misericordia. Ma, come pensare un Dio fornito di ogni potenza e di ogni qualit, ridotto a essere
inquilino di esseri spregevoli, banali, mediocri, e spesso malvagi, come noi? Possiamo noi ospitare e
salvare un Dio profugo da ogni sito, da ogni spazio - un Dio extraspaziale? Se luniverso divino 
extraspaziale, questo universo pu essere soltanto quello della mente e della coscienza; pu essere
soltanto il nostro. Noi abbiamo coscienza della nostra inferiorit infinita (questo  il nostro vero
infinito), ma, nellatto stesso della coscienza, abbiamo coscienza della nostra assolutezza - che  la
condizione necessaria per un pensiero e una coscienza giudicanti. Abbiamo coscienza di noi e della vita
come unico assoluto.
La presunzione dello sciocco  la punizione che egli infligge a se stesso; perch, senza questa
presunzione, potrebbe essere consapevole della propria sciocchezza e perci divenire, nellatto stesso,
intelligente.
Dante: il mistero del rapporto tra l'imago e il cerchio; era questo anche il mistero di Leonardo?
Il rapporto tra lanalisi e limagine artistica e antropomorfa? Dante popol di imagini, di ombre, tanto i
cerchi infernali quanto i cerchi celesti.
Ogni istante che passa ci lascia eredi della sua morte e della sua immortalit. Noi ereditiamo
tanto la vita quanto la morte dai nostri genitori; cos ogni istante dovrebbe lasciarci eredi di una idea,
della vita e della morte di questa idea, di questo universale.
La convivenza tra la legge, cio la necessit, e il caso (le hasard) e larbitrio pu avvenire
soltanto in noi.
La trascendenza, lanteriorit che noi creiamo con la nostra negazione esiste veramente prima di
noi e in virt di quale occulta legge? La negazione rende tutto predestinato e tutto arbitrario. Ci che 
creato dalla negazione  una nascita spontanea perch  il contrario del suo creatore. E insieme 
predestinato dalla negazione che  la necessit. Non possiamo pi pensare a un creatore immediato e
positivo, ma solo alla creativit della mediazione, cio della negazione - che determina lattualit e la
predestina alla spontaneit e alla libert.
Il "progresso" della scienza ha apparentemente riconquistato tutti i domini dellessere che gi
appartenevano al pensiero filosofico e alla metafisica; o che appartenevano a Dio, e cio allassoluto. Il
progresso scientifico ha introdotto nella realt la democrazia dellanalisi, che riduce tutto a
eguaglianza; che ritiene le differenze uno scandalo e per cui il modello, il paradigma della conoscenza,
 lequazione. E' conosciuto tutto ci che  ridotto allidentit con tutto il resto. Ma lassoluto ricacciato
dalle feconde pianure della realt si  ricondotto, si  arroccato nel suo sacro castello, nel magico
castello, il castello del Santo Graal, il castello della soggettivit, dellassoluto soggettivo, della
coscienza. La coscienza, malata quando le erano caduti in sorte tanti possessi, si  risanata quando 
stata spogliata di ogni avere, quando non le  rimasta che la sua sacra nudit. La conquista della
democrazia scientifica non ha risolto (democraticamente) il mistero del potere, n il mistero altissimo
della coscienza, il mistero inaccessibile e inespugnabile del sacro castello. Mai come oggi sentiamo il
mistero della soggettivit e della sua assolutezza (lassoluto non pu essere che soggettivo), che tanto
pi possiede - e non pu possedere che il tutto - quanto pi si  spogliata di tutto. I suoi possessi non
possono che inquinarla. Il castello  inaccessibile ma aperto alla propria umilt, che ne crea la
inaccessibilit, il castello della solitudine, ma che  la pi inimmaginabile diversit da s; che  il tutto
e lunica vera singolarit. In cospetto della democrazia analitica dellidentit, delleguaglianza plurale,
la sintesi dellassoluto (ogni sintesi  un assoluto e viceversa)  la diversit senza fine, senza termine di
confronto nel mondo soggettivo del tutto e dellassoluto.
La Grecia illumin lOccidente, seppe trasfondersi nellOccidente che la guard come un idolo,
conquist il ferum victorem con la sua chiarezza, con la sua serenit, con i suoi olimpi; e mediante
Alessandro e i macedoni conquist l'Oriente - conquista pi difficile. La luce di un popolo pu
conquistare pi facilmente le tenebre dellOccidente che le luci gi collaudate dellOriente. E cos
Atene si sdoppi e divenne Roma e Bisanzio. Con Bisanzio riconquist lOriente delle steppe, da cui
provenivano in epoche estremamente originarie le popolazioni che nellEgeo divennero greche. In
Occidente fu colonizzata lAmerica, da cui nessuno proveniva. Atene, divenuta Bisanzio, si serv del
Cristianesimo, mentre il Cristianesimo si serv di Roma. Senza svelare il mistero del potere che Roma
aveva trasmesso alla Chiesa del Cristianesimo, o meglio che il Cristianesimo aveva mutuato da Roma.
Il Cristianesimo condann il Potere, poi, dopo la catastrofe universale provocata da questa condanna,
assunse ed esercit il potere, lo consacr con tre corone, le tre corone della tiara, ma non svel ad
alcuno il segreto di quella essenza, non lo confess come peccato. Il potere ha la stessa natura del
soggetto? Invisibile, inobiettivabile, imponderabile, che  dovunque e in nessun luogo, e onnipotente;
condizione dellesistenza anche di quelli che lo contestano. Contro il potere si scatenano tutte le rivolte,
e con ci contribuiscono a crearlo, a dargli un carattere di individualit; il potere  universale, ma tende
a restringersi in poche mani, anzi in ununica persona. Assume un nome che diventa un nome che tutti
possono usare, ma pi lo usano, pi diminuiscono la propria indipendenza a favore di questa entit. Il
potere  un mistero diabolico, un mistero di iniquit, o un potere benefico di origine divina? Forse il
potere  benefico appunto perch diabolico; ma appunto perch diabolico, non ammetter mai questa
origine; e i pi evidentemente beneficati non ammetteranno mai il beneficio. Movimenti di origine
ideale e celeste, preconizzati da belle anime, riescono a esorcizzare il diabolismo del potere. Cio a
indebolire la potenza, evocando catastrofi e la necessit di instaurare una potenza peggiore. Dobbiamo
credere che nella storia dellumanit tanto poco angelica, unessenza diabolica sia una necessaria
componente; cos come con terribili veleni si compongono farmachi di salute e di salvezza. Ma, questa
diabolica potest, forse creata dalla Provvidenza, non sembri sacrilegio, ha bisogno di propaganda, di
poeti di corte, che ammantino il diavolo, benefico suo malgrado con una toga di ipocrisia. Cos,
allegro fanciul porgiamo aspersi - di soave licor gli orli del vaso - succhi amari ingannato intanto ei
beve e dallinganno suo vita riceve.
La curva della mia salute e della salute di tutte le cose si avvicina asintoticamente al nulla, alla
pista di atterraggio delluniversale volo - il volo che perpetuamente atterra e decolla.37
Quando le Sirene, il coro delle Sirene ( composto da soprani, mezzo-soprani o contralti?)
hanno successo, gli illusi si accorgono che le Sirene erano terribili Erinni.
Di fronte a esemplari di statue romaniche scolpite nella pietra, nel metallo, nel legno, di fronte
alle miniature, alle pagine, par entrelacs coloris, agli smalti, risorge leterna domanda: perch larte
delle origini ha un fascino ineguagliabile, fatto di una suprema sincerit, che sa esprimersi anche in
forme convenzionali, che non teme le forme convenzionali? Perch lorigine  un cos grande poeta, 
poeta come una fonte? Forse perch luomo di queste et originarie, che possono essere anche
barbariche, sa avere coscienza delle cose; una ingenua, onesta conoscenza delle cose. Ma una coscienza
che non sa ancora di essere autocoscienza come nelle epoche pi illuminate (pi tardi, nel declino,
lautocoscienza ha coscienza di essere coscienza del nulla); una coscienza che non ha ancora ceduto
alle seduzioni del serpente, che le insinua di conoscere se stessa, di conoscere il proprio nome. Il
divieto di conoscere riguarda noi stessi; noi siamo nellatto stesso Orfeo ed Euridice, amore e psiche,
Lohengrin ed Elsa. Noi abbiamo un nome scritto forse nei cieli, ma perci noto anche agli inferi. Esso 
il paesaggio dai cieli agli inferi. Ma questo nostro nome segreto, il nome che vive in noi, noi lo
viviamo, ma non possiamo conoscerlo. La coscienza delle origini vede ingenuamente tutte le cose,
dimentica se stessa. Il suo atto non si risolve nellautocoscienza. Lautocoscienza  finalmente
diabolica perch abolisce tutte le cose e tutto, per sostituire se stessa, cio noi stessi a tutte le cose, a
tutto; portandoci a una dolorosa solitudine in cui siamo straziati dai demoni del rimorso e dai demoni
dellangoscia, dai demoni del passato, dai demoni del futuro. Le statue delle origini, delle prime albe,
non hanno n rimorso n angoscia - sono le primavere del presente eterno.
Non  conveniente resuscitare le cose morte, rapire al passato e alla morte il loro bene. Il
passato spontaneamente e silenziosamente si sveglia quando lo lasciamo dormire. Il passato pu solo
sognare, come l'al di l. Lal di l dantesco  costituito da tre sistemi di cerchi concentrici abitati da
ombre antropomorfe; e le ombre abitano mondi diversi in cui si riflettono le loro azioni; sono le loro
azioni che vivono eternamente. Come si pu conciliare lantropomorfismo delle ombre con la necessit
predestinata del diabolico cerchio, che trasporta anche gli inferi in paradiso? Soltanto la figura umana
pu alla fine redimerci dal cerchio. E' anche un problema artistico il domandarsi come in un mondo
creato dalle nostre azioni, un mondo formato dalle nostre azioni distaccatesi da noi, rese eterne dalla
loro morte, dal loro divenire passato, possiamo ancora vivere come autonomia e significato, come
libert, perch ridotti a ombre; il soggetto  lombra delle sue azioni? Tutte queste ombre sono
artisticamente, dal punto di vista dellarte, felici della loro mancanza di significato, l dove il
significato delle loro azioni  divenuto ledificio e il sistema. Confrontati con luniverso delle nostre
azioni noi non siamo pi che ombre. Le nostre azioni danno forma, significato e diversit a tutte le
cose, a tutte le rappresentazioni, a tutte le forme nate nel tempo, coi significati del tempo. La nostra
leggerezza, la nostra universalit, che  una libert da noi stessi,  unombra, al di l di se stessa, al di l
delle sue azioni, unanima irraggiungibile. Le ombre, nei cerchi infernali e paradisiaci, malgrado Dante,
sono al di l di colpe e meriti; sono libere dal loro passato e dal loro avvenire, sono resurrezioni
dellanimo stesso di Dante. Forse anche i cerchi sono manifestazioni, sono lesteriorit o i simboli
delleterno finire e delleterno rinascere; nel cerchio ogni punto  lultimo e il primo, ogni punto 
lAlfa e lOmega.
Nelle grandi opere darte delle origini, il cosiddetto (dai romantici) artista, allora artigiano, o,
per meglio dire, luomo, si dimenticava interamente di se stesso nella sua opera, non voleva
intenzionalmente manifestare se stesso. Questo  il segreto che egli aveva appreso nel suo lavoro e che
egli manifestava senza volerlo nella sua opera. Manifestazione del segreto che rimaneva segreto;
perch la manifestazione  la resurrezione dellopera, la resurrezione della personalit, in forme celesti,
dal completo oblio di se stessa - cio dalla rinuncia ad affermarsi direttamente. Lautore di quelle opere
originarie non si firma, come oggi si dice; ignora il suo nome, vuole solo lanonimato e lo conserva
attraverso i secoli - perci le sue opere, le sue creature, le sue resurrezioni hanno individualit tanto
potenti, hanno significati inesauribili, come la verit.
Lispirazione artistica obbedisce, pur nella sua sublime trascendente libert, alle leggi
dellinduzione elettromagnetica, secondo le quali, nel circuito indotto, si formano correnti nei due
sensi, secondo laumento o la diminuzione dintensit del campo magnetico induttore. Linduzione
elettromagnetica come lispirazione artistica sono il sintomo di uno squilibrio nel campo magnetico che
noi indubbiamente siamo; squilibrio che suscita le misteriose correnti che lo interpretano, che lo
placano, lo sublimano, lo trasformano in forze meravigliose e sempre pi ignote, bench la loro essenza
sia di esprimersi e palesarsi. Nulla di grande pu palesarsi se non in qualche tragico squilibrio - qualche
scoscendimento che si produca in noi. Forse anche lispirazione idillica  una pace riconquistata dopo
la misteriosa tempesta magnetica. Una pace fatta di oblio. Come la luce pu essere loblio della sua
intima tragedia, dellintimo incendio. Noi dovremmo essere perpetuamente ispirati, perch siamo
fondati sul nulla - labisso  la nostra essenza. Una ignota forza magnetica ci trascina verso la morte, la
nostra meta  il nulla. Ma in realt dimentichiamo questo squilibrio che non pu mai essere trasformato
in equilibrio; crediamo nellequilibrio, creiamo nella solidit del mondo. La filosofia per millenni ha
creduto alla positivit, allimmediatezza, alla realt, allobiettivit del mondo, delluniverso, del tutto;
allimmediatezza dellequilibrio. Ma ora noi sappiamo che lispirazione del nostro spirito sale
dallabisso. Berkeley, Kant e Hegel (e Spinoza, con la sua teoria della corrispondenza tra la substantia
cogitans et la substantia extensa) ebbero lintuizione che il mondo reale non fosse che il nostro
pensiero; ma forse non si spinsero fino a pensare che il nostro pensiero fosse una potenza negativa, un
pensiero negativo. Noi forse sappiamo oggi che la nostra affermazione non  che lattualit di una
negazione - la negativit del pensiero che nega tutto ci che tocca.
Lequilibrio,38 la ricerca dellequilibrio,  la negazione della gratuit; ma tutto il nostro animo
non  che unaspirazione alla gratuit divina. La divinit delluniverso  uno scandalo, perch  una
gratuit - la gratuit  labisso. La gratuit  lo squilibrio assoluto. Perci lispirazione  eminentemente
gratuit. Lattualit si accorge di essere gratuit e perci squilibrio quando si accorge di essere attualit
del nulla. La conoscenza della attualit  la massima ispirazione. La salvezza  nella gratuit?
La filosofia  una ricerca della salvezza come la religione; ma forse il pericolo della metafisica,
come della religione,  lintenzionalit della ricerca della salvezza. Lassoluto non pu essere raggiunto
intenzionalmente, ma soltanto con la rinuncia a esso. La rinuncia, la negazione di tutto,  la ricerca di
un equilibrio per lassoluto. Il pensiero negativo equilibra lassoluto - e la negazione dellintenzione e
dello scopo, anche se lo scopo  lassoluto. Questa ascesi corrisponde allora allascesi analitica, che 
lascesi scientifica. Lanalisi non ha scopo; la sintesi  raggiunta dallanalisi inintenzionalmente. Una
pace, una riconciliazione con lassoluto quando il pensiero  guidato da se stesso, cio dalla sua
negazione, cio dalla sua analisi. Il creatore, il poeta, nel senso etimologico della parola, definisce la
poesia creandola, facendola; e questa definizione della poesia come definizione di se stessa vale pi di
tutte le altre definizioni, perch espone, manifesta nel modo pi evidente, esprime nel modo pi
assoluto la poesia. Ma questa definizione e manifestazione ed espressione assoluta non abolisce la
poesia, cio non ne abolisce, ma ne crea, quanto pur lo esprime, il mistero.
1 gennaio 1974F
A La frase tra parentesi quadre  sovrascritta rispetto al testo che abbiamo riportato, rispettando
la continuit grafica, immediatamente prima.
B Sovrascritto a "sono", nel manoscritto, troviamo "siano".
C La parentesi non  chiusa nel testo, ma appare evidente che linciso abbia termine dopo
"individualit".
D Qui finisce il primo Quaderno del 1973: si tratta di 120 facciate a righe fittamente annotate a
mano su un quadernone a righe formato computisteria.
E In corrispondenza della parola che abbiamo trascritto nella forma ipotizzabile di "corna", la
pagina 39 del Quaderno 360 presenta un grafema di difficile decifrazione. Il testo riporta
unespressione "la/le ... dellassoluto" sovrascritta in alto a sinistra all'inizio della pagina stessa e al di
sopra della prima riga, quella che comincia con "Il nostro desiderio  sempre desiderio dellassoluto
Probabilmente, si tratta di unaggiunta successiva annotata di getto o comunque in maniera rapida, dato
il carattere piuttosto nervoso della grafia leggermente differente (ma riconoscibilissima, al di l di ogni
possibile dubbio) rispetto al resto della scrittura a causa di una lieve alterazione, peraltro gi
riscontrabile nella seconda met dellultima riga in basso della pagina precedente, da "nel fuoco del
sacrificio" in poi. Siamo in presenza di uno dei rarissimi casi di indecifrabilit di una grafia, quale
quella di Andrea, usualmente molto chiara e quasi completamente priva di correzioni, cancellature,
aggiunte.
F Lultimo terzo - qui non riportato - del Quaderno 360 - dalla quarta riga di p. 59 a p. 76 - si
riferisce gi allanno successivo, il 1974 (in particolare dall1 all8 gennaio, com meticolosamente
annotato).
NOTE
a cura di Romano Gasparotti
1 Andrea Emo nacque a Battaglia Terme (Padova) il 14 ottobre 1901, primogenito dei tre figli
di Angelo Emo Capodilista ed Emilia dei baroni Barracco, e mor a Roma l'11 dicembre del 1983. E'
sepolto nella cappella di famiglia ospitata dal cimitero di Pernumia (Padova). Le fonti principali della
sua biografia provengono, nellordine: dalla testimonianza diretta e orale della moglie Giuseppina
Pignatelli dei principi di Monteroduni, che Emo spos nel novembre del 1938, a cui si devono il
progetto e gli infaticabili sforzi per tenere viva la memoria del marito; dalle testimonianze orali delle
figlie Marina (depositaria ufficiale per testamento del lascito emiano) ed Emilia; dalla testimonianza
scritta che pu essere considerata la prima nota biografica ufficiale su Andrea Emo, ovvero il "Ricordo
di Andrea Emo" redatto da un amico, il musicista e scrittore Ernesto Rubin de Cervin, e pubblicato in
chiusura nel volume A. Emo, Il dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di M. Don e R.
Gasparotti, Marsilio, Venezia 1989 (ora tradotto in lingua tedesca col titolo Metamorphose des Nichts.
Philosophische Fragmente 1925-1981, Spur Verlag, Zurich 1997); dal ricordo personale di un amico di
famiglia, lo scrittore Alberto Arbasino (comparso sulla pagina culturale del quotidiano la Repubblica in
data 28.3.1989); dalle testimonianze di altri amici, come il figlio di Giovanni Gentile, Benedetto, e sua
moglie, recentemente scomparsi.
Andrea discende da unantica e nobile famiglia veneziano-patavina, nella quale vennero ad
armonizzarsi lanima umanistica dei Capodilista padovani e laristocrazia, tipicamente veneziana, degli
Emo, la quale annovera quellAngelo, lultimo e generoso "capitano generale del mare" della storia
della Repubblica di Venezia, distintosi (nella seconda met del XVIII secolo) nella lotta contro i
Turchi, da lui sconfitti ad Algeri nel 1780. Andrea visse sempre tra Roma (durante la stagione fredda) e
il Veneto, nelle ville cinque-seicentesche di Battaglia e poi di Rivella (in provincia di Padova, tra
Monselice e Arqu Petrarca), nella cui barchessa ora la moglie ha raccolto tutti i volumi della
ricchissima biblioteca. Nel 1918 si iscrisse allUniversit di Roma ed ebbe modo di frequentarvi le
lezioni di Giovanni Gentile il quale aveva preso possesso della cattedra romana il primo gennaio di
quellanno. Proprio nel 1918 - quando Emo aveva solo diciassette anni - inizia la stesura dei Quaderni,
la quale prosegue pressoch ininterrottamente sino al 1981 (le uniche interruzioni si registrano nel
secondo semestre del 1940, a causa del richiamo al servizio militare, e dallestate del 1941 allinizio
dellautunno del 1943, in seguito agli eventi bellici, che costrinsero la famiglia Emo ad abbandonare le
proprie case e a mutare pi volte residenza). La frequenza da parte del giovanissimo Andrea ai corsi
universitari di Gentile si colloca nel periodo in cui il filosofo sta elaborando e scrivendo opere quali
Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento e il Sistema di logica come teoria del conoscere, e si
accinge a dar vita a una nuova rivista, Il Giornale critico della filosofia italiana. Dopo aver seguito per
poco pi di un anno le lezioni gentiliane e aver contemporaneamente iniziato a scrivere, in parte sotto
questa influenza, un vero e proprio Diario filosofico, Andrea Emo, una volta chiamato a prestare il
servizio militare di leva, abbandon luniversit, senza aver nemmeno iniziato a scrivere la tesi di
laurea. Da questo momento in poi - siamo allinizio degli anni Venti - pubblicamente Emo non si
occuper pi di filosofia, assorbito dallotium di nobiluomo amabile e colto, per il quale, come scrive
lamico Rubin de Cervin, "rivolgersi verso lesterno, verso gli altri, parlare era spesso nullaltro che
un atto di buona educazione o di rispetto o di affetto, ma mai una necessit" (Il dio negativo, cit., p.
253). E tuttavia, in una tale condizione, molto vicina alla classica schole del sapiente, non solo Emo
non smise mai di leggere e pensare, ma non smise nemmeno mai di trascrivere - secondo un
paradossale atopon - il perenne fieri del proprio pensiero, annotando fittamente, con grafia elegante e
precisa e con le cadenze tipiche del "diario intimo", circa quattrocento quadernoni a righe formato
computisteria, nei quali venne a tessersi un antisistematico sistema di pensiero, che alterna momenti
puramente teoretico-teologici a considerazioni di carattere estetico, a osservazioni critiche sul "mondo
moderno" (un po alla maniera "inattuale" di Nietzsche), a digressioni di carattere politico. Ebbe una
certa frequentazione con personaggi quali Alberto Savinio, Ugo Spirito, Ennio Flaiano, Enrico Castelli,
Elmire Zolla, ma lincontro culturale e umano forse pi importante della sua vita - come si evince
dagli stessi Quaderni - fu quello con Cristina Campo. Fra i due (incontratisi di persona la vigilia di
Natale del 1973, nella Chiesa di rito ortodosso di S. Antonio Abate a Roma) fior, sino alla morte di lei
(avvenuta nel 1977), un carteggio ancora inedito.
Nessuna pagina dei Quaderni venne mai pubblicata in vita. Bisogner aspettare la morte di
Andrea, quando, a met degli anni Ottanta, la moglie, grazie allinteressamento dellamico Rubin de
Cervin, fece leggere qualcuno dei Quaderni a Massimo Cacciari, il quale, colpito dalla pregnanza e
potenza speculativa dei pensieri, daccordo con la famiglia confer a Massimo Don e Romano
Gasparotti lincarico di una prima recensio e di una prima indagine di quel vastissimo corpus.
A proposito di una cos peculiare ricerca  inevitabile interrogarsi sulle ragioni per cui Emo non
volle mai pubblicare la minima traccia di un itinerario filosofico ostinatamente perseguito per quasi
sessantaquattro anni e, paradossalmente, sviluppatosi esclusivamente per iscritto (dato che, oralmente,
Emo di norma trattava daltro).
Queste ragioni si ritrovano nel testo dei manoscritti e si radicano nella natura del pensiero
emiano. Dal maestro Gentile aveva appreso che la prassi filosofica  sempre un farsi, un fieri, mai un
fatto, e quindi non pu essere mai catturata allinterno di unespressione che voglia presentarsi come
finita. Inoltre, per Emo, ogni testo consiste almeno di due testi: uno in chiaro scritto dallautore e un
altro, cui il primo necessariamente rinvia, scritto con le stesse parole del primo, ma misterioso e
ineffabile. Esprimere questo sotto-testo -che  quello decisivo, su cui poggia e insieme naufraga il
senso del primo -  impossibile, perch, per poterlo esprimere, bisognerebbe possederlo, mentre il testo
nascosto  impossedibile; prendersene cura potrebbe comportare solo custodirne lindicibilit come
tale, senza pretendere assolutamente di poterla svelare. Del resto, che vuol dire pubblicare? Significa
obiettivare, e rendere pubblico e partecipabile qualcosa che, in quanto individuale e privato, nella sua
manifestazione essoterica non pu che alienarsi e divenire vuota astrazione.
Delle circa quarantamila pagine (secondo una stima approssimata) di cui consiste il corpus
manoscritto sono state date alle stampe sinora, tutte post mortem, non pi di novecento, nelle seguenti
pubblicazioni: 1) Il dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, a cura di M. Don e R. Gasparotti,
Marsilio, Venezia 1989; 2) Le voci delle Muse. Scritti sulla religione e sullarte 1918-1981, a cura di
M. Don e R. Gasparotti, Marsilio, Venezia 1992; 3) "Una inesplicabile necessit...", a cura di M.
Don, in Anfione Zeto, 2-3,1989, pp. 199-203; 4) "Cette chanson damour qui toujours recommence...",
a cura di M. Don, in Paradosso, 5, 1993, pp. 47-92; 5) "Arte e bellezza (...) ecce mysterium", a cura di
M. Don, in Qnst. Il giornale degli artisti, 1, 1992; 6) "In principio era il Verbo, poi venne la
conversazione" (inediti dai Quaderni 1964-1981), a cura di R. Gasparotti, in itinerari filosofici,
6/7,1993, pp. 149-159.
Nel corso delle note seguenti, per ragioni di comodit, tali testi verranno citati secondo le sigle:
1) DN, 2) VdM, 3) IN, 4) CdA, 5) AeB, 6) PeV.
2 Dal punto di vista biografico il 1973 (in cui, il 14 ottobre, Andrea compie il settantaduesimo
anno)  caratterizzato da due ricoveri in clinica per operazioni chirurgiche (il primo nel mese di giugno,
il secondo in settembre, seguito da un periodo di convalescenza). Ci non comporta, per Emo, la
rinuncia a scrivere, nemmeno durante la degenza allospedale. Il 7 settembre, giorno del ricovero
allospedale di Padova, Andrea annota una serie di riflessioni attorno alla questione della forma, di cui
coglie il paradosso consistente nel fatto che l'interiorit della forma pare essere raggiunta "soltanto
dalla matematica e dalla geometria, che aboliscono tutte le imagini, tutti gli appelli (...) allesteriorit".
Ci fa s che la matematica sia "la poesia della nostra epoca inaridita, forse la sua maledizione, forse
una inconsapevole ricerca delle antiche fonti - con la matematica la cosa  soltanto la forma negativa
della nostra mente" (7.9.73, Quaderno 357). Si pu dire che lanno 1973 sia scandito in due dal doppio
ricovero. Nel corso della prima parte, dalla consultazione di una serie di elenchi scrupolosamente
compilati dallAutore, apprendiamo che Emo acquist, tra laltro, unedizione della Scienza della
logica di Hegel, la traduzione italiana appena pubblicata da Mursia dellopera di Heidegger XJnterwegs
zur Sprache (In cammino verso il linguaggio) e, probabilmente sotto la sollecitazione della lettura di
questo libro, unedizione delle poesie di Hlderlin. Inoltre, sono registrati gli acquisti di Aurora e di La
filosofia nellepoca tragica dei Greci di Nietzsche, della traduzione, appena uscita per i tipi di Laterza,
di Preface to Plato (Cultura orale e civilt della scrittura. Da Omero a Platone) di E.A. Havelock e di
testi di pensatori contemporanei francesi come Jacques Derrida (Marges de la philosophie e Positions
pubblicati Fanno prima), Gilles Deleuze (Diffrence et rpti-tion del '71, Nietzsche et la philosophie,
uscito nel 62 e tradotto in italiano solo nel 78, e YAnti-Oedipe, pubblicato nel 72 con Flix Guattari),
nonch il Dialogue avec Heidegger di Jean Beaufret, assieme a Figures I, II, III di Gerard Genette e
Formes simples di Andr Jolles. Nessun primato, dunque, in Emo, della cultura e della lingua
"alemanna", semmai un costante aggiornamento senza provincialismi, n astratti tradizionalismi. Dopo
il secondo ricovero - nel corso del quale Emo si dedica principalmente alla lettura dei testi sul
Rinascimento di Erwin Panofsky - tra i libri acquistati spiccano ledizione critica dellopera De
linfinito, universo e mondi di Giordano Bruno, ledizione francese del Seminar Wintersemester
1966-67 su Eraclito di Heidegger-Fink e lo studio su Dante di Urs von Balthazar. Da segnalare
lacquisto di due libri di Julius Evola: Il Graal (comperato addirittura due volte, in data 4.1 assieme alla
Mitologia dellIlluminismo di Furio Jesi e poi il 18.2, assieme allHeidegger-Fink citato) e La dottrina
del risveglio.
3 La ricorrenza del termine atto richiama lattenzione sulle questioni del rapporto tra Giovanni
Gentile e Andrea Emo, e del confronto tra lattualismo gentiliano e la riflessione emiana. Su tale
argomento non esiste al momento studio sistematico. Va comunque precisato che, per quanto riguarda
lesistenza di rapporti diretti tra Gentile ed Emo, tutto ci che si pu sostenere si limita alla circostanza
secondo la quale Emo, iscrittosi nel 1918 alla facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit di Roma, vi
abbia frequentato per un breve periodo le lezioni del filosofo. Il corpus emiano inizia proprio nel 1918
(quando Emo aveva appena diciassette anni); parallelamente, quindi, alla frequenza universitaria delle
lezioni di un Gentile allinizio del suo "periodo romano". Tuttavia, una volta chiamato a prestare il
servizio militare di leva (allinizio degli anni Venti), Andrea abbandona luniversit e in tal modo si
conclude ogni rapporto pubblico tra Emo e gli ambienti filosofico-culturali italiani, dato che, da quel
momento in poi, la totalit dellelaborazione emiana sar affidata solo ed esclusivamente alla
dimensione privata della scrittura. Qui, peraltro, il nome di Gentile compare di rado, mentre risultano
frequenti occorrenze di termini come "atto", "attualismo", e affini.
Entrando nel merito dei contenuti, risulta attendibile, perch evidente, muovere da due punti
fermi: Emo con il termine "attualismo" intende "lidentificazione di tutto nellatto" (DN, p. 19); ritiene,
inoltre, l"attualismo" lespressione filosofica pi coerente e rigorosa della "logica interna
dellidealismo" (ibidem). Dunque considera la gentiliana filosofia dellatto come la pi compiuta
liberazione dellidealismo da ogni residuo di idea di fondamento e dalla positivit della figura moderna
del soggetto. Si tratta della realizzazione di unistanza certo presente (come esigenza) nellidealismo,
ma non portata a compimento, come  affermato in questo passo: "Problema hegeliano - che da ogni
positivo necessariamente limitato faceva nascere un negativo, e poi un nuovo positivo che aboliva e
superava quello negativo. Ma come nasce questo nuovo positivo? E alla fine occorre trovare un
positivo che comprenda tutti i negativi, e la cui perfetta autocoscienza sia un positivo assoluto. Cio un
soggetto che riprenda tutti i suoi diritti abolendo in s il negativo: ma come pu darsi una
autocoscienza assolutamente positiva?" (ibidem).
Secondo linterpretazione emiana dellattualismo gentiliano -che, per alcuni sostanziali aspetti,
sembra manifestare una forma di parallelismo rispetto allinterpretazione dellidealismo dialettico di
Hegel proposta (originariamente nel 1958) da Emanuele Severino in La struttura originaria (Adelphi,
Milano 1981) -, la fondata costruzione del sistema dialettico comporta necessariamente la
comprensione e la ricomposizione di ogni negativit allinterno della totalit del positivo, la quale, pur
comparendo, nel dispiegarsi del movimento del Geist, alla fine del processo, per esigenze di fondazione
non pu che essere pre supposta come quellunit originaria e immutabile che anticipa e precattura ogni
procedente. Questa soluzione, per Emo, lascia per aperta la domanda su come una autocoscienza cos
originariamente positiva possa darsi e possa sussistere pura, non toccata da alcuna negativit. Per
questo Andrea propone una sua "riforma della dialettica hegeliana": se  vero che non si pu non
pensare l'origine - che  l'origine in cui noi siamo, ma in cui mai potremmo stare -, essa
necessariamente va pensata come lo stesso negarsi in quanto tale. Non il negativo in quanto ci che,
nel suo essere tale, presuppone il positivo, cui necessariamente rinvia, ma loriginario e immediato
autonegarsi.
Lidea di questa critica radicale allidealismo e alla stessa dialettica hegeliana non pu che
essere giunta a Emo tramite la personale esperienza e riscrittura dellattualismo gentiliano (compiuta
senza alcun timore reverenziale nei confronti del maestro). Sta di fatto che, mentre Emo arriva
rapidamente a questo risultato, i principali discepoli e continuatori "ufficiali" di Gentile sono in
procinto di mettere in opera una sorta di regressio rispetto alle posizioni pi radicali del maestro,
vincolando di nuovo il puro divenire attuale allinterno di una prospettiva-presupposto ferma e rigida,
chi riammettendo la fede in Dio (si pensi alla linea Guzzo, Carlini, Sciacca), chi la ricerca filosofica
quale ultima e residuale figura dellimmutabile (Spirito), chi addirittura restaurando Dio quale Summum
Ens metafisico (come Bontadini).
Emo ha pure esplicitamente riportato la problematica gentiliana dellatto a quello che, dal punto
di vista storico-genealogico, ne  lindiscutibile luogo dorigine: la filosofia di Aristotele. Ma non a
partire dalla teoria metafisica del primato dellatto rispetto alla potenza, bens a partire dalla "teologia"
aristotelica, nella quale Dio come puro Atto primo, nella sua entelecheia, viene a coincidere con la sua
pura potenza (dynamis). Scrive al proposito Emo: "Lattualit rende positiva la negazione essendone
lattualit; lattualit aristotelica della potenza che essa contiene" (DN, p. 28). Ci significa che la
potenza - ossia il nulla indeterminato e indeterminabile - coincide con latto in quanto atto, cosicch:
"Latto, essendo attuale,  assoluto, e perci contiene in s il nulla che lo fonda e lo giustifica, che  la
sua origine. Il nulla, per essere assoluto, deve essere il nulla dellattualit, cio nulla attuale"(ibidem, p.
12).
Atto, nulla, assoluto, il nulla come origine dellatto, il nulla dellattualit come nulla attuale: qui
sta anche la vertiginosa ossessione della riscrittura emiana dellattualismo di origine gentiliana. Scrive
Emo nel 1959: "Secondo lattualismo, essendo tutto immediatamente attuale, non vi pu essere un
giudizio, ma soltanto un atto; non vi pu essere un pensiero che pensi se stesso, perch il pensiero e il
pensato si riducono al medesimo atto. Come  possibile nellatto il pensiero riflesso? (...) Secondo
lattualismo non vi pu essere una universalit nel pensiero, che  soltanto unesperienza attuale, cio
momentanea. E' difficile inserire, nella immediatezza della attualit, la coscienza. La attualit 
universale soltanto quando  universalit di qualcosa, cio di qualcosa daltro dalla attualit; ma come 
ci possibile? Essere attualit di ci che, appunto perci, deve essere attuale e insieme deve essere
diverso, assolutamente diverso dallattuale? Ci  possibile in quanto la attualit sia la attualit del suo
nulla; e come attualit, cio positivit di ogni sua negazione,  veramente universale. Il nulla 
assolutamente attuale e assolutamente lopposto (il diverso assoluto) dellattualit" (DN, p. 25).
4 Sul tema della rappresentazione pu essere utile la lettura contestuale di una annotazione del
67 (quindi precedente a queste considerazioni): "La rappresentazione  limagine dellesteriorit,
dellesteriorit in quanto tale, che in s non ha nulla di umano, di antropomorfo, ma appunto perch 
una imagine,  interiorit. Che sarebbe il suo mondo esteriore se non fosse imagine? Ma appunto
perch  imagine non  pi esteriorit, non  pi lesteriorit dello spazio. Limagine  perci imagine
di se stessa e cio del nulla ed  pertanto la salvezza (essa  sintetica e negativa)" (DN, p. 235). E
ancora, in un pensiero del 1971: "La rappresentazione  la trasfigurazione del negativo in attivit e
perci diversit - la negazione di noi (cio lassoluto che si nega trasfigurato, trasformato in attualit e
diversit). Lo stesso nostro corpo  negazione di noi (...) il nostro negarci, essendo noi lassoluto, 
essere negati dallassoluto, laltro  creato dallannichilirsi dellassoluto" (ibidem, p. 238).
5 Questo riferimento alla mente degli animali, equiparata alla nostra mente, affronta una
questione discussa presso certi ambienti della riflessione filosofica italiana del primo Novecento, e
trattata in particolare da Piero Martinetti nel saggio "La psiche degli animali" (contenuto nella raccolta
Saggi e discorsi, Isis, Milano 1929). Il punto di partenza, che Emo e Martinetti condividono,  che
lessere (tutto lessere) si riduce integralmente a coscienza. Solo che Emo, come al solito, sviluppa tale
assunto sino allestremo paradosso. Se  vero che "la riduzione dellessere a presenza  lessenza della
filosofia" (DN, p. 12), ne segue che, dal momento che la presenza , ovvero  presente, nel senso che
" la presenza dellessere", essa non pu configurarsi originariamente come coscienza di (ossia
coscienza/presenza di qualcosaltro), perch, se cos fosse, verrebbe a essere originariamente limitata
da Altro, venendo meno come intrascendibile e assoluto autoporsi. Dunque, necessariamente essa 
pura coscienza dellautocoscienza, ma non nel senso del riflettersi di tre momenti distinti (la coscienza
della coscienza di se stessa), bens nel senso della originaria e inscindibile stessit di questunico Atto,
in virt del quale lassoluta soggettivit  lassoluta oggettivit, e viceversa. Ma come fa Emo a evitare
ogni riproporsi, nella concezione dellessere come coscienza e quindi presenza, dellastrattezza di
quella diversit o trascendenza di s a s, contro cui aveva tenacemente combattuto lo stesso
Martinetti? Ponendo il costitutivo autoporsi della presenza (intesa quale coscienza dellautocoscienza)
come originaria negazione, nel senso di autonegazione, dato che sarebbe impensabile che tale
negazione costituisse appunto unaltra presenza. Pertanto, la presenza, che  sempre e necessariamente
"questa presenza" (ibidem, p. 9),  la sua stessa negazione e quindi, in tal senso, "la presenza  un
togliersi" (ibidem, p. 11). A questo proposito, in un pensiero del 54, Emo si domanda: "Che cos' il
nulla? Ma il nulla non  un quid: anzi non : il nulla  ci che  puramente presente: e la presenza  il
nulla;  la presenza del nulla. Perci il nulla si definisce mediante la presenza e la presenza si definisce
mediante il nulla.
(...) Quando la presenza vuol definirsi, essa si annulla ed  con ci presenza del nulla (cio
questo atto dellannullarsi); e, questo nulla che essa ,  la presenza stessa" (ibidem, p. 17). Tale sembra
essere la declinazione della problematica idealistico-attualistica sviluppata da Emo sin dalle prime
pagine manoscritte, e perfezionata negli scritti del secondo dopoguerra, a partire dallassunto che: "II
principio  la coscienza: non si pu iniziare nessun discorso senza presupporre la coscienza: la
coscienza  dunque il principio (e ogni coscienza  autocoscienza)" (p. 13). Il problema della filosofia
moderna , essenzialmente, il problema dellautocoscienza. "Come  possibile aver coscienza di s,
cio aver coscienza della propria soggettivit e attualit? (...) Lobiettivarsi del soggetto  il suo
togliersi, e in questo consiste il suo atto, latto dellobiettivarsi, latto del togliersi" (p. 8).
6 Sin dalle primissime pagine di questo quaderno si  in medias res, e si viene in contatto con i
principali concetti, forme, categorie non solo del pensiero di Emo, ma del pensare filosofico in quanto
tale. Ora  stata introdotta la nozione di tempo negativo. Solo attraverso la posizione in questi termini
della domanda attorno alla natura del tempo  possibile superare ci che Emo considera uno dei
principali "errori" della filosofia occidentale, che "fa del passato un rimorso e del futuro unangoscia"
(DN, p. 188), ovvero "lobiettivazione del tempo, che porta come conseguenza lobiettivazione della
eternit e perci la separazione del tempo e della eternit" (ibidem). Erroneo, e insuperabile fonte di
angoscia per luomo occidentale,  il pensiero che, separando astrattamente il tempo dalleternit,
chronos da aion, considera questultimo il luogo atemporale dellimmutabile e il primo la successione
lineare di ci che si muove e muta. Per superare tale forma di alienazione non  sufficiente dimostrare,
come ha fatto Bergson, "che il tempo non  una unit di momenti staccati, come perle riunite da un
filo"(ibidem, p. 159), ma  necessario dissolvere ogni concezione estensionale e quindi obiettivante
-nella quale ricade, a detta di Emo, lo stesso Bergson nel considerare il tempo essenzialmente come
durata - sino a giungere a una comprensione del tempo in termini di pura attualit, ovvero di pura
presenza, la quale  "lunica realt" nel suo non avere dimensione alcuna, nel suo non avere durata,
obiettivit, realt. Pertanto, il tempo non pu che essere autonegativit. Di conseguenza, l'istante,
lunico istante,  sempre l'origine del tempo,  "lattualit che si limita" (ibidem, p. 198) e quindi si
nega, e in questo senso  eternit, ovvero "istante eterno".
7 Se il tempo  autonegativit e se tempo e memoria necessariamente si coappartengono, anche
la memoria viene ad assumere una natura puramente attuale: essa  "Patto unico che noi siamo nella
dimensione del suo negarsi" (DN, p. 207). Questa definizione  formulata da Emo nel 1972; due anni
prima egli aveva affrontato direttamente il paradosso della memoria, ossia la perfetta identificazione di
Lethe e Mnemosyne in cui essa consiste in quanto "presenza di ci che non  mai veramente esistito"
(ibidem, p. 196), (in)fondata dunque nella sua purissima autonegativit. Daltro canto, come Emo
rielabora nelle presenti riflessioni e come  scritto nel citato pensiero del 72, la memoria  anche
poiesis, anzi  "il pi grande dei poeti" (ibidem, p. 209), essendo lorigine della conoscenza intesa
come creatio ex nihilo, data la sua "potenza magica e alchemica di trasformare il nulla in un mondo
splendente e luminoso, il pi bello dei mondi possibili e impossibili "(ibidem, p. 211).
8 Le considerazioni ora esposte richiamano tanto linterpretazione feuerbachiana dell"essenza
del Cristianesimo", quanto quella nietzschiana della tradizione platonico-metafisico-teologica europea;
ma la prospettiva qui  diversa. Feuerbach, secondo Emo, non  riuscito a comprendere linoppugnabile
e patente realt del paradosso che le sue teorizzazioni avevano iniziato - solo iniziato - a denunciare,
mentre lesito finale della ricostruzione nietzschiana della alienazione platonico-teologica occidentale,
ovvero lannuncio che "Dio  morto",  inteso da Emo in modo ben diverso dalla celebre
interpretazione di Heidegger (in breve, la morte di Dio come compimento di quella metafisica
tecnico-soggettivistica che avrebbe contrassegnato la cultura occidentale sin dalla nascita della filosofia
greca in quanto onto-teo-logia); per Andrea si tratta dellessenza originaria e profonda dello stesso
messaggio cristiano in quanto tale. In due perentorie dichiarazioni del 1967 e del 1968 Emo scrive:
"Lannuncio Dio  morto non soltanto  contenuto nei Vangeli, non soltanto  lessenza dei Vangeli,
ma  lEvangelio stesso,  la buona notizia" (VdM, p. 5). "Lannunzio della morte di Dio, cio
dellassoluto,  stato dato duemila anni fa dallEvangelio (...). Dunque Dio appare e dice: lassoluto 
morto, Io sono colui che muore. Io sono uno di tutti voi, ma in quanto essenza della vostra morte. (...)
Io sono, in questo atto di annunciare e di negare, la resurrezione (...). Dovete essere grati che lassoluto
neghi il suo fondamento e il vostro" (ibidem, p. 6).
Come  stato opportunamente precisato, nel primo Convegno sul pensiero di Andrea Emo
(Napoli, 6 giugno 1989, Istituto Suor Orsola Benincasa), tutta la speculazione emiana - a partire,
secondo il giudizio di Massimo Cacciari (vedi la sua Prefazione a II dio negativo, pp. VII-XI), da un
originale ripensamento di alcuni tra i principali filoni dellidealismo europeo, in un cammino che da
Plotino passa per Meister Eckhart, Cusano e poi Fichte, Hegel, Schelling sino a Gentile - ruota
ossessivamente attorno al supremo paradosso di un Dio che non pu che porsi, nel suo essere Principio
e Fine (nelle due accezioni di termine e scopo) della totalit di ci che , come dio negativo.
In uno dei suoi ultimi Quaderni (risalente al 1980), Emo, ritornando per lennesima volta e, pi
o meno, negli stessi termini sullargomento, scrive: "Il Dio negativo  il sacrificio; il sacrificio
dellindividuo, del Cristo che  la soggettivit. (...) Noi portiamo in noi, nella forma della soggettivit,
linfinito negativo" (VdM, p. 26).
9 Si ricordi come in Emo ricorra limmagine della Fenice. Per esempio: "Il nido della Fenice,
lala della sua immortalit  appunto il fuoco che la distrugge" (VdM, p. 37). Vedi anche questo
volume, p. 22.
10 Secondo il sistema filosofico emiano, tutto ci che   sempre lo Stesso e questo Stesso 
lAtto, il quale  il sempre medesimo dischiudersi della Domanda; n della domanda-su
(qualcosAltro), n della domanda sullattualit dellatto, poich  la Domanda stessa l'attualit
dellAtto, il quale, proprio perch Domanda, domandando. - e non potendo che domandare su se
stesso, non essendoci Altro da esso - di necessit sempre attualmente si trascende, ovvero si fa, per
usare le parole di Emo, "attuale trascendenza". In un pensiero del 1958, espressamente dedicato alla
ripresa e interpretazione heideggeriana della Grundfrage della metafisica, Emo scrive: "Il problema
principale della metafisica  quello di cui tratta Heidegger: perch vi  lessere (o qualcosa) invece di
nulla? (...) Consideriamo per che nella domanda, il perch (perch lessere invece del nulla?), il
perch  pensiero ma  anche negazione: e la negazione  il puro atto; e questo atto (o attualit)  la sua
negazione e perci la trascende e la contiene. Latto  trascendente al perch, cio alla sua negazione
(alla domanda),  trascendente alla sua origine" (DN, p. 23).
11 A questo proposito Emo scrive nel 1972: "Forse  una tragedia umana lo scoprire lidentit
nella differenza, scoprire che lattualit  solo identit, similitudine con s; ed  una gioia laprirsi di un
infinito mistero, la scoperta di una diversit incommensurabile, scoprire linfinito altro nellattualit del
medesimo" (DN, p. 123). E nel 1947: "Fra noi e noi stessi abbiamo bisogno di una mediazione; e
questa mediazione tra noi e noi stessi  l'altro: e questo altro  il nostro toglierci stesso e la possibilit
di avere coscienza di questo toglierci. Che  appunto la realt dellinfinito" (ibidem, p. 9). A partire da
una visione complessiva dellopera emiana, queste e analoghe affermazioni ricorrenti in vari Quaderni
e in epoche ben diverse appaiono interne a quel progetto che Emo aveva delineato, sin dal 1927, in
questi precisi termini: "Un piano di studi: Hegel e Plotino" (ibidem, p. 5), dove significativamente e
topologicamente Plotino viene indicato dopo Hegel.
Perch Hegel come punto di partenza? Perch la riflessione di Emo, orientata
dallapprofondimento e dalla problematizzazione dellattualismo, inizia da un ripensamento
dellidealismo, cui spetterebbe innanzitutto il merito di aver posto in rilievo con rigorosa evidenza la
natura non meramente psicologica, n antropologica, n ingenuamente o astrattamente dualistica,
dellapparire, della presenza, la quale non  semplicemente coscienza (ovvero presenza di qualcosaltro
e quindi originariamente limitata da altro), ma  necessariamente autocoscienza, perfettamente
autotrasparente. Emo valorizza un altro dei capisaldi dellidealismo moderno, vale a dire la necessit
che Io e solo Io sia lunico essere autocosciente attualmente presente, in maniera tale che la presenza,
in quanto presenza attuale,  sempre e soltanto il mio unico apparire: "Lunico essere assoluto, cio non
relativo,  il mio essere, che nega ogni relativit, cio ogni oggettivit, che  appunto lassoluto come
relativo" (VdM, pp. XV-XVI, si tratta di un pensiero cos formulato in un Quaderno del 1956). Tale
problematica da Hegel rinvia ad Agostino, e quindi alla problematizzazione teologica medievale del
mistero cristiano dellincarnazione, le cui implicazioni teoretiche sembrano presupporre, a loro volta, il
neoplatonismo plotiniano. La traduzione retrospettiva in termini teologici della tematica idealistica
moderna, tuttavia - ricordiamo ancora che il progetto di studi emiano va da Hegel a Plotino -, verrebbe
a essere, nella formulazione emiana, la seguente: "Se Dio si  incarnato nelluomo, se lincarnazione 
perfetta, noi siamo Dio e Dio  noi; Cristo  il simbolo di questa identificazione - noi siamo la divinit,
e la trascendenza al reale siamo noi stessi in quanto soggetto, coscienza e presenza" (ibidem, pp.
12-13).
Siffatta declinazione moderna del mistero trinitario - la quale verrebbe a porre in qualche modo
il Figlio al di sopra del Padre e, nei termini plotiniani, assolutizzerebbe ci che  definito, nelle
Enneadi, o theos deuteros, ovvero lorizzonte del nous, lUno in quanto Uno-Tutto (e non lUno nella
sua assoluta e ineffabile semplicit) -tuttavia non esaurisce, secondo Emo, la perennemente risorgente
Domanda sullinizio, lasciando aperta linterrogazione: "Qual  lorigine dellattuale? (...) Da che
sorge lattuale? Dal nulla che esso contiene?" (DN, p. 8).
12 Queste considerazioni affrontano il tema del logos inteso quale di-segno e quale scrittura;
hanno quindi, sia pure indirettamente, a che fare anche con questo atto di scrittura emiano. Va ricordato
(vedi nota 1) che Emo, in vita, non volle mai rendere pubblica, in qualsiasi forma - fatta eccezione per
qualche lettera in cui il privato lascia trapelare tracce della profondit della sua esoterica riflessione -,
la sua intima scrittura di pensiero o il suo intimo pensiero scrivente(si). Se qualsiasi risposta ogni volta
viene meno, si auto-nega, nel suo stesso porsi e se la pura domanda in quanto domanda costituisce
lunico possibile habitus del pensare, allora qualsiasi forma nella quale e secondo la quale la Sache del
pensiero si scrive,  solo nella misura in cui si nega,  solo nella misura in cui realizza
quellautonegarsi che le  connaturato. A ci si aggiunge una non trascurabile questione di stile - da
non intendersi secondo unaccezione strettamente formalistica - dato che Emo sostiene che: "I pensieri
filosofici hanno un cattivo stile (...) il cattivo stile di chi vuole servirsi dellespressione per giungere a
uno scopo" (PeV, p. 150; lannotazione  del 1964). Quale scopo? "Lo scopo dei filosofi sono i loro
concetti" (ibidem). Catturato allinterno della dimensione del concetto, ossia di unimmagine obiettiva,
cristallizzata e perci opaca e astrattamente lontana rispetto a ci cui essa rinvia in quanto immagine, il
logos filosofico, divenuto cos letteratura, si esprime come una forma di estrema alienazione del
pensare. Con lUmanesimo, a detta di Emo, sembr essere sul punto di accadere il "miracolo" in grado
di eliminare tale alienazione, quel "miracolo" che da sempre il linguaggio esige da s, ovvero il farsi
trasparente immagine individua dell'inesprimibile, vale a dire dello stesso ineffabile mistero in cui
consiste la natura dell'individuo (del tode ti dei Greci). E tuttavia, anche lUmanesimo fall, e vi
subentr un nuovo irrigidimento dellimmagine, particolarmente evidente nellastratto sistema
simbolico della matematica, in cui Emo vede il configurarsi della cifra del logos speculativo moderno.
Eppure, quale erede consapevole dellirrimediabile scacco umanistico, Andrea per sottrarsi alla
dimensione pubblica del logos non seppe far altro che contaminare e violare il candore di fogli e fogli.
13 Forse  opportuno indicare come Emo interpreti e giudichi larte nella sua versione "antica"
e in quella "moderna". In una annotazione del 1932 scrive: "Larte antica  unarte priva di spiritualit,
di significati spirituali, di intenzioni morali; e in questo consiste il suo ineguagliabile pregio. (...) Larte
antica era estetica nel vero senso di questa parola, cio non voleva avere altro scopo che la
manifestazione delle sensazioni e visioni delluomo, considerate per se stesse abbastanza gloriose e
belle, e non bisognose di altre giustificazioni" (VdM, pp. 143-144). E in un pensiero del 1959 cos si
esprime: "Larte moderna, come tutto ci che  moderno,  una caccia alluomo, una caccia implacabile
allindividuo e a ogni forma che abbia origine nell'individualit (...).  ci che oggi si denomina arte
astratta, ultima e paradossale conclusione dellumanesimo artistico" (ibidem, p. 176). Ma qual  la
natura, secondo Emo, dellumanesimo artistico che, in modo paradossale, si compie nellarte moderna
e astratta? "Il Rinascimento  il momento privilegiato in cui il patrimonio di valori accumulato dagli
avi comincia a diventare consapevole della sua possibilit e dei suoi significati, ma non  ancora
distrutto da questa consapevolezza" (ibidem, p. 156). "Larte del Rinascimento presentava onestamente
la sua esteriorit secondo le leggi dellesteriorit, che sono rapporti, proporzioni, numeri e figure"
(ibidem, p. 157). Emo dice "onestamente", perch larte del Rinascimento riesce a custodire
linteriorit in quanto interiorit, preservandola nel suo non svelabile mistero. Larte moderna, invece,
pretenderebbe di possedere, esteriorizzandola, linteriorit, con il risultato di violarne irrimediabilmente
il segreto. In unaltra assai efficace definizione dellarte moderna (1962), Emo scrive: "Il vuoto, il nulla
dellarte moderna  Orfeo che si volge a guardare Euridice" (ibidem, p. 177). Ci che, con larte
moderna, ha distrutto larte stessa - aggiunge Emo nella gi citata annotazione del 1959 -  stato il
progressivo affinarsi, nelluomo moderno, della propria autocoscienza: "Quando luomo si 
riconosciuto creatore del mondo, creatore dei suoi oggetti, quando ha visto nel mondo se stesso e ha
abolito ogni oggettivit, ha con ci abolito anche se stesso, ha sentito la sua solitudine, la sua
immoralit, la sua nudit - e non desidera che abolirsi. Ma abolendo la forma e lessenza
dellindividualit (...), ha abolito (...) anche la legittimit del principio estetico" (ibidem, p. 176). Cos
luomo ha distrutto il principio dellarte (la quale poggia, per essenza, sullindividualit) pretendendo
di esprimere questa distruzione ancora in termini artistici. Ma si chiede Emo a proposito di tale
paradosso: "Perch (...) non riportarsi alla pura tecnica, alla pura funzionalit, al disegno di progetti di
motori, navi, aerei, autostrade, ecc., il cui valore artistico si identifica allidoneit pratica e che sono
tanto pi belli quanto pi si  dimenticata o abolita ogni intenzione artistica?" (ibidem). In questo modo
larte sarebbe creata dalla sua stessa negazione.
14 Gi nel periodo immediatamente successivo alla conclusione della seconda guerra mondiale
Emo intuisce (1948) che il mondo "gridando libert (...) si avvia verso una servit della quale non si 
mai avuta leguale" (VdM, p. XXIII). Secondo Emo la libert - che  necessariamente "proporzionale
alla potenza" -  essenzialmente autonegativit, e quindi individualit e interiorit; invece la concezione
democratico-liberale - che, per Emo, culturalmente  figlia della perversa sintesi tra la mentalit
illuministica e la degenerazione "pelagiana" che non ha risparmiato persino certi protestanti - esalta il
dominio del pubblico, delloggettivo, delluniversale, dellesteriore. In pi, la potenza che 
connaturata alla libert, una volta obiettivatasi, si  universalizzata e pubblicizzata nelle istituzioni
dello Stato e nei partiti politici, in maniera tale che la democrazia  divenuta, sostiene Emo, epi-demica,
ossia sta rigidamente sopra il popolo e agisce come la forma pi potente e alienante di contemporanea
superstitio (cfr. ibidem, pp. XXIII e 47-74).
15 Che rapporto sussiste tra il mondo pagano antico e la nascita del mondo cristiano? Secondo
Emo lavvento del Cristianesimo non avrebbe provocato una vera e propria frattura rispetto allepoca
classica, "pagana". Gi limperativo delfico "Conosci te stesso", soprattutto a partire dalla
interpretazione datane da Socrate, delinea il cammino della civilt occidentale. Luomo, aspirando a
conoscere la propria identit, cerca di farlo sprofondando in se stesso, indagando la propria interiorit,
la propria anima. Ma, cos facendo, realizza davvero tale scopo? No, perch dentro di s scopre una
immensa voragine, un abisso inconoscibile. Si dovrebbe cercare di conoscere se stessi, ma limpresa di
conoscere ci che  nascosto  vana, addirittura tragica. Sin qui giunge la cultura greca, la quale
prefigura gi, in qualche modo, la presenza dentro di noi di quellinconoscibile sconosciuto che il
Nuovo Testamento chiamer Cristo. La vera e originaria frattura, per Emo,  avvenuta con il
monoteismo giudaico, il quale fa del divino, paganamente presente nella physis e tra gli uomini,
unentit trascendente attraverso unopera di ipostatizzazione e suprema astrazione. Di fronte a questo
esito il Cristianesimo, guardando verso il passato pagano, opera un radicale capovolgimento: "Al posto
del Dio trascendente, al di sopra delluomo, era luomo stesso che diventava Dio (...), non gi perdendo
le sue caratteristiche umane, ma anzi appunto grazie a esse" (VdM, p. 19). E qual  lessenza di tutte le
"caratteristiche umane"? La morte, la negazione di s. Per questo, secondo il Cristianesimo, luomo si
salva assumendo su di s il sacrificio di Cristo, identificandosi cos a Dio in quanto Dio-che-muore e
che, attraverso la propria negazione - ovvero, nei termini emiani, grazie alla "mediazione del nulla" -,
pu risorgere.
16 In una annotazione del 1933 Emo dichiara che "Luomo  nato per comandare il mondo e
per cambiarlo e cos il pensiero" (VdM, p. 179), mentre la donna  il solo essere capace "di avere dei
sentimenti allo stato puro", cosicch "luomo, dunque, ha larte di mutare le situazioni, la donna ha
larte di accettarle" (ibidem). Questa discriminazione, insolitamente rigida per la natura del pensiero
emiano, tra uomo-pensiero-volont individualizzata-potenza trasformatrice e donna-sentimento-passiva
accettazione costituisce il presupposto del pensiero qui espresso.
17 I riferimenti a Dante e alla sua opera (in particolare alla Commedia) sono piuttosto frequenti
allinterno del corpus emiano. In un Quaderno del 1972 Dante viene definito "profeta del passato", data
la sua volont di continuare a "imporre la legge dellal di l perch lal di qua potesse vivere - come se
lal di qua potesse vivere soltanto con il suo negarsi" (VdM, p. 183). In realt, "la vita  forse gi un al
di l, ma un al di l effimero, cos come la natura  soprannaturale" (ibidem, p. 184). Due anni pi tardi,
Emo definisce la Commedia di Dante "il poema dellinconsistenza, del mondo dellinconsistenza e
delle ombre. Le ombre del male e del bene, le ombre degli uomini. Le ombre di un passato che vuol
essere eterno, di una vita ridotta a ombra per essere eterna" (ibidem, p. 184). E il Paradiso? Esso viene
descritto da Emo, in un altro pensiero del 1972, come "un inferno e un purgatorio di discussioni
filosofiche, di questioni inquiete in cerca di pace, in cerca di spiegazioni che sono la loro morte. Il
paradiso  labolizione di tutte le sue ragioni dessere (...). E quanto pi le abolisce, tanto pi diviene
paradiso, cio estasi; lestasi sempre presente, cio originaria e sempre e finalmente finale" (ibidem, p.
186).
Nella stessa annotazione Emo definisce la Commedia il "poema delleterno ritorno" (ibidem, p.
187). Nel senso che linferno "si abolisce (...) quando il male che  moto senza legge diviene perfetta
immobilit" (ibidem, p. 186); il purgatorio, a sua volta, si abolisce nel Lete, il quale "abolisce il
pentimento" (ibidem), infine, il paradiso si abolisce nellestasi, ovvero nellinfinito, secondo il
dispiegarsi di una circolarit "spirituale" che, nell'abolire ogni figura nellassolutezza del circolo, da
ultimo si trasfigura, "cio ridiviene figura, cio ridiviene individuo. E tutto allora ricomincia" (ibidem),
cos come il poema deve sempre ricominciare.
18 A proposito del "mito cristiano", in una annotazione del 1969: "Il Cristianesimo, come ogni
rivoluzione,  un disperato ritorno allantico, loscuro rimpianto e il desiderio di reintegrazione di
unet delloro, di un mito tanto pi splendente quanto pi antico, che era prima. (...) Lantico evo
rimpianto era la religione dei sacrifici, che consacrava la vittima e ne era consacrata; come Dio
consacra la sua vittima, ne fa lunico suo figlio e ne  salvato. La civilt straniera, che si interpone tra
loggi e let delloro,  la mente analitica, che ha reso profano il mondo, lantica originaria sintesi, ma
il mondo divenuto analitico non pu essere dimenticato e daltra parte non pu essere riunito,
sintetizzato allantica sintesi; che non ha bisogno di questa analisi per essere" (VdM, p. 25). Nel 1965
Emo afferma categoricamente: "Il Cristianesimo  un mito e soltanto un mito. Un mito di protesta
contro il mito di Abramo e Giacobbe. In questo mito Giacobbe (luomo) fu sostituito dal capretto, ai
fini del sacrificio rituale. Il Cristianesimo sostitu luomo allagnello pasquale" (ibidem, p. 32).
E a proposito dei rapporti tra filosofia e mito, la posizione emiana  netta. In una annotazione
del 1966 scrive: "Il momento stesso in cui si assiste alla morte della filosofia (forse un serpente
avvelenato dal suo stesso tossico)  il momento solenne e indimenticabile (esso infatti non viene pi
dimenticato) in cui nascono i miti" (PeV, p. 158). Ma dove si colloca la "morte della filosofia"? Dopo
Hegel, alla fine della modernit? Anche in questo caso Emo non ribadisce le banalit sulla "morte della
filosofia" divenute oramai chiacchiere. La morte della filosofia  insita nella filosofia stessa, sin dalla
sua nascita: "La filosofia, scienza del pensiero,  ingrata verso il pensiero che la costituisce, perch
finisce sempre per dimostrarne limpossibilit; la filosofia, nel momento pi alto del suo destino, il
momento in cui essa stessa muore, dimostra limpossibilit del pensiero, la propria impossibilit e
limpossibilit dello stesso giudizio di impossibilit" (ibidem).
19 A partire dal corso universitario del 1935, che diede origine allopera Einfuhrung in die
Metaphysik (poi pubblicata a Tubinga nel 1953), Heidegger aveva con decisione condannato ogni
forma di filosofia cristiana o cattolica come una contraddizione in termini (lequivalente
dellespressione "ferro ligneo"), dato che la filosofia, in quanto pura e incondizionata ricerca,
necessariamente non pu essere pregiudicata da alcun sistema od orizzonte di pensiero gi radicato e
predelimitato in chiave di fede o religione. La traduzione italiana di questopera di Heidegger venne
pubblicata nel 1968 (Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano) suscitando vasta eco allinterno del
mondo filosofico, quello cattolico in particolare - che intendeva contrapporre alla condanna
heideggeriana il principio, di origine tomistica, dell"armonia" tra fede e ragione. Non molti anni dopo
questa edizione italiana dellopera di Heidegger comparvero due scritti che, a detta del neotomista
Gustavo Bontadini, lanciavano "fuochi incrociati" contro la Chiesa (Giornale critico della filosofia
italiana, 1973, pp. 114-130): la Risposta alla Chiesa di Emanuele Severino (poi inclusa in E. Severino,
Essenza del nichilismo, Paideia, Brescia 1972, pp. 377-471, nuova edizione ampliata Adelphi, Milano
1982, pp. 317-390) e la Storia della mia ricerca (Sansoni, Firenze 1971) di Ugo Spirito, lunico
filosofo italiano cui Emo fece leggere qualche pagina dei suoi Quaderni, ricevendone un giudizio
incoraggiante. Da circa quarantanni Andrea andava silenziosamente elaborando la sua critica tanto
della dottrina dell"armonia" tra fede e ragione, quanto della loro inconciliabilit. La tesi
heideggeriana, infatti, a detta di Emo, ha per obiettivo una concezione della fede che non  quella
propriamente cristiana, ma corrisponde alla sua degenerazione nel senso cattolico. Lo stesso
neotomismo appartiene pienamente, per Emo, a tale forma di alienazione cattolica del Cristianesimo.
La concezione autenticamente cristiana della fede, secondo Emo, non ha nulla a che vedere con un
sistema di certezze date e irrinunciabili, le quali pregiudicherebbero il libero esercizio della filosofia
come pratica della pura ricerca. Piuttosto, se  vero che "la lede  la distruzione dei fondamenti
obiettivi dellessere", come Emo scrive in uno degli ultimi Quaderni, ancora del tutto inediti, del 1981
(cfr. VdM, p. XVIII), allora la fede viene a coincidere con lesercizio stesso della filosofia. Certo,
lidentit tra fede e filosofia non  n a priori, n scontata, dato che  necessariamente mediata da una
corretta acquisizione del senso originariamente cristiano del credere, inteso essenzialmente come
"credere nella possibilit di creare mediante la rinuncia, mediante la mediazione del nulla. (...) Questa
lessenza, questa forse lassurdit e limpossibilit della fede (...). La suprema assurdit coincide con la
suprema necessit morale: credo quia absurdum" (ibidem, p. 40; il pensiero  del 1938). Perci, la pura
fede, scrive nel 1956, "non ha scopi, n fondamenti, vive di se stessa" (ibidem, pp. 36-37). Da questo
punto di vista e solo in questa prospettiva, allora "nessun filosofo pu essere ateo" (ibidem, p. 37).
E tuttavia noi cristiani (che non possiamo non essere cristiani) dobbiamo anche sapere che
questa fede "al di l del bene e del male", questa fede "data e tolta per grazia divina", che non tollera n
templi, n comunit, n alcunch di obiettivo e di universale - nulla di cattolico insomma - ma che
"materialmente ci fa stare in piedi e in equilibrio" (ibidem, p. 39),  radicalmente e ineluttabilmente
impossibile, nel senso che  pura rinuncia: a ci che vogliamo, a ci che desideriamo, a ci che siamo,
alla nostra stessa salvezza, a tutto.
20 Da una parte la fede, per Emo,  totale rinuncia, dallaltra essa  volont di potenza. Anzi,
ogni "volont di potenza si fonda su una fede" (VdM, p. 38), scriveva Emo nel 1947, e ogni forma di
fede, nella misura in cui nega ci che , "nega la santit di ci che " (ibidem) e con ci nega ogni dato,
 conoscenza. Quale originaria forma di conoscenza, tuttavia, la fede differisce dallarte, nel senso che,
mentre larte, essenzialmente coinvolta in un processo di continua metamorfosi, tende a fare della
negazione dellimmagine, da essa e in essa attualmente praticata, nuovamente unimmagine visibile, la
fede vuole che la negazione non dia pi origine ad alcuna immagine, in modo che l'essente in essa si
custodisca come puro vuoto, "imagine senza imagine del nulla" (a queste tematiche  dedicato in
particolare il Quaderno 303 del 1967).
21 Secondo il pensiero emiano, noi non siamo altro che creatori di immagini, senza, per, che
questa inesausta e inarrestabile creativit abbia alcunch di intenzionale, teleologico, proairetico. Siamo
naturali creatori di immagini in virt della memoria, la quale, non potendo mai separarsi dalloblio che
le  costitutivo,  potenza iconoclastica per eccellenza, cosicch la sola immagine "giustificata" , alla
fine, limmagine in quanto "consapevole della sua iconoclastia, della sua origine negativa, della sua
resurrezione e dellannullamento di cui  attualit", come  scritto in una annotazione del 1970 (DN, p.
237).
Pu essere curioso ricordare che, sulla base di questi presupposti, lestetica emiana giunge a
negare ogni valore artistico allimmagine cinematografica; il cinema sarebbe semplice espressione del
carattere meramente e astrattamente diabolico dellimmagine, laddove "limagine  diabolica quando
non  consacrata da una iconoclastia" (ibidem, p. 235), sino a risultare, perci, priva di autonegativit,
di morte e quindi di resurrezione. Invece: "La vera arte  sempre un mistero di salvezza, anche quando
 limagine di un mistero di perdizione; limagine senza iconoclastia  un mistero profano cos
profanato" (ibidem, p. 236).
22 Queste considerazioni presuppongono la emiana "critica al mondo moderno", la quale, anche
in questo caso, si discosta sensibilmente dalle critiche pi diffuse allinterno delluniverso culturale e
filosofico del Novecento (vedi anche questo volume, pp. 213-224). In particolare, Emo  in pieno
disaccordo con una delle pi importanti visioni critiche della modernit, ovvero con linterpretazione
heideggeriana. Pertanto - e non solo per Emo - la degenerazione del moderno non pu essere intesa
come sopraffazione di una preesistente concezione della vita e del mondo di tipo
sacrale-teologico-umanistico da parte di una mentalit razionalistica, i cui vertiginosi progressi
tecnico-scientifici non avrebbero saputo accompagnarsi ad analoghi progressi etico-morali; n decisiva,
secondo Emo,  la "svolta epocale" rappresentata dalla rivoluzione scientifica galileiana e dal
soggettivismo cartesiano visti come destinati a sviluppare rispettivamente il totale e incontrollato
dominio dellessente da un punto di vista soggettivistico e antropocentrico, e secondo uno scientismo
astratto e cieco. Il vero contrasto, per Emo,  tra "una modernit assai pi antica del Cristianesimo" e la
"forma cristiana della fede" (VdM, p. 60).
Il conflitto, dunque, risiede nel contrasto tra una civilt dei valori preesistente allavvento del
Cristianesimo (e sempre pronta a risorgere ovunque in Occidente) e il Cristianesimo inteso come pura
fede, pertanto come negazione e rinuncia a ogni valore. Tale polemos, a detta di Emo, si riflette
allinterno del Cristianesimo stesso, dove assume laspetto di lotta tra la pura fede negativa e letica
della totale rinuncia da una parte, e il culto positivo dellindividuo come realizzazione delluniversale
unito al dogmatismo cattolico dallaltra. Lelaborazione di questo percorso di pensiero, da parte di
Andrea, si fa intensa nel periodo della seconda grande guerra, quando si fronteggiano quelle che per
Emo sono le tre principali configurazioni contemporanee della volont di potenza: fascismo,
comunismo e democrazia liberale. Il fascismo fall, a detta di Emo - che pure allinizio vi aveva aderito
come molti altri intellettuali del primo Novecento -, perch volle trasformare il suo originario
nichilismo nella difesa dei valori, in particolare dei valori precristiani e umanistici, ponendosi cos fuori
dalla storia, se  vero che la storia, per Emo,  sempre "storia della fede" (vedi VdM, pp. 45-46). Il
comunismo, da parte sua, era destinato in partenza a fallire per il suo universalismo e obiettivismo - per
Emo elementi antirivoluzionari per eccellenza -ossia per la sua volont di subordinare totalmente
lindividuo obiettivato allo Stato assoluto. Infine, del giudizio sulla democrazia liberale si  gi detto
(vedi la nota 14): essa  destinata a fallire a causa dellobliterazione progressiva da essa perpetrata di
ogni spazio di autentica libert - che per Emo si custodisce solo nella dimensione non pubblica, n
obiettivabile, dellinteriorit, dellindividualit, intesa come autonegativit, secondo lideale di uno
Stato fondato sulla dimensione pubblica e perfettamente razionalizzata. Con ci Emo sviluppa anche
una serrata critica allatteggiamento della Chiesa cattolica colpevole, in particolare a partire dalla
Rerum novarum, di essersi voluta ostinatamente aprire alla modernit, proteggendosi e insieme
emancipandosi cos dai pericoli, dallo scandalo e "dalle abiezioni della fede" (VdM, p. 72; vedi anche
pp. XXIII-XXIV).
23 A proposito dellimmagine - dato che  attorno a tale articolazione che si gioca il senso
profondo del pensiero emiano - vale la pena di citare una annotazione del 1965: "Limagine  la
manifestazione della attualit, la quale si conosce negandosi ed  perci attualit del suo negarsi. In tal
modo essa  assolutamente identica e assolutamente diversa (medesimezza e alterit) dalla sua
negazione, cio  imagine che ha appunto il carattere duplice e ambiguo della medesimezza con il suo
imaginato, con s, con il suo nulla e della assoluta alterit e diversit. In quanto manifestazione e
diversit della attualit, limagine, come il concetto,  indistruttibile" (DN, p. 234).
24 In un pensiero del 1970, molto vicino alle considerazioni qui espresse, Emo inizia
chiedendosi: "La Parola della Salvezza  il silenzio?". E finisce affermando che la salvezza sta nella
parola nella misura in cui essa  "lattualit stessa che avendo coscienza di essere attualit di s, cio
del nulla, del proprio nulla,  questa diversit, perch  latto dellannullarsi che  eterno, perch si crea
nellatto in cui si annulla e annullandosi si conosce, conosce la propria attualit, mentre conosce il
proprio nulla e quindi conosce la diversit di questa medesima attualit" (VdM, p. 43).
Ma in che cosa consiste la salvezza per Emo? In un pensiero del 1965 egli afferma: "Da che ci
salva il Salvatore? Non dalla miseria, non dalla malattia, non dallabbandono, non dalla solitudine, non
dalla vecchiaia, non dalla morte, non dalloblio. Da che ci salva allora il Salvatore? Ci salva appunto
dal desiderio di salvezza (...) che si identifica al desiderio di vivere, alla sete dellesistenza. La salvezza
consiste nella rinuncia alla salvezza - ma qual  allora il nome, in cui si trova la salvezza? Il nome 
creato da questa rinuncia; forse il principio di individuazione  nato da una rinuncia allassoluto ed  un
nuovo assoluto,  il nome,  limagine, la presenza uguale e diversa" (ibidem, p. 41).
25 In una annotazione del 1946 Emo aveva scritto: "Il marxismo giunge alla costruzione di una
societ assoluta mediante lilluminismo, cio mediante il potenziamento dellindividuo immediato. I
cosiddetti diritti delluomo. Individuo immediato, cio non spirituale" (VdM, p. 74). E poco prima:
"La Chiesa cattolica fu anch'essa la costruzione di una societ mediante la rinuncia allindividuo, di
una societ che, mediante i suoi carismi, cio mediante s, salva lindividuo, che non trova, fuori dalla
societ, nulla salus" (ibidem, p. 73). Pertanto, di fronte alla tremenda quanto paradossale alleanza
contro lindividuo da parte della Chiesa, della democrazia liberale e del marxismo, "converr appunto
che lindividuo si accorga di s, e questo tentativo di giustificarsi, di giustificare limmoralit della
propria esistenza, sar una religione" (ibidem, pp. 73-74).
26 In una annotazione del 1947 Emo scrive: "Il passaggio da Kant a Hegel  un passaggio
dallAntico al Nuovo Testamento. (...) La filosofia hegeliana  la prima delle filosofie consapevolmente
cristiane. Per Kant lassoluto  ancora il Dio dellAntico Testamento; esso  al di l della mediazione,
cio della conoscenza; lassoluto comprende la conoscenza, ma non ne  compreso" (VdM, p. 69).
27 Nel 1977 Emo scrive a proposito del "tipo filosofico" puro: "Il filosofo  un uomo che con
infinita difficolt e angoscia, e con qualche fallace soddisfazione, crea un sistema in cui si illude di
avere imprigionato il mondo, gli uomini e le anime, il tempo e lo spazio; ma alla fine si accorge di aver
imprigionato soltanto se stesso, la sua libert, la sua possibilit di evadere negli infiniti campi della
vita, dellessere, dellimprevisto e dellirrazionale. Ma forse il sistema della necessit, costruito dal
filosofo, serve a mettere in evidenza, o meglio ancora ad accorgersi della presenza, in noi e fuori di noi,
di un mondo irrazionale e magico, come appunto lio, il Soggetto, la coscienza, la memoria, la
sensazione, che si sottraggono a essere irretiti nei limiti del sistema e che avvolgono noi e il nostro
pensiero, senza essere mai avvolti" (IN, p. 203).
28 Consonante con queste considerazioni  una annotazione del 1960: "Noi creiamo il futuro
dimenticandolo; cio creiamo il tempo dimenticandolo; ora essendo il temporale memoria, noi creiamo
la memoria dimenticando (dimenticare  negare la obiettivit?). Non pu esistere memoria senza oblio;
loblio  la negazione della immediatezza, della immediatezza del presente, da cui soltanto la memoria
e il tempo possono sorgere" (DN, p. 180). Nello stesso anno, in una annotazione dal significativo titolo
"La favola del tempo", Emo ha modo di precisare: "Per possedere il tempo dobbiamo abolirlo; e
possiamo abolirlo soltanto riducendolo a presenza. - Il tempo quando lo obiettiviamo per pensarlo ha
due dimensioni: passato e futuro. - Il presente non  una dimensione, anzi  la abolizione di ogni
dimensione: il passato e il futuro sono i due aspetti del presente, i due volti dellerma, del Dio; il
passato  laspetto negativo, il futuro  laspetto positivo, cio trascendente del presente. (...) Il presente
si nega negando le sue due dimensioni, le sue due direzioni, cio riducendole a presenza, riducendosi a
presenza; e con questo negarsi si ricrea, si ricrea come unit. (...) La pace tra le due dimensioni correnti
in due direzioni opposte pu essere instaurata soltanto nel presente, cio nella loro negazione -
negazione che  resurrezione - e la positivit di questa negazione e resurrezione  appunto la memoria,
che  pura presenza, puro passato e puro futuro (...); assoluta negazione (come il tempo e il passato) e
unica affermazione di noi - unico modo della nostra affermazione e coscienza" (ibidem, p. 173).
29 A proposito dei rapporti tra Cristianesimo cattolico e Cristianesimo "riformato"
(protestante), il giudizio emiano  piuttosto articolato. Da una parte, Emo afferma nientemeno che:
"Tutte le nostre filosofie sono un sistema di variazioni su un tema di Lutero" (VdM, p. 47); dove il
tema luterano fondamentale  quello della salvezza affidata e appesa alla sola fede. Di contro, il
cattolicesimo "riconoscendo i meriti delluomo, il valore delle sue opere, ove riconosciute dalla Chiesa,
riconoscendo i sacramenti come veicoli della grazia, dava alla fede dei fondamenti; fondamenti diversi
da essa; fondamenti per cui essa non era pi autonoma, quindi non era pi coscienza - era perfettamente
dominata, relativa a unistituzione, a una legge, ad azioni, fatti o cose che non potevano contenere
linfinito dellanima" (ibidem, pp. 52-53).
Inoltre, attraverso la Controriforma, la Chiesa "si  virtualmente sostituita al Cristo e ha cio
identificata la fede con la sua disciplina, con il suo ordine, con la sua autorit" (ibidem, p. 57). Daltro
canto, la Riforma, abolendo ogni forma di diversit davanti a Dio, avrebbe fornito una giustificazione
etico-teologica allidea democratica, sino a divenire "la vittima della sua creatura, della sua
democrazia" (ibidem, pp. 53-54), ricadendo cos in una aggiornata forma di pelagianesimo, basata sulla
fiducia ottimistica nella essenziale bont della natura umana, nel Good Will, nelloperare
razionalisticamente e tecnicamente orientato: in definitiva, "un tradimento ai fondamenti del
cristianesimo e del protestantesimo" (ibidem).
30 In una annotazione del 1969 Emo cos descrive lo stile tipico della Controriforma:
"Liperbole era appunto il trionfo della societ, della Chiesa, sullindividuo, sul Cristo, il quale (...) non
ha altra superiorit che la sua inferiorit" (VdM, p. 58). Con ci la Chiesa costruisce il suo sontuoso e
iperbolico "monumento sepolcrale", che funge anche da prefigurazione "del triste avvenire che si
modeller sulla sua impronta; cio la sovranit della societ sullindividuo ridotto a semplice suddito"
(ibidem, p. 58).
A proposito dello stile barocco in particolare, in unaltra annotazione del 1974, Emo osserva
che: "Nellarte barocca si sente la mancanza di qualcosa di vero, autentico, che non mancava nellarte
rinascimentale; era avvenuta la secessione della matematica, della razionalit analitica, che ormai
costituivano un organismo autonomo, lasciando al barocco la libert (ma senza interni ostacoli) della
fantasia; una totalit priva di necessit interna" (IN, p. 201).
31 A proposito di questa e delle argomentazioni seguenti si rinvia in particolare ad alcuni passi
della "Postfazione" a questo volume, in particolare pp. 214-216 e 240-243.
32 Analoghi giudizi liquidatori della concezione estetica di Benedetto Croce compaiono pi
volte allinterno del corpus emiano e si giustificano sulla base del pensiero estetico di Emo: larte non
pu essere espressione di una intuizione nel senso che, nellespressione e per mezzo dellespressione,
essa dovrebbe riuscire a trasferire totalmente in s e a possedere compiutamente lintuizione stessa.
Larte, per Emo, costituisce invece il supremo tentativo di giustificare le immagini, ovvero di restituire
loro "coscienza", vale a dire la coscienza della loro autonegativit, custodendo cos linesprimibile
come tale, anzich, invece, volerlo esprimere.
33 In una annotazione del 1964 Emo scrive: "Io non sono io, io sono linfinita diversit da me;
io non sono io, io sono linfinito negarsi dellinfinito (dellessere del tutto), cos io sono laltro, laltro e
linfinito negarsi che siamo. In questo principio sta la salvezza - linfinito  linfinito altro che noi
siamo. (...) Siamo nella salvezza quando siamo il sacrificio dellinfinito. La certezza di Lutero. Siamo
salvati dal sacrificio dellinfinito, dallattualit dellinfinito negarsi; questo altro che  il noi" (PeV, p.
156).
34 Per comprendere appieno questa battuta di Andrea - che ha a che fare con la natura stessa del
suo pensiero scrivente(si) - vale la pena di citare una bellissima annotazione del 1964: "In un certo
momento della nostra et noi non sappiamo o vogliamo leggere altro libro che il nostro, altro libro che
quello della nostra memoria, della nostra esperienza, della nostra vita, del nostro destino. In esso
ritroviamo la nostra similitudine e il nostro linguaggio, intraducibile nel linguaggio di unaltra vita, e
che noi crediamo di sapere interpretare, perch talvolta dal profondo della memoria sale il canto della
Sirena. Ma  forse proprio il nostro linguaggio quello che per noi  il pi incomprensibile, quello che ci
sforziamo continuamente di capire e che ha il fascino di ci che  insieme intimo e incomprensibile"
(PeV, p. 157).
35 "Savonarola fu un tentativo dionisiaco" (VdM, p. 67).
36 Parlare di teologia emiana rischia di essere improprio. In realt, quello di Emo  pensiero
anti-teologico per eccellenza. La fede, la pura fede, per Emo non pu e non deve essere catturata
allinterno di una teologia. La teologia  un fenomeno tipicamente cattolico, quindi non cristiano. A
ulteriore conferma vale ancora la parola di Emo, in un passo del 1954: "Il cattolicismo (...)  lassoluta
ortodossia, lortodossia tipica, lortodossia in s; esso  la retta dottrina, non  dialettica,  dogmatismo
rigido e tradizione immutabile: ne varietur. Di fronte al cristianesimo  rigidamente aristotelico. E il
fatto stesso di contenere nel suo seno un prigioniero tanto pericoloso, il fatto stesso di essere costruito
attorno e sopra una eresia potenziale, lo rende dogmatico, fermo, assoluto. Esso deve possedere la
verit gi pronta, definitiva, codificata, stabilita; alla quale non possiamo che assentire; il cristianesimo
 una verit in costruzione, che si crea in quanto si nega e supera tutto ci che ha costruito, codificato,
creato. Il trionfo assoluto del cattolicesimo sarebbe la fine definitiva del cristianesimo" (VdM, p. 52).
37 Nel 1964 Emo aveva scritto: "Il nostro diario pu servire oramai soltanto per calcolare la
curva della nostra decadenza - o anche per calcolare il punto a cui eravamo saliti" (PeV, p. 159).
38 Per Emo quella "forza misteriosa, che materialmente ci fa stare in piedi e in equilibrio"
(VdM, p. 39)  la fede stessa. Vedi anche la "Postfazione", pp. 238-239.
POSTFAZIONE
di Massimo Dona
LALTRO NOVECENTO
ANDREA EMO E LE FILOSOFIE DEL NICHILISMO CONTEMPORANEO
Consumare se stesso
In realt dovrei avere intorno a me una cerchia di persone profonde e delicate, che mi
proteggessero per cos dire da me stesso e sapessero anche rasserenarmi: giacch, per uno che pensa le
cose che devo pensare io,  sempre vicinissimo il pericolo di distruggere se stesso.
NIETZSCHE, Frammenti postumi 1885-87
Questa di Nietzsche potrebbe essere una affermazione di Andrea Emo - data la specificit di un
pensar-scrivendo, quale doveva rivelarsi il suo, cos ossessivamente rivolto alla "cosa" del "pensiero",
ossia a quell' impossibile che vale come inesauribile ri-presentarsi alla coscienza del suo sempre attuale
"nulla". E quindi del suo insostenibile peso - poich non di un nulla meramente nullificante si tratta per
Emo, ma di quel nulla in cui si  da sempre risolta tutta la complessit, e linspiegabile vanit, di un
"consistente" esserci.
Ma chi, nellambiente filosofico e accademico italiano del suo tempo, avrebbe potuto accogliere
un autore del genere, e proteggerlo dal "fuoco" di una riflessione svolta "per se stessa", per la sua
intrinseca necessit, e destinata a farsi ragione di un disincanto tanto pi tragico quanto pi lucidamente
consapevole della sua assoluta insensatezza?
Andrea Emo, giovane allievo di Giovanni Gentile, cominciava precocemente a tracciare sulle
pagine dei suoi quaderni le indicazioni di una prospettiva di pensiero che si sarebbe sempre pi staccata
dal magistero gentiliano; in modo da consentirgli di delineare un itinerario che lo avrebbe presto
condotto a farsi pensatore autonomo, originale e radicale quanto pochi avrebbero potuto o saputo
essere. Persona schiva, riservata come solo chi conosce alla perfezione lineludibile blasfemia di ogni
dire, pu essere; capace anche di grande ironia e distacco, Emo si doveva consumare in unattivit
priva di riscontri esterni e rassicuranti; connessa, dunque, a una scrittura rispetto alla cui "seriet" ogni
altro centro dinteresse sarebbe diventato fatalmente abbruttente.
Situato in un eremo del mondo - costituito dal suo stesso "sguardo" -, di questultimo riusciva a
cogliere la meschinit, anzi la nullit; facendosi straordinario interprete dellultimo secolo di storia, da
lui attraversato quasi per intero. Si tratta di un pensatore strutturalmente anti-ideologico, nonostante
tutto - ossia nonostante le sue dichiarate simpatie politiche. Per Emo nessuna "idea" avrebbe potuto
giustificare lesistente, le sue traiettorie, i contorti sentieri del suo imperdonabile ek-sistere.
In ci, Andrea era perfettamente solidale con laltro grande scrittore-filosofo della modernit
regalatoci dal nostro Paese: Giacomo Leopardi. Cinico nei confronti innanzitutto di se stesso, disposto
a dire ci che per certi versi sarebbe meglio vietarsi di dire, Emo non accettava l'absurdum che sempre
si ripresenta allo sguardo; tuttavia, (per fortissimo senso etico) sapeva di doverlo non solo dire, ma
penetrare, attraversare, svolgere. Come se solo cos potesse sentirsi allaltezza di ci che tutti noi
siamo: sempre il medesimo absurdum, quello che sempre ci si presenta nel presentarcisi del mondo.
La presenza del nulla
Svolgere le aporie dellessente significava per Emo svolgere se stessi, "negarsi", e proprio
perci essere veramente. Se "nulla"  il senso di ogni esistente, nulla bisogna imparare a essere,
conformemente a ci che gi da sempre siamo - da ci limprorogabile necessit di una incessante
nullificazione che, solo "svuotandoci", ossia abolendoci, pu purificarci, consentirci cio di ritrovare il
vero volto di quella divinit che anche il cristianesimo ci ha insegnato a trovare in noi stessi, ma che la
tradizione ha finito per obliare negli atti e nelle parole di una Chiesa quasi sempre infedele al Verbo.
Insomma, una scrittura di progressiva spoliazione; spoliazione, innanzitutto, rispetto alla
propria impudica sovrabbondanza - per questo, solo facendosi cenere, essa sarebbe potuta pervenire al
giusto compimento del proprio dispiegarsi. Una sorta di necessaria decreatio, non rivolta, per, al
"nulla" familiare a tanto misticismo della nostra tradizione cristiana; come se il nulla potesse appunto
sostituirsi allessere di ci che , e consentire dunque la sua visto determinata. Infatti, se il nulla valesse
come terminus ad quem di un itinerario per togliersi infine di mezzo, non sapremmo che farcene di esso
- ci non sarebbe assolutamente rilevante. Eppure, a questo "nulla"  rivolta, per tutti noi, ossia per il
senso comune, lesistenza di ogni essente.
Il nulla su cui Andrea insisteva, senza timor dellidentico,  invece da intendersi come quello
stesso che  tutto perfettamente presente in ogni cosa, in ogni presenza determinata - come ci che in
questultima  sempre e solamente presente. "Il nulla  ci che  puramente presente" (Q. 29, 1954);1 il
nulla  l'esserci di questo tavolo; esso  ci che, nellesserci di questo tavolo, pi precisamente "": il
suo non. Il suo negarsi - quello che, nel suo farsi presente, sempre e solamente pu accadere. Infatti,
anche questo tavolo, come tutto ci che ,  solo nella misura in cui il suo esser presente ha, come
"contenuto" pi proprio, il nulla ("il nulla  forma della presenza in quanto contenuto nella presenza"
(Q. 29,1954)). Il nulla di questo tavolo: ci che di esso  veramente presente, nel suo esser presente
sempre e solo come consistenza del suo passato e del suo futuro - di ci che esso " stato" e delle attese
pi o meno consapevoli da cui lo stesso  investito in quanto condizione di "future possibilit". Il
tavolo che  qui e ora presente, dunque, non  mai - "il passato e il futuro sono invece contenuti nel
presente, appunto perch il presente si nega; sono il negarsi del presente. Sono i due volti del presente"
(Q. 20,1947). Il passato e il futuro sono infatti il non-pi e il non-ancora del presente. Daltro canto,
solo con essi mi pone in relazione la mia disposizione temporale; ossia la forma del mio "percepire", e
dunque la negativit originaria di un eterno presente da cui mai riesco a uscire perch la sua negazione
non  di l da esso, ma  il suo pi proprio. Esso  sempre - nellinsuperabile "ora" del mio aionico
esserci - la negazione di s, il suo stesso negarsi e, in-uno, il suo esser sempre, per ci stesso,
perfettamente e assolutamente "presente".
Nel filosofare di Emo viene a costituirsi un senso del nichilismo assolutamente estraneo alle
molteplici versioni dellesperienza nichilistica di cui  costellato tutto il Novecento. Unico vero e
proprio nichilismo, il suo, perch non inficiato dagli ingenui e insostenibili dualismi di fondo che
minano alle radici le pi importanti accezioni novecentesche del concetto di "nichilismo". Si pensi,
innanzitutto, al nichilismo "agente" nelle parole di grandi filosofi dellOttocento quali, da un lato,
Hegel e, dallaltro, Schopenhauer. Sia in Hegel sia in Schopenhauer - anche se in modo radicalmente
differente - il nulla presuppone unidea di "negativo" che non riesce a essere veramente tale. Infatti,
nellidea di volont Schopenhauer vede la determinazione del principio in termini di radicale
autonegazione. La volont vuole innanzitutto se stessa - e pertanto si nega nel momento stesso in cui si
afferma ed ek-siste. Dunque, il farsi uno con la volont significa per luomo farsi nulla nella forma di
un annichilimento che dice la radicale assenza di determinazioni, ossia che vale come istituzione di uno
spazio semplicemente altro e contrapposto a quello proprio dellessente in quanto essente, in cui
questultimo semplicemente svanisce - il tutto secondo una modalit della decreatio che vale come
"abbandono", "rinuncia" allessere in favore del nulla. Ma ci significa che l'autonegazione del volere
costitutivo di ogni esserci fenomenico dice la semplice perdita "del mondo"; ossia il prodursi di
unaltra dimensione, certamente cosmica, originaria, eppure sostanzialmente "sostitutiva" rispetto a
quella propria dellessente in quanto tale - rispetto alla quale l'essente  del tutto impotente e
sostanzialmente indifferente, in quanto non la pu in alcun modo intaccare. Quanto a Hegel, laltro
grande pensatore del "negativo" dispiega la dialettica della negazione, ossia della contraddizione pi
radicale. Ma il negativo hegeliano produce s la contraddizione, ma una contraddizione nella quale il
positivo mantiene ferma una sua qualche possibilit, se non altro quale erramento a cui il pensiero pu
essere condotto dalla forza dellintelletto - di l dal fatto che la verit dellesserci di tutto ci che , e
dunque anche dellerramento intellettuale astratto, sia comunque cifra di quella radicale "negativit"
che del reale dice l'originaria condizione di possibilit. Certo, per Hegel il reale  razionale - ossia 
radicalmente contraddittorio, e dunque "non-" ci-che-. Ma il prodursi del negativo vale qui come
produzione di un presupposto ineludibile, che fa dellidentit degli opposti il "sempre nascosto",
rispetto a un differire che di quella  lapparire in forma rovesciata. Per Hegel il negativo dice il
"senso" nascosto di una concretezza mai manifesta in quanto tale; e che  compito del logos, appunto,
far emergere, di l dalla sua dura corteccia - ch, solo in quanto cos "presente", esso pu offrirsi a
quella che Hegel definiva "comprensione intellettuale e astratta".
Anche lidentit hegeliana sarebbe rimasta offuscata da quel differire irriducibile e assoluto in
cui lo stesso Hegel aveva peraltro individuato il punto debole del sistema dellamico-nemico Schelling.
Da questultimo, infatti, lidentit originaria non era intesa come "origine" destinata al processo
storico e differenziante.2 In Schelling il "negativo" non  riducibile a qualcuna delle molteplici forme
del positivamente essente - e, dunque, si staglia nel sistema come lassolutamente altro da queste. Ci
giustifica (in relazione sia alla prima versione del suo idealismo trascendentale sia alla sua teologia
finale) laccusa hegeliana di astrattezza concettuale - perch proprio questo rende il suo "assoluto"
uguale alla "notte" della pi vuota indeterminatezza.
Ma tale rischio  implicito in tutta la produzione del romanticismo tedesco (si pensi alleterna
separatezza cui sarebbe stata consegnata lindeterminatissima origine dellIo ficthiano - analogon, in
questo senso, della "notte" novalisiana), Hegel incluso. Cos come  sempre presente nel corso della
lunghissima tradizione di riflessioni sullo scandalo dellora nona, allinterno del mare magnum della
teologia cristiana; neppure lenigma trinitario consentir mai di risolvere l'irriducibilit del Padre al
relativum intradivino. Insomma, lOttocento e la lunga storia della filosofia cristiana lasciano aperto il
problema di una negativit che, in quanto irriducibilmente "altra" dal "positivo", finisce per costituirsi,
di fatto, come un altro positivo (vale a dire: il problema di un "in-finito" che  sempre risolto in "altra
finitezza").
Ma neppure nel Novecento la questione trover vere soluzioni; anzi, il nostro secolo sembrer
destinato a radicalizzare le ingenuit teoretiche presenti sin dal suo inizio. Si pensi alla grande
ontologia heideggeriana, e a tutto ci che da essa ha preso il via - ermeneutiche gadameriane e
post-gadameriane, pensieri decostruttivi sorti in terra francese (Derrida in primis, e il suo pensiero della
diffranc), e infine nomadismi "debolisti" di buona parte della filosofia postnietzschiana.
Lidentit, la negazione assoluta dellesserci di ci che ,  posta esplicitamente sia da
Heidegger sia da Nietzsche come il non-presente; Heidegger, da un lato, e Nietzsche, dallaltro, ognuno
a suo modo, infatti, avrebbero sottolineato limpossibilit di un dire che intendesse fare oggetto del
proprio significare ci che, in quanto assolutamente "altro" dallo spettacolo manifesto, non pu che
esser lasciato nella sfera del non detto - o perch, dicendolo, lo si farebbe diventare uno qualsiasi degli
enti manifesti (lessere non  un ente, ci ricorda Heidegger, che su tale differenza ontologica fonda il
suo sistema), o perch, parlando di esso, si parlerebbe di qualcosa che nessuna fenomenologia potr
mai rilevare come datit realmente presente (a esser dato, secondo Nietzsche,  sempre e solamente il
divenire, o, in senso lato, il differire del differente - lidentit  una invenzione della logica, ossia della
metafisica occidentale, secondo il filosofo delleterno ritorno). Da ci, la possibilit di una idea quale
quella di circolo ermeneutico, quel movimento dellinterpretare costretto a differirsi continuamente,
senza poter mai riposare su una terra sicura, vera, ultima; da ci, una struttura quale quella del
nomadismo filosofico, tematizzante la "marginalit" come condizione ineludibile di qualsivoglia
pensiero che si mostri davvero consapevole dellimpossibilit del "centro"  come se lo stesso
concetto di margine non presupponesse, sempre e comunque, il riferimento a un centro (non meno
"presente" per il fatto di esser definito inattingibile). Da ci, la fragilit di un pensiero convinto di
potersi librare sulle leggere ali della differenza, finalmente sciolto dalle catene di quella soffocante
identit che avrebbe, da sempre, impedito la proficua e infinita decostruzione delle individualit (unit,
identit) date.
Rispetto a tutte queste soluzioni, valevoli come derive di un pensiero che della "negativit" non
ha saputo pensare il "proprio" (avendola sempre ridotta a maschera di un inoltrepassabile "positivo"), il
filosofare di Emo costituisce un unicum, dove il nichilismo moderno e contemporaneo sembra trovare,
finalmente, un testimone attendibile, un attento esploratore delle sue accidentate e impervie regioni.
Che "lessere non sia" - ossia che il principio su cui avrebbe voluto reggersi buona parte della
metafisica occidentale (il principium firmissimum, posto a salvaguardia della positivit del positivo)
non fosse affatto il fondamento su cui tutto il costruibile sarebbe stato costruito - appare nelle parole di
Andrea non la condizione di una definitiva liberazione dal problema della "verit", quanto il
rilevamento del senso originario della medesima. Non solo: per Emo, che "lessere non sia" implica la
necessit di uninedita comprensione del "negativo", al di l dalle sue improprie accezioni.
Il negativo non sta "di contro" al positivo, pronto a sostituirvisi, e a dominare cos la scena del
manifesto. Aver compreso che "nulla " significa per Andrea dire il modo in cui, propriamente, si
struttura lineludibile esserci di tutto ci che "concretissimamente" . Nulla a che vedere con la
convinzione secondo cui ci che riteniamo reale sarebbe mera illusione; secondo cui nulla sarebbe
afferrabile per quel che esso  veramente, se non altro per linarrestabile movimento dellesistente,
destinato a vanificare ogni pretesa di catturarne il significato. Tale consapevolezza implica, piuttosto,
agli occhi di Emo, la necessit di una radicale rideterminazione del logos filosofico - vero, e dunque
credibile, proprio in forza della sua irrisolvibile "assurdit". Ed egli riesce in tale impresa grazie a un
serrato confronto con i suoi "maestri" - coloro che di tale possibilit hanno indicato perlomeno le
condizioni: Hegel e Gentile, innanzitutto. Che cosa di questi ultimi  ancora vivente e operante nel
discorrere emiano, e che cosa dei loro sistemi doveva essere invece decisamente "superato"?
"Gi nel razionalismo di Hegel la tragedia  presente sotto il nome di dialettica;  presente nella
potenza del negativo" (1973),3 sostiene Emo. Di Hegel, innanzitutto, Andrea riprende, radicalizzandone
la struttura, lanima dialettica del "vero"; ossia ipostatizza il momento negativo della medesima; poich
in esso, e solo in esso, individua il vero cuore del movimento dialettico - un movimento che non 
affatto un movimento, in quanto indica piuttosto la forma delleternamente presente, di ci che non 
mai ci che , in quanto da sempre passato nel proprio negativo, s che nessuna "sintesi" possa essere
ipotizzata di l dalleterno non-essente con cui sempre abbiamo a che fare. La relazione tra positivo e
negativo non pu neppure essere pensata come "relazione"; a esser presente per Emo  sempre e
solamente l'esser negato del "positivo", il suo semplice "esser negato" (senza che vi sia alcun bisogno
di un agente estrinseco di tale negazione).
Nessun presupposto irriducibile, dunque, nessuna identit intrascrivibile a sancire la lacerazione
nel cuore "trinitario" dellessente; perci non v astratta processualit, n in avanti n allindietro; n
in entrambe le direzioni l'essente di fatto procede - perch il differire, sempre manifesto,  inteso come
perfetta presenza di unidentit che  davvero ci che di essa sempre e perfettamente appare in ogni
perfetta individualit. Unidentit che  nulla-di-ente. Infatti, "la realt, cio la identit, cio la
solitudine; il paradosso di un nulla esistente" (1962)4 -, la realt, appunto, " la presenza del nulla"
(1954),5 se  vero che il nulla " ci che  puramente presente" (1954).6 Per Emo "tutte le cose, essendo
negazione di s e niente altro, tutte le cose sono soltanto latto della propria negazione" (I960).7 E
dunque il nulla - ci che sempre e solamente "" - non ha niente a che vedere con ci che  possibile
rinvenire come "significato" originario (ma nascosto, in quanto oggetto di un rinvenimento da attuarsi
tramite il logos) dellessere determinato, di ci che, in quanto presente,  semplicemente essente. In
questo senso, nulla a che vedere con lesser presente del divenire hegelianamente inteso, con ci che
Hegel definisce "essere determinato" (Da-sein). Se in Hegel loriginaria identit di essere e nulla "si
presenta" nella forma dellessere determinato,  evidente che il suo essere-nulla - cui ogni
determinazione di fatto rinvia - non ha niente a che vedere con il nulla inteso da Emo come il
veramente e propriamente presente in ci che di fatto  presente. Piuttosto, Hegel  stato ritrascritto dal
"gioco" della "differenza ontologica", messo in opera dallontologia heideggeriana. Lessere-nulla di
Hegel appare allora l'analogon, o meglio, la perfetta anticipazione, dellessere-nulla di Heidegger; ci
che, non a caso, pu presentarsi (come ente) solo ritirandosi nel nascondimento (in quanto
essere-nulla): il suo presentarsi pu darsi, cio, solo nella forma dellassentarsi. Solo una tale accezione
dellessere (in quanto identico al nulla, che  nulla-di-essente) poteva dar luogo a unidea di
"negativit" quale quella che avrebbe giustificato pressoch tutte le forme del nichilismo novecentesco,
inteso come luogo delloblio di una verit che  sempre stata la verit dellessere; di un essere che, a
sua volta, poteva essere dimenticato solo in quanto gi in se stesso "oscuro", ossia altro dallonticit
dellessente - vale a dire solo in quanto gi in s stesso obliato dallente nel suo esser sempre e solo
determinatamente, e cio positivamente, presente.
E' evidente che tale accezione del negativo  tutta inscritta nella logica oppositiva propria
dellorizzonte della determinatezza. Il linguaggio hegeliano-heideggeriano non riesce a sfuggire al
dominio della logica del "positivo"; il concetto di nascondimento - comunque lo si voglia intendere -
non pu fare a meno di implicare lidea dellessere in altro modo, rispetto a ci che  presente, da parte
di ci che si definisce "nascosto". E qualcosa pu esser definito nascosto solo nella misura in cui esso
non appare, nella misura in cui ci che di esso appare  il semplice suo non-apparire, il suo
non-esser-presente. Ci che di esso  presente, dunque, ossia la sua assoluta "indeterminatezza", non
pu essere considerato un modo del "nascosto" - il modo in cui questo sarebbe stato presente, se fosse
potuto esserlo. Allora, a esser nascosta (non-presente) nellessere-nulla  propriamente e
inevitabilmente la determinatezza. Solo essa pu essersi sottratta allo sguardo nel suo manifestarsi
come in-determinata. Se essa  nascosta, e in quanto tale non  presente - non essendo presente se non
come in-determinata -, a non apparire, di essa,  appunto la sua determinatezza; dunque, tornare ad
avere parole per tale originario-nascosto (presente sempre e solo nellesser presente di ci che esso
non-: lente) non pu che significare (di l da ci che vorrebbe farci credere Heidegger) riuscire a
"determinare" tale originario. Aver "cura" per esso non potr che voler dire sapere - e comportarsi
rispetto a esso conseguentemente a tale sapere - di non poter trattare la sua manifesta indeterminatezza
(il suo esser-nascosto) come il suo esser onticamente manifesto; ossia rispettare il suo costituirsi al
modo di una irrisolvibile "alterit" che riproduce, al di l dellorizzonte delle alterit determinate, la
medesima forma relazionale propria di queste (propria di tutto ci che -ci-che-, solo in quanto altro
rispetto a ci che esso non-). Lente non  lessere (allo stesso modo, per, in cui un determinato ente
non  un altro ente); lunica differenza tra le due forme relazionali (quella ontologica e quella ontica) si
risolve nel fatto che solo nel caso della relazione ontologica (quella che distingue lessere dallente)
uno dei diversi non--determinato; daltro canto, rispetto alla determinatezza, lunica alterit possibile
(proprio secondo il nomos della determinatezza)  quella costituita dalla in-determinatezza; il non
potersi determinare altrimenti, da parte dellaltro dalla determinatezza, nientaltro esprime che il limite
dello sguardo a partire dal quale il rilevamento dellascosit si d (il suo non riuscire a dire la
determinatezza propria di ci che si costituisce come non-determinato, ossia come non-manifesto,
come non presente allinterno dellorizzonte delle determinatezze manifeste). Che esso sia, in quanto
tale, non-determinato non pu esser detto. Altrimenti, si finirebbe per fare della sua indeterminatezza
qualcosa di diverso dal suo "esser nascosto"; anzi, si farebbe coincidere lindeterminatezza con la
perfetta presenza di ci che, in quanto non determinato, sarebbe da tale suo modo dessere
perfettamente determinato.
Si entrerebbe cos nellalveo della speculazione emiana, secondo la quale, appunto,
l'essere-nulla non  davvero nulla di diverso dallente - ossia  il modo in cui propriamente lente si
presenta. E' il presentarsi dellente a costituirsi come presentarsi pieno ed evidente del "negativo". S
che per Emo pu dirsi che il negativo  ci che si presenta sempre nel presentarsi del positivo: "La
presenza non pu esser nulla senza esser presenza di nulla, perch il nulla  presente (...). Perci la
presenza  il negarsi assoluto" (1954).8 O anche: "Il tutto  la attualit del nulla; tutto e cio lessere;
lessere e la attualit del nulla; e in tal modo  Verit, cio  coscienza" (I960).9
Non meno interessante e complesso  il rapporto di Emo con il suo maestro pi diretto, Gentile.
Anche in questo caso, si tratta di un "precedente" il cui esser autenticamente conservato si d solo in
quanto contemporaneamente e radicalmente "superato".
E' vero che per Emo lunica vera filosofia non pu che essere filosofia attualistica, filosofia di
"grande e insuperabile valore" (Q. 11, 1930). Filosofia in grado di comprendere che tutto  nel
costituirsi dellattualit e dellautocoscienza, nellatto stesso attraverso il quale la coscienza ha
coscienza della propria attualit. Lattualismo gentiliano  perfettamente consapevole del fatto che ogni
esistenza si risolve in un "atto", e che, fichtianamente, nulla  se non per latto con cui lattivit della
coscienza pone il proprio esser latto che . In tale senso, quella di Gentile  una metafisica gi "libera"
da quello che, di l a poco, Heidegger avrebbe individuato come lerrore di fondo della metafisica
occidentale: il "primato dellente". Lontologia gentiliana ha gi evitato il rischio di costituirsi come
lennesima onto-teologia. Ben prima che Heidegger - alloscuro di ci che Gentile in terra italica aveva
gi chiarito - facesse di tale avvertimento e di tale proposito il leitmotiv della sua produzione filosofica.
Cosaltro  la determinazione del fondamento in termini di "atto" operata da Gentile, se non il
"superamento" di ogni residuo astrattamente soggettivistico o astrattamente oggettivistico? Perci
Gentile pu spingersi ad affermare che dello "spirito", della verit, non si pu dire neppure che "";
latto in cui esso si determina non , nella sua attualit, catturabile da alcuna legge prestabilita; "e non
pu essere definito come essere stretto a una natura determinata, in cui si esaurisca e conchiuda il
processo della sua vita, senza perdere il suo proprio carattere di realt spirituale, e confondersi con tutte
le altre cose, alle quali egli deve invece contrapporsi; e in quanto spirito, infatti, si contrappone".10 In
breve, per Gentile loriginario  qualcosa di assolutamente irriducibile alla dimensione ontica del
determinatamente manifesto;  il puro movimento del manifestarsi, d per cui tutto lesistente pu esser
detto esistente.
Ma Emo sa portare a fondo tale "ineludibile" verit, liberandosi davvero dalle incongruenze che
avrebbero ricondotto tanto la "verit" heideggeriana quanto quella gentiliana a una sorta di inevasa
ipostatizzazione della forma del determinato, e dunque a una mascherata - ma davvero insuperata -
"ontoteologia". Andrea coglie il senso radicalmente "negativo" di tale "originario"; di quelloriginario
che per Gentile era assoluta mediazione - ossia si dava nella forma di un logos concreto quale quello
del vero soggetto, quello che ha l"essere negato (...) nellatto stesso che  affermato".11 Emo sa dunque
sviluppare laporeticit originaria del logos gentiliano mostrando che questa pu essere detta solo nella
forma di una negativit, quale in Gentile rimane sostanzialmente inespressa.
Il fatto  che per Gentile latto del soggetto si d esplicitamente come fondazione della
positivit dellesistente - "il vero e unico positivo  latto del soggetto che si pone come tale; e ponendo
s, pone in s, come suo proprio elemento, ogni realt che  positiva per questo suo rapporto di
immanenza allatto in cui lIo si pone in modo sempre pi ricco e pi complesso".12 Mentre per Gentile
la pur rilevata negativit dellatto (rilevamento consentito dalla rilevazione della sua mediatezza) 
infine risolta nella positivit di un esistere che non pu che essere reso possibile dal valore affermativo
dellatto ponente, per Emo il porre e il suo positum sono da intendersi, in quanto tali, come presenza
della negativit assoluta (vedi oltre, p. 245).
Per Andrea, dunque, affermare che "il mondo negativo, il mondo illogico, ma la cui logica si
impone su quella del mondo delle apparenze,  la radice dellessere, del nostro essere [...significa che]
in quanto puro essere, cio pura presenza, non siamo altro che il mondo negativo" (I960).13 Una
negativit risolventesi nellinoggettivabile atto della presenza, quella il cui porre coincide con il nostro
stesso porci, in modo che, per, la forma a esso ascrivibile sia quella di un infinito togliersi: "il nostro
infinito toglierci  la realt, la consistenza, la totalit delluniverso" (1954).14
Solo per questo Emo sarebbe diventato un autentico testimone del "negativo": per il fatto di
aver saputo rilevare non tanto lindeterminatezza dell'originario, lindeterminatezza dellindeterminato,
dellinizio, del presupposto (ci lavrebbe messo sullo stesso piano di Heidegger o di Gentile), quanto
lindeterminatezza ovvero la negativit del tutto, e del soggetto e delloggetto, e dunque la sua (del
medesimo tutto) sempre perfetta originariet, in quanto perfetto determinarsi del nulla esistente. Quello
che dice il sempre perfetto individuarsi dellassoluta universalit, o, che  lo stesso, di una presenza che
 essa valevole come un negarsi assoluto - quello stesso che mai pu essere risolto in origine "da cui"
lesistente, se non altro perch "non vi  una origine di cui la nostra attuale presenza sia una
conseguenza" (1965).15
Scritti che (si) bruciano
Lo sguardo con cui Emo si rivolge allesistente ha le caratteristiche proprie dellossessione,
quella che Freud avrebbe chiamato "coazione a ripetere". Assurda predisposizione dellanimo a fissarsi
su ci che non soddisfa il principio di piacere, anzi lo contraddice nettamente. Per Andrea ogni
guardare  un ri-guardare, e perci in esso tutti noi siamo chiamati in causa - se le sue parole
ri-guardano tutti noi, ci  vero solo perch, nel ri-guardare ossessivamente ci che mai si stancano di
ri-dire, guardano propriamente ci che le fa testimoni di un destino universale che, sempre uguale, si
ripete in ognuna delle nostre esistenze individuali. Parole che guardano alla condizione propria
dellessere umano: nulla di personalistico, nulla di "esistenzialistico", nel senso che la vulgata di tale
concetto ha reso familiare; nulla che riguardi faccende private, relative allesistenza di un pensatore che
potrebbe essere stato vittima di accadimenti, pi o meno felici, come qualsiasi altro essere umano. No,
il destino che Emo ha il coraggio di guardare in faccia  ci che si presenta alla coscienza
trascendentale come la sua stessa impossibilit, e che proprio per questo costringe alla domanda intorno
allo "stra-ordinario" che ogni "esistenza", in quanto tale, costituisce.
In tal senso il procedere della riflessione di Emo - la sua scrittura, quanto mai ossessiva e
circolare, anche se di una circolarit ricca di scarti, di "pieghe", che ogni volta la costringono a
ricominciare da capo -  davvero difficile. Ma non si tratta di una difficolt sintattica o lessicale.
Nessun autocompiacimento, o qualcosa come una sorta di snobismo specialistico; ci che rende "dure"
queste pagine  la materia stessa che si offre alla speculazione. Una materia che non tollera distrazioni
formalistiche o stilistiche; una materia che brucia, che brucia innanzitutto s stessa, che "si brucia" -
che solo bruciandosi, anzi, fa luce e si fa pensiero. In questo senso pu essere letta laffermazione di
Andrea riportata allinizio del saggio introduttivo del primo volume di scritti emiani, pubblicato nel
1989: "questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po di luce".16
Come ad avvalorare - secondo un senso ben diverso da quello canonizzato dalle grandi
interpretazioni idealistiche - lintuizione parmenidea secondo cui essere e pensare sarebbero la stessa
cosa. Come se lessere qui in gioco fosse quello-che- solo in quanto riflettentesi nella forma del
pensiero, del dire che lo dice; come se lessere fosse per Emo ci che, solo negando la propria datit
originaria (ossia trasfigurando la propria immane pesantezza in quella fluidit eterea e incatturabile che
 propria del logos), potesse esserla sino in fondo. E' evidente, dunque, che il filosofare emiano non si
sarebbe mai potuto sottoporre a vincoli di tipo "editoriale" - ossia a regole strutturali e compositive
estrinseche rispetto alla materia che in esso arde incessantemente di un inestinguibile fuoco. Perci, se
volessimo chiederci a quale forma di scrittura filosofica pu essere ricondotto il linguaggio di Andrea,
la risposta non potrebbe che essere impropria, se non altro per quel tanto che, come  in s stessa
equivoca e fuorviante lidea di sistematicit, cos lo  anche il concetto di scrittura aforismatica che
ormai impera l dove si  convinti di non poter pi rimettere in gioco una trattatistica di stampo
metafisico.
Ora, se il pensiero di Emo  sistematico, lo  non tanto per il modo della sua organizzazione
formale, quanto per lessenziale sinfonicit di tutte le sue variegate componenti e fasi di sviluppo.
Peraltro, esso non  affatto sistematico, se si guarda alla continua interruzione di processi discorsivi e
argomentativi che sembrano non potersi mai compiere risolutivamente; interruzione necessaria alla
natura propria della riflessione articolata - e dunque proprio per questo profondamente consonante allo
scarto che "la cosa" in questione sempre riproduce: "il pensiero che  logica non pu vivere senza
qualche incoerenza; lincoerenza  la vita del pensiero, appunto perch la vita stessa  incoerente"
(questo volume, p. 18).
Ancora una volta, dunque, si dovr ammettere che ogni tentativo di definizione - tramite la
riconduzione della procedura emiana a questa o a quella modalit del filosofare - non pu che fallire.
Anche a questo proposito ci troviamo di fronte a un unicum, per dire il quale vanno rintracciati nuovi
codici ermeneutici e un lessico pi adeguato (almeno, di quello offertoci da una storia ormai
millenaria).
SU ALCUNI TEMI DEL PRESENTE VOLUME
Verit e apparire
Sul fondamento di una idea di "negativit" quale quella espressa dalla speculazione di Emo a
essere messi radicalmente in discussione sono, innanzitutto, due concetti base della produzione
filosofica occidentale: verit e apparire. Non  difficile vedere infatti come la ridefinizione emiana del
concetto di "negazione", modificando il senso del rapporto tra "apparire" e "non apparire", finisca per
rideterminare alla sua radice lo stesso concetto di verit, intesa come luogo della perfetta
manifestazione, dellevidenza, quale era stata radicalmente concepita dalla linea filosofica da Cartesio a
Husserl. Ma la forza innovativa del pensiero emiano si sarebbe spinta ben oltre tale messa in
discussione; ben oltre lennesima modulazione di ci che la linea Schopenhauer-Nietzsche-Heidegger
si era incaricata di dire nella forma pi radicale. Daltro canto, la critica allidentificazione di evidenza
e verit a partire da Nietzsche sarebbe diventata il leitmotiv di buona parte della filosofia novecentesca:
contro secoli di elogio dellevidenza e della luce si sarebbero prodotte, di volta in volta, le varie
filosofie del "nascondimento", del caos, dellombra, dello scarto, del frammento.
Emo, infatti - e nei quaderni prescelti per la compilazione di questo volume ci risulta
particolarmente chiaro -, non contrappone affatto al concetto di verit come aletheia lenigma
dellineffabile, dell'indicibile, come se fossero questi ultimi il suo (della verit) a-topon; cos avrebbe
finito per trattare la verit (come accade a buona parte della filosofia contemporanea) da un lato come
"indicibile" e dallaltro come ci che, in quanto consegnato a uno smisurato effluvio di parole, vive la
pi radicale smentita di tale supposta indicibilit. Andrea non cade in tale aporia concettuale, e non
pensa in alcun modo a una opzione tra i due modelli di verit; quello di provenienza parmenidea
(aletheia, la luce del manifesto) e quello di provenienza eraclitea (armonie aphanes, armonia nascosta)
- fermo restando che lidea antimetafisica di verit, che caratterizza buona parte della cultura
novecentesca, non  altro che una diretta conseguenza del concetto eracliteo-neoplatonico di verit
(altro che "antimetafisica"!). Emo si pone al di l di tale antinomia, di tale aut-aut. Ritiene, infatti, che
a doversi dire sia piuttosto questo: che "il negarsi  la trasparenza dellassoluto" (Q. 359, 1973, ovvero
questo volume, p. 13; dora in avanti, lindicazione della pagina tra parentesi rimander al testo emiano
qui trascritto).
E' chiaro che, se il negarsi dellassoluto fosse inteso secondo il modello neoplatonico, avremmo
a che fare con il contrario di un assoluto-" trasparenza". Esso varrebbe, piuttosto, come il fondo di un
abisso insondabile, del tutto negato allumano concepire o vedere. Invece, per Emo, tale negarsi, atto
con il quale lassoluto si costituisce come assoluto,  la sua perfetta trasparenza, ed evidenza. Cos che
in questo modo esso si mostri perfettamente per quel che  - daltro canto, nulla  di l da tale negarsi.
Non  un soggetto che, negandosi, finisca per mostrarsi per quel che non . Non c un "qualcosa" che
si neghi - lassoluto , piuttosto, questo stesso eterno negarsi in quanto tale. Un negarsi senza soggetto.
 dunque il negarsi, questo atto specifico, non coglibile in alcun modo nel suo inizio o nella sua
fine. Un atto che non proviene da una certa situazione per condurre a una situazione diversa
dalliniziale. E non v opposizione, nellassoluto, tra positivo e negativo; anzi, la verit  propriamente
la negazione di questa opposizione, e per ci stesso della possibilit del suo esser collocata nelluno o
nellaltro polo dellopposizione.
Solo a partire da questa premessa si sarebbe potuto vedere nel mondo oggettivo (loggettualit
cui il nostro essere soggettivo  costitutivamente rivolto come al "suo" proprio) ci che, in quanto
negatio di noi stessi, della nostra soggettivit, cio in quanto evidenza e visibilit del nostro stesso
negarci costitutivo, ha originariamente risolto la propria opacit fisica e oggettuale in puro "atto", ossia
in quella energia che  negazione dellopacit in quanto tale, e di cui esso , comunque, lapparire; solo
per questo del mondo si deve dire che  questa energia, che " negazione di ogni oggettualit, di ogni
opacit" (p. 13).
Da ci la possibilit di rinvenire nel mondo e nel suo meccanismo oggettuale e fisico
lirrazionalit pi assoluta, ossia "la negazione delloggettiva positivit immediata" (p. 13). Se cos non
fosse,
Emo non potrebbe in alcun modo ritenere che "anche le cose testimoniano il nostro
annullamento" (p. 24). Il nulla della cosa (di leopardiana memoria)  speculum di un Io che solo in essa
(nella cosa e nel suo nulla) pu davvero "sperimentare" il proprio negativum - vedendovisi annullato,
perfettamente tolto, ma in tutta la propria immarcescibile consistenza (quella che ci fa tutti, in quanto
soggetti, modi di un autonegarsi unico e perfettamente divino).  proprio per tale ek-sistere oggettivo e
nullificante, che la pi terribile delle sconfitte - quella che sancisce limpossibilit del nostro semplice
esserci - pu rovesciarsi nel pi "straordinario dei trionfi", nella "visione assoluta". "La
rappresentazione  la nostra luminosa rivincita, la trasformazione della sconfitta" (p. 24). Solo per
questo noi siamo "rappresentanti": esseri che rappresentano, che si pongono in immagine, che
fanno-mondo. Come dire che il mondo c solo perch noi lo poniamo in immagine  ecco unaltra,
inedita spiegazione di quel produrre immaginativo che avrebbe fatto s che lio moderno prendesse
coscienza di essere principio non solo di formazione, ma persino desistenza del mondo intero. Qui non
siamo di fronte (come nellidealismo "classico") a un Io che, quasi per una eccedenza dessere, fa
essere il mondo (lIo fichtiano che, dalla propria assolutezza, veniva fatto creatore, artifex mundi); qui
lio immagina il mondo in forza del proprio non essere alcunch, in forza del proprio originario negarsi
- prima del quale nulla  stato.
La forma del mondo  prospettata come produzione immediata di un negarsi da cui  fatta
essere come perfetta immagine di tale nulla sostanziale. Non a caso, il mondo e le sue molteplici
immagini sono, anche per il senso comune, radicalmente evanescenti, contingenti, esistenti "come per
miracolo" - nulla potendo, di fatto, garantirne la sopravvivenza. Sul mondo non possiamo fare
affidamento come su di una terra solida. Il pericolo , in esso, sempre incombente; non  dunque
possibile ipostatizzarne la positivit, per farcene scudo. Nulla nel mondo  consistente. A consistere, in
esso,  per Emo nientaltro che il nostro nulla. Eppure, in esso la forza creatrice dellio, del suo
autonegarsi,  assoluta, e nessun limite la circoscrive, o pu predeterminarne la possibilit. "Il nostro
dio, e cio la nostra fede,  luniversale e infinito negarsi" (p. 24). Infinita potenza capace di far essere
il nulla: questo  il soggetto per Emo. Solo il nulla pu essere, ossia essere immaginato, imitato dal
poietes umano. Anzi, dal divino che ivi si rappresenta e si riflette - ossia che . E che  nella forma pi
radicale; se  vero che nulla pu essere pi saldamente e incontrovertibilmente di quel nulla-essente
che, solo,  davvero "senza termine di confronto" (p. 24) - nulla  infatti rinvenibile di l da esso,
"metessi", perfetta e insuperabile, di essere e nulla. Cosa, infatti, che non sia o essere o nulla, potrebbe
essere confrontato con tale ab-solutum in-esistente?
E allora  chiaro perch agli occhi di Emo lunica metafisica possibile sia una metafisica della
presenza; una metafisica della presenza che, per, nulla ha a che vedere con le metafisiche della
presenza cos accanitamente criticate dallantimetafisica contemporanea. "Presenza" vale qui come
presenza-di-nulla-che-non-sia-la-presenza-stessa. Presenza della presenza: questo l'absurdum cui Emo
ci invita. "La presenza  la colonna che sostiene luniverso del tempo, lasse attorno a cui esso gira, ma
quando  coscienza di s, cio sacrificio di s, il presente (cio Dio)  affermazione di s cio
abolizione di s" (p. 25). La presenza non pu che darsi come presenza dell'esser-presente; dove
l'esser-presente che la presenza presenta non  mai l'esser presente "di qualcosa". Nel qualcosa,
nelloggetto di cui impropriamente diciamo l'esser presente, a esser presente  sempre e solamente il
puro esser presente, ovvero il non-qualcosa.
Allora, una presenza libera dal "qualcosa" di cui essa sembrerebbe dover inevitabilmente essere
presenza. La presenza  Dio, per Emo: a esser presente, l dove qualcosa pu davvero esser ritenuto
presente, non pu essere altro che la "negazione di ogni qualcosa" - Dio. E la negazione del qualcosa
che nellesser-presente sembrerebbe esser presente, non pu che esser lesser-presente stesso; nulla al
di l del qualcosa, dunque, se non il suo stesso esser-presente (un altro qualcosa, infatti, costituirebbe
una semplice ripetizione del qualcosa di cui si stava cercando di individuare laltro-da-s).
Ma il prendere coscienza di s da parte dell'esser-presente significa per l'esser-presente il suo
abolirsi, il suo farsi altro-da-s, il suo farsi "qualcosa", il suo oggettivarsi nella forma di quel negativo
che, proprio e solo costituendosi come tale, potr consentirci di essere quel negarci che, di fatto,
sempre siamo. Il nostro Deus, il Dio che noi siamo, non  perci absconditus; non si ritrae in alcuna
profondit abissale, da cui farsi avvertire per deboli e imprecisi cenni. No, esso "non pu manifestarsi,
affermarsi altrimenti che negandosi nel supremo sacrificio di s" (p. 25). Ma, per lappunto, in tale
sacrificarsi accade il suo pi pieno e perfetto mostrarsi, il suo mostrarsi per quel che esso, invero,
non-. Perch, come il tempo, "esso  nulla; esso  soltanto il modo con cui la presenza si presenta" (p.
25). E qui il verbo emiano si fa inequivocabile. A presentarsi, nel sacrificio di Dio, nel farsi obiettivo
da parte del nulla, a presentarsi  sempre e solo la presenza, quel "non-essente" che da ogni oggetto 
propriamente mostrato nel suo semplice mostrarsi - essendo questultimo nientaltro che il non-essere
del nostro negarci, ossia il suo perfetto esistere come non-esistente.
"Divino inganno", lo definisce esplicitamente Emo; ma aggiunge subito: "niente  pi bello,
niente  pi profondamente vero di questo inganno" (p. 25). Inganno che si riproduce, e con la stessa
sublimit, quando la presenza si fa verbum; quando il suo inconsistente negarsi trova nella pienezza del
discorso lequivoco pi radicale. Ancora una volta, a dispiegarsi  propriamente, e senza mezzi termini,
la sua verit, senza residui. Una verit piena, tutta nutrita dellinganno di cui lassoluto non pu fare a
meno, per essere ci che : quella per cui vero  sempre e solamente il suo non essere mai ci che  ("
un inganno sublime;  linganno con cui lassoluto manifesta la sua verit", p. 25).
Solo in forza di questi presupposti Emo pu ritenere che "la parola si fa inganno quando lascia
le rive della pura presenza per farsi discorso; come il fiume quando abbandona la sorgente eterna" (p.
25). Daltra parte, come pu la parola attenersi alla pura presenza? Emo sa bene che la pura presenza 
ci "a cui siamo generalmente incapaci di guardare, a cui siamo incapaci di volgerci" (p. 28). Perci
non siamo noi a dover temere la verit, "ma la verit teme noi - noi siamo troppo indipendenti dalla
verit per esserle fedeli, o forse anche per esserle affini" (p. 59; vedi oltre, p. 237). Noi, animali dotati
di logos, ragione, ma prima ancora parola; che discorriamo imperterriti, ammaliati dal fiume delle
immagini, delle diverse meraviglie che affollano il mondo obiettivo in cui ci siamo ab origine "negati"
("la nostra vita abituale  una perpetua fuga dalla presenza, in tutte le direzioni", p. 28). Possiamo noi
"dire" il vero? No: conoscerlo significa (e solo questo pu significare) "rinunciarvi". Innanzitutto, 
Dio stesso "la rinuncia a Dio, lassoluto  la rinuncia allassoluto" (p. 60). E' Dio stesso, infatti, ossia la
"pura presenza", a essere ci che  solo morendo, negandosi. Solo nella Croce, sa bene Emo, Dio
riconosce la propria assolutezza, e dunque solo l  pienamente. E' Dio a perdersi continuamente nella
vita - in quella vita che  sempre e solamente la sua vita. Perci, "la vita  colpevole di non poter mai
raggiungere lassoluto, di perdere, di disseminare lassoluto, pur essendo essa stessa lassoluto" (p. 51)
- perch  lassoluto, per primo, "colpevole di non mai possedersi" (p. 51).
Lunica forma possibile del vero conoscere, per noi uomini, per la nostra vita (ossia lunico
modo per conoscersi, da parte dellassoluto stesso)  quello della rinuncia; una rinuncia che - osserva
Emo - deve essere innanzitutto rinuncia a s, e non tanto al mondo e alla sua fuorviante e seducente
molteplicit, come molta mistica sembra averci voluto far credere. Nessun contemptus mundi, dunque,
ma contemptus Dei; e cio contemptus di noi stessi, del nostro esser la presenza che siamo. E, quindi,
autonegazione. "La rinuncia  la suprema liberazione, la rinuncia  latto stesso in quanto negazione di
s,  la creazione mediante la negazione" (p. 44). Quellautonegazione che fa-mondo, per lappunto;
quellautonegazione per cui ci troviamo destinati alloggettualit, ai suoi luccichii, alla giostra del suo
debordante esserci, e dunque a esser continuamente fuorviati e turbati nella preghiera della rinuncia -
quella che, solamente, " il tentativo di conoscere la conoscenza (...) la presenza" (p. 44). Il mondo 
troppo seducente per resistervi - e in esso, daltro canto,  il divino stesso (che noi tutti siamo) a
ek-sistere. Come potremmo resistere, dunque, alla forza del divino? Il divino negato - certo; ma dove
pu essere il divino, se non nella sua negazione?
Alleterno problema della filosofia Emo indica una risposta: "il nostro problema  sempre il
medesimo che si presenta in tutte le forme e le occasioni: se il conoscere  negare e distruggere, perch
queste imagini, queste diversit, queste figure, queste esistenze? Perch tutte queste Sirene turbano la
pace della nostra rinuncia?" (p. 44). Conoscendo, ossia rinunciando a noi stessi, o, che  lo stesso,
negandoci: solo cos, peraltro, il conoscere pu istituirsi come forma del rapporto tra un soggetto e un
oggetto, ossia solo cos la pura presenza che noi siamo si fa soggetto contrapposto a un oggetto, e
dunque si fa presenza di un qualcosa, ossia qualcosa si fa conoscibile, si fa oggetto di una coscienza.
Noi possiamo conoscere la nostra originaria e perfetta "negativit", il nostro non-essere, il nostro esser
puro atto di una negazione senza soggetto. Infatti, ritrovandoci sempre e solamente nella forma di un
conosciuto oggettuale e dato, noi conosciamo la nostra perfetta inconoscibilit, quella che ogni datit
mondana incarna nella forma pi perfetta, perch irrisolvibile, perch la fa essere nella forma del
proprio nulla. "Se chiediamo: che  lessere? Lessere  la attualit,  lessere della propria negazione,
del proprio nulla - ed  perci conoscenza della propria inconoscibilit" (p. 44). Perci, come gi
sapeva Leopardi, anche per Emo conoscere il vero delle cose significa cogliere la loro perfetta nullit,
la loro assoluta indifferenza nei confronti della dilagante sete di differenze propria dei moderni (sete di
cose, di essere), rispetto al delirio di un conoscere sempre pi pervicacemente inteso come accumulo di
nuove alterit oggettuali e ontiche (topos perfettamente rappresentato dallUlisse dantesco e dal suo
fatale naufragio). Solo per questo "conoscendo, creiamo degli inconoscibili" (p. 44).
Il problema della conoscenza
La posizione emiana rispetto alla "questione" della metafisica - la questione della verit e del
suo rapporto con l'apparire -  carica di conseguenze rispetto a tutto il quadro epistemologico lasciatoci
in eredit dalla grande filosofia europea; al punto da costringerci a rideterminarlo in toto, a partire dal
problema su cui il pensiero moderno - pensiamo allasse Cartesio-Kant - avrebbe concentrato la parte
maggiore delle proprie energie speculative: il problema gnoseologico.
Parlare di conoscenza significa per Emo, innanzitutto, essere capaci di un radicale atto di
rinuncia. Come si  chiarito, tale opzione non va affatto confusa con quella, solo in apparenza simile,
invocata dai grandi mistici della cristianit, in quanto non di rinuncia al mondo - ossia allessere nella
sua mai paga proliferazione e differenziazione - si tratta, ma di rinuncia a noi stessi, al nostro essere
soggettivo. Solo negandoci - argomenta Emo -, noi stessi esistiamo, cio ci facciamo "Io-empirico", e
ci esperiamo come cosa tra le cose, e possiamo tentare di conoscerci. Infatti,  innegabile che
"possiamo conoscere soltanto ci che  obiettivo" (p. 30) - posto che conoscere significa obiettivare
(con buona pace di Heidegger e delle sue polemiche contro il sapere "obiettivante"). Se il sapere
coincide con lessere coscienti-di-qualcosa, il conoscere implica che qualcosa si dia a noi (al nostro
essere soggettivo, al nostro essere "manifestativo" e "disvelante") come altro-da-noi, come ob-jectum;
come gettato di contro a noi. "La conoscenza, come la coscienza,  soggettiva; ed  coscienza
delloggetto, cio del suo contrario" (p. 100). In modo che il noi a cui ci viene a esser-dato permanga
realmente nella sua inalienabile soggettivit, ossia non si risolva in objectum esso stesso, se non a
condizione di essere conosciuto come objectum, come Io empirico, e non come esso  in quanto
soggetto. Il conoscere accade solo in quanto lIo-conoscente non-, non ek-siste come tale, e il mondo
invece esiste quale risultato della negazione operata dallio nei confronti di se stesso, della sua rinuncia
a s. Infatti, se il mondo , e il mondo  ci che allio  dato come altro-da-s, lIo necessariamente
"non-". Ma se l'Io non-, a essere come mondo  lio stesso in quanto autonegantesi: lIo, negando il
proprio esser soggettivo,  come oggetto,  loggettualit di volta in volta data; ma proprio per questo
lIo non potr che ritrovarsi nella forma di unesistenza gettata nel mondo, frutto della sua stessa
semina "negativa", esistenza obiettivata, Io-empirico appunto. "Il tentativo di conoscere il soggetto, di
conoscere la conoscenza, lindividualit, la divinit,  sempre punito dal fulmine celeste o dalle
rivendicazioni, o dagli inferi - tentativo di conoscere che si perpetua come gloria e come colpa, come
supremazia e maledizione" (p. 30).
Sin qui potremmo anche leggere tali riflessioni come estrema radicalizzazione di quanto gi il
pensiero novecentesco era venuto maturando a partire dalleredit di Nietzsche, a proposito
dellimpossibilit per lIo di rinvenire qualcosa di s al di l delle infinite maschere (le emiane
"obiettivazioni" di se stesso che lIo  costretto a produrre nel disperato tentativo di "dirsi") che lo
trasfigurano in un vortice di immagini sempre cangianti. Ma in Emo v ben altro; la sua
consapevolezza speculativa lo conduce a identificare il conoscere con lessere - "conoscere  essere"
(p. 44), afferma senza titubanza. Innanzitutto per il fatto che, se lIo non si obiettivasse, e dunque non si
negasse, non sarebbe, non ek-sisterebbe, non sarebbe qualcosa - ossia non potrebbe strutturarsi quel
suo essere-coscienza-di (o, il che  lo stesso: apparire-di) senza il quale nessuna conoscenza pu aver
luogo. Ma lio  nella misura in cui si nega, ossia non- come Io ("conoscere  essere; essere la propria
negazione", p. 44). E perci  sempre attuale,  qualcosa in atto - "lessere  la attualit;  lessere della
propria negazione, del proprio nulla" (p. 44). Lessere in atto per lIo coincide con il suo ek-sistente
non-essere; unica positivit di fatto possibile.
Nella positivit dellesistente  risolta ab aeterno la negativit dellio, senza alcun residuo. Per
questo la sua inconoscibilit pu essere definita "perfetta" - solo nellessente  rinvenibile il nulla
dellio, della presenza, della coscienza. L esso abita, realizzato come nulla, senza che di esso si possa
indicare una qualche ulteriorit, o un qualche modo dellesser nascosto. E dunque l esso pu
conoscersi perfettamente, trovando appunto il proprio nulla, il proprio non-essere, ossia il proprio
essersi tutto risolto nellesserci del mondo. "La coscienza  riduzione delloggetto a coscienza, cio 
distruzione delloggetto. E se non fosse ridotto a conoscenza (cio a coscienza) loggetto non potrebbe
essere conosciuto" (p. 100). Come dire che conoscere loggetto - ci che alla coscienza  dato come
suo contrario (come negazione di s) - significa per la coscienza, sempre e necessariamente,
smascherare lapparente consistenza del proprio mondo, e dunque di se stessa (perch essa stessa vive
della consistenza del proprio mondo - da questultima dipende, infatti, la consistenza della valenza
empirica dellio, ossia la sua effettuale esistenza). E' chiaro che "distruggendo loggettivit
delloggetto, essa [la coscienza] distrugge anche loggettivit del s. Distrugge anche s" (p. 100).
Per questo Emo pu giungere ad affermare che "la attualit, negandosi, conosce la sua diversit,
appunto perch conosce la sua attualit che  diversit assoluta dalla negazione" (p. 45) - proposizione
solo apparentemente indecifrabile; in realt, sostenuta da una lucida argomentazione che della struttura
autonegantesi dellio porta alle estreme conseguenze le reali implicazioni.  infatti manifesta nella sua
assoluta diversit la verit di s come nullit originaria del mondo, per lIo. LIo si conosce come
diversit da s, negando tale diversit, trasfigurandola in mondit, incessantemente, e giocando su un
piano di perfetta, e dunque da sempre risolta, ambiguit: quella per cui, da un lato, di s deve dire che 
il diverso, lirriducibile rispetto al mondo, allessere, e dunque che non  affatto conoscibile
(conoscibile  solo ci che  dato come mondo, come altro dallio); dallaltro, di s deve anche dire che
non  affatto diverso dal mondo, ma che  ci-che- proprio nellesserci del mondo, in quel suo essere
diverso da s che egli stesso ha prodotto come effetto del proprio strutturale autonegarsi, e che dunque
 il suo vero e autentico negarsi, il suo essere piena e perfetta negazione di s, rinuncia a s; quello che,
in quanto conosciuto,  dunque l'essersi conosciuto dellio per quel che esso , lirriducibile esser altro
da s, quello stesso che fa del proprio esse negativum un positivo - se non altro perch, nel produrre la
diversit del mondo, non pu fare a meno di produrre la propria diversit dal mondo. Perci, "latto del
negarsi  la conoscenza, conoscenza della diversit nellatto del suo identificarsi al nulla, nellatto del
negare la sua diversit" (p. 31). Infatti, lIo non  nulla prima di tale suo negarsi, prima di negare la
propria diversit, nellatto stesso del farla essere (la fa essere solo negandola; se  vero che pu
istituirla solo nel farsi diverso dalla mondit del mondo, ossia facendo essere questultima, ma per ci
stesso negando la propria diversit, poich l'esser come diverso  il modo in cui il mondo esiste). LIo 
solo essendo nulla di s, nellesserci di un mondo che della diversit dellio  perfetta condizione di
impossibilit, proprio per il suo farlo essere diverso. Per questo, nessun divieto  imposto al conoscere
dallesterno;  il conoscere stesso, infatti, il conoscere nella sua strutturale aporeticit, a costituirsi
come divieto per se stesso - "il divieto di conoscere  la conoscenza del divieto" (p. 32).
Forma estrema della separazione  dunque il conoscere - di quella separazione che  tanto
radicale da far s che il "separato" - lIo - davvero "non sia". Limite estremo della separazione  quello
che conduce il separato nella-topia del non esistente (quella in cui nessun positivamente "separato" ,
di fatto, rinvenibile), e che istituisce quindi la separazione come qualcosa di esso stesso
immediatamente autonegantesi, s da fare di noi, dellio che noi siamo, limpossibile
"esser-separato-dal-tutto". Da ci il costituirsi da parte dell'apparire come "apparire della totalit",
condizione del rilucere dellio, nel mostrarsi di tutto ci che si mostra, come il mostrarsi stesso della
totalit di cui esso non  parte o momento. Daltro canto, "come potremmo conoscere senza negare,
cio senza separare noi da noi stessi, cio noi dal tutto?" (p. 32). Il conoscente non , infatti, qualcosa
di determinato analogamente al conosciuto;  piuttosto latto del conoscere, un soggetto che non 
sostanza, che non si d come qualcuno o qualcosa "che conosce". Il conoscente  il darsi come
conosciuto da parte del conosciuto,  il suo mostrarsi come conosciuto - dove il mostrarsi di tale
esser-conosciuto non  conosciuto se non come l'esser conosciuto di ci che in esso si fa conosciuto.
Nulla si pu dire di "positivo" in relazione allesser conosciuto, se non che il suo esser inconoscibile 
perfettamente conosciuto nel darsi come conosciuto da parte di ci di cui esso  appunto
lesser-conosciuto. Perci, noi siamo esclusi dal tutto proprio trasfigurandoci nel suo (del "tutto")
esser-conosciuto, e per ci stesso, nel nostro risoluto separarci da noi stessi, ossia da
quellesser-conosciuto di cui non potremo mai esser lesser-conosciuto. Troppo semplici per esser
conosciuti siamo dunque, in quanto non riconducibili al modo proprio dellessere di ci che , alla sua
strutturale complessit - quella implicata dal suo esser comunque e inevitabilmente diverso (anche
sempre diverso da s, da ci che di esso sembra di volta in volta potersi dire). Daltro canto, non  un
caso che il semplice, lUno, sia sempre stato pensato dalla filosofia occidentale come "principio" del
molteplice, come sua condizione di possibilit, e alla fin fine (nonostante gli sforzi operati per non
cadere in questa trappola: si pensi alla grande elaborazione plotiniana) sempre come uno-dei-molti,
come il modo dessere di ogni elemento del molteplice, che deve sempre esser "uno" per essere ci che
. "La semplicit, per conoscersi come tale, deve separarsi, divenire complessit e opposizione, cio
coscienza - e lideale, lo scopo della coscienza  il ritrovare la semplicit, la trascendenza e
limmanenza dellUno" (p. 33). Davvero la coscienza, lessere soggettivo, lessere di quel non essente
che noi siamo,  la perfetta semplicit (il non-mondo, il perfettamente separato del mondo), che  tale
solo in quanto originariamente negantesi; ossia in quanto facentesi uno-dei-molti, e cio opposto, altro
dal mondo, appunto diverso dai molti, e dunque altro da s, separato dalla propria perfetta simplicitas -
in modo per da non essere rinvenibile al di l del mondo, ma solo in esso, nel suo mostrarsi come
questo stesso mostrarsi. Come quel mostrarsi "del mondo" che altro non  se non il "non" del mondo -
e non un "positivamente altro" riconoscibile e rinvenibile come tale. Esso  un altro che, in quanto
altro dallaltro (da quell' altro che  il mondo come luogo dellalterit), "non " altro - questa la sua
paradossale alterit, quella che rende ragione del fatto che la coscienza si ritrovi, o meglio possa
ritrovare la propria perfetta semplicit, solo nella forma ambigua, equivoca, eppur inconfondibile, della
contemporanea trascendenza e immanenza dellUno. Allora diventa chiaro per quale motivo lUno dei
neoplatonici sarebbe coerentemente diventato il soggetto dei moderni, e quindi la dialetticit dellio,
tematizzata a fondo dallidealismo tedesco, soprattutto da Hegel.
"Lautocoscienza  coscienza della propria differenza quando la autocoscienza 
autodistruzione" (p. 45): conoscere la propria radicale differenza implica per essa il suo non meno
radicale togliersi - s che il suo conoscersi sia davvero conoscere il proprio non-esse... ma,
"conoscendosi come negazione diviene trascendenza, diviene differenza" (p. 45). E per ci stesso -
non-essendo ci che  - conosce il proprio nulla. "Conosce la sua attualit nellatto in cui conosce il suo
nulla" (p. 45), ossia il proprio destinale esser cosa: solo allora, potendo essere coscienza, "conoscendosi
come negazione diviene trascendenza, diviene differenza; e la differenza  essa stessa attuale
coscienza" (p. 45) di qualcosa, della cosa in cui essa ha da sempre realizzato il proprio nulla originario,
il proprio autonegarsi, quale modo della sua perfetta attualit. Questa  "la metamorfosi creata dalla
negazione" (p. 46).
La negazione di un assoluto che non pu mai raggiungersi, perch in ogni forma del proprio
esistere esso  separato da se stesso come coscienza-di-un essente mondano che occupa ogni spazio
della presenza, vietandoci conseguentemente ogni possibilit autenticamente "riflessiva" - specchio
deformante  ogni cosa rispetto al nulla che in essa pu vedersi, sempre e solamente, come il frutto di
una colpa inestinguibile perch, come confermato anche dal mito edenico del Genesi, consustanziale al
costituirsi dellatto conoscitivo.
"La vita  colpevole di non poter mai raggiungere lassoluto, di perdere, di disseminare
lassoluto pur essendo essa stessa lassoluto" (p. 51); ogni vita  infatti separata dal vero che in essa,
peraltro, va a determinarsi - separata senza potervisi ricongiungere, perch lo  gi, ma nel far essere la
sua nullit, ossia negandola (essendo quello il suo - della vita - originario non-essere). Perci, la vita
nega il vero, rapportandosi a esso nella forma del conoscente, ossia dellesserci di un conosciuto che
mai potr lasciar accadere il nulla, facendovisi sostituire. Questa  la colpa del conoscere - il peccato
originale, la hybris che ogni conoscere, indipendentemente dalle sue pretese esplicite, incarna in quanto
costitutivamente infedele e indipendente dal "vero" inconoscibile che esso stesso (ogni conoscere) .
Perci "il filosofo - annota in una bellissima e tragica riflessione Emo - si trova davanti alle verit che
ha scoperte, che ha intraviste, le verit di cui vive, che ha create e da cui  stato creato da sempre; e
passa tutta la vita occupato a persuadersi di queste verit, a persuadersi della realt di queste verit; ma
muore senza esserci riuscito - la verit resiste alle nostre seduzioni o ai nostri assalti - se non resistesse
essa sarebbe da noi distrutta e noi con essa - non dobbiamo temere la verit, ma la verit teme noi - noi
siamo troppo indipendenti dalla verit per esserle fedeli, o forse anche per esserle affini" (p. 59).
Questo  anche il senso pi autentico della nostra libert, e dunque la colpa di un conoscere che 
lessere stesso del nulla - un conoscere che accade in quanto forma del rapporto originario tra un essere
sempre "dato" e il suo "apparire".
Si comprende come per Emo conoscere non possa voler dire penetrare i segreti molteplici e
sorprendenti delluniverso; nessuna "immagine"  oggetto del vero conoscere, e dunque la sua  una
autentica fede iconoclasta. Al di l dellantica disputa sulla possibilit o meno di raffigurare lassoluto,
il divino, Emo scorge l'absurdum implicato da una concezione del conoscere inteso come raccolta di
dati e loro organizzazione, ossia di un conoscere sostanzialmente "estensivo"; no, per Andrea,
"lattualit del negativo  la fede iconoclasta" (p. 68), perch  al negativum che ci si deve rivolgere per
potersi realmente confrontare con il vero, con la sua perfetta impossibilit. Ma dire il negativum
significa dire che solo nel non di qualsivoglia immagine positiva ci si pu ritrovare, trovando per ci
stesso il nulla che comunque ci fa essere, e dunque la ragione della necessaria rinuncia rispetto a noi
stessi, ossia rispetto a ognuna delle persuasioni da cui non possiamo fare a meno di essere costituiti.
Dire il negativum significa anche dire ci che pu essere oggetto solo di fede, e non di conoscenza in
senso proprio. Solo la fede " negazione del suo oggetto, della sua imagine, della sua positivit" (p.
67). Essa non va alloggetto, all'immagine, ma li presuppone - se li trova di fronte, e li nega. Negando,
per ci stesso, ogni loro pretesa fondante.
Perci la fede non  - come vorrebbe la logica dellastratta identit - sospesa sul dubbio, e
dunque ignara del vero. Solo per il mondo positivo, che obbedisce, appunto, alla logica dellidentit,
"la fede porta il marchio, il sigillo della falsit" (p. 68); laddove, a uno sguardo autenticamente capace
di sostenere il paradosso della mediazione - quintessenza delluniversale negarsi ("il negarsi  lunica
sintesi", p. 95), per cui di tutto bisogna dire che non  ci che  - lidentit concreta del vero appare in
tutta la sua luce come l'universale identificarsi producentesi in un atto che  "differenza assoluta",
facendosi oggetto di un conoscere che non possiede, che non fonda, ma "nega", e che proprio per ci
ha la struttura della fede, anzi " il vertice della fede" (p. 68). Altro che distinzione tra scienza e fede!
Per Emo, la fede  "forma" autentica del conoscere in quanto tale; ogni vera fede si d come autentica
conoscenza, se non altro in quanto non rifugge le immagini, le oggettualit di cui ha bisogno il
conoscere (istituentesi come rapporto tra un soggetto e un oggetto).
Nessuna astratta iconoclastia (vedi p. 237) viene fatta propria da Emo (vedi anche p. 37), che sa
bene che la distruzione dellimmagine in cui lIo stesso, ossia la Presenza, consiste, non pu darsi se
non nel darsi del mondo delle immagini (come ci di cui, solamente, la negazione - lIo - pu essere
negazione). A differenza degli iconoclasti, "noi oggi riteniamo che limagine vale per se stessa,  essa
stessa la divinit e la divinit inesistente o sconsacrata dalla razionalit  un elemento estraneo, che pu
soltanto turbare la purezza, la bellezza della imagine" (p. 34). E' la sacralit che ricrea continuamente
delle immagini, delle Sirene, "e si perde nel gran mare del nulla, perch non vi sono cere per le sue
orecchie" (p. 35). "Lassoluto si innamora delle imagini" (p. 35); insomma, solo "la iconoclastia
giustifica la imagine" (p. 46); o meglio, "la immortalit  nella imagine e nella abolizione della
imagine" (p. 47), dunque nella conoscenza e in quella negazione del suo objectum che  la fede
("negazione del suo oggetto, della sua imagine, della sua positivit", p. 67) - che proprio per ci della
conoscenza  la forma pi radicale (in quanto esplicitazione del momento negativo della medesima).
Ma resta che "il solo risultato positivo che un uomo pu raggiungere nella sua vita  la scoperta del
negativo. La negativit  il fondamento incrollabile e inconfutabile" (p. 102).
Tempo e origine
"Lorigine non pu essere che lattualit" (p. 125). Cos si esprime Emo a proposito di un altro
dei temi della filosofia, quello dellorigine o anche dell'inizio, ossia di ci da cui tutto sarebbe stato
reso possibile (o impossibile - a seconda di quale sia la concezione dell'arche su cui si fonda la
prospettiva in questione).
Ma, perch parlare del problema dellorigine, e dunque del tempo? Innanzitutto, per il fatto che
la nozione di verit messa in gioco dal verbo emiano non pu non comportare una radicale
ridefinizione di tale questione - se  vero che la filosofia nasce in Grecia come domanda sulla verit
nella forma di interrogazione intorno all 'inizio.
Va sottolineato che tale connessione - tra domanda sulla verit e domanda sull' origine di tutte
le cose - non riguarda un semplice fatto, ossia laccadimento di una determinata storia a partire da un
certo inizio. Tale incipit non si d come pura datit storica; si tratta (e questo Emo lo sa molto bene) di
una connessione intrinseca alla "cosa" del filosofare. La domanda sulla verit non pu che essere
domanda sull'origine o inizio. Dunque, larticolazione del problema della "verit" decide in quanto tale
sullidea di temporalit, che, solamente, da quella trae le proprie condizioni di possibilit. Ma nessuna
determinata concezione della "temporalit" pu essere considerata semplice conseguenza di una certa
idea di verit. Infatti, non di semplice conseguenza di questa si tratta, ma della sua precisa
articolazione: dire il "vero" significa, sic et simpliciter, indicare il senso dell' origine - e, dunque, il
modo della "temporalit".
In che senso, allora, laffermazione emiana intorno allorigine deve essere intesa come
lespressione pi concreta della relativa idea di verit? Si  qui ribadita la caratteristica essenzialmente
negativa dellidea emiana di verit; ma quale dei momenti caratterizzanti la scansione temporale 
esplicitamente caratterizzato da un esse radicalmente negativo? Lattualit -  evidente. Sempre che si
sia convinti del fatto che, delle tre fasi canoniche della scansione cronologica, lunica a non farsi
afferrare  "il presente". Il presente, o lattualit, l'hic et nunc che, non appena si pretende afferrato, ci
si dissolve tra le mani, facendosi immediatamente "passato" o "futuro"; solo questi ultimi infatti sono
vissuti dalla coscienza come "ci-che-sta" - come spazi realmente abitabili dellesistenza. "Il tempo 
sempre presente nel suo passato e nel suo futuro; (...) la presenza  nel passato e nel futuro, perch il
passato e il futuro sono nella presenza, sono sempre contemporanei del presente" (p. 139). Forse per
questo un poeta come Leopardi poteva avvertire una sorta di sollievo e di sospensione degli affanni
ineluttabilmente procuratici dalla misera nullificazione operata dal presente.
Daltra parte, "collocare lorigine in un lontano passato  un grave errore di prospettiva; 
lorigine attuale che crea il passato. Il passato ha la sua origine nel presente - cos come il nulla" (p.
125). Come rilevava Agostino,  solo nel presente che posso avere esperienza di qualcosa come un
passato -  solo nel presente che qualcosa pu presentarmisi come ci che " stato", e che ora, per
lappunto, non  pi ci che "era". Il passato, per costituirsi come tale, deve non-esser-pi; e solo il
presente pu mostrarci il suo non-esser-pi, ora. Come dire che il passato  fatto esser tale dal presente,
che vale come la sua vera origine; al di l di quanto il senso comune  solito intendere, attribuendo al
passato la responsabilit di ci che accade nel presente, come alla sua "causa". Ma quale storico
sarebbe disposto ad ammettere che a originare il passato  il presente? Eppure, la logica del discorso
filosofico di Emo impone di credere a tale absurdum. Fermo restando che, come abbiamo visto, quella
della fede  la forma pi alta di conoscenza; e la fede si fonda, come Andrea ci ricorda spesso, sul
credo quia absurdum. Identica  per lui la sorte della filosofia: "limpossibile, lassurdo, sono le
conquiste della metafisica" (p. 71).
Dunque, non tanto di una semplice assolutizzazione della "presenza" si tratta, quanto del
costituirsi da parte della "presenza" come origine del passato (e del futuro). "Il passato e il futuro, le
due ali con cui vola limmobilit del presente. Il tempo fugge contemporaneamente, simultaneamente,
in due direzioni diverse, verso il passato e verso il futuro. I due voli in direzioni opposte sono un unico
volo. Sono limmortalit, cio leterno equilibrio del presente, in cui le due direzioni si incontrano
continuamente allontanandosene" (p. 139).
Come se da un punto si dipartissero due frecce, luna in direzione opposta rispetto allaltra,
quali forme della rammemorazione di ci che, alle loro spalle, da sempre, costituisce la loro stessa
immemorabile origine (essa s, davvero, mai stata "essente"), costituita propriamente da quel "punto",
rispetto alla quale il tempo  immancabilmente "colpevole".
"Il tempo  colpevole quando esce da s, quando diviene esteriore a s, quando si allontana da
s nelle sue direzioni - le direzioni sono sempre esteriorit" (p. 57). Certo, perch il tempo,
allontanandosi dallorigine (il suo da sempre gi-stato), si allontana propriamente da ci che esso
stesso continua perennemente a essere: forma dellattualit, del nulla di unattualit, che, proprio in
quanto inestesa e illocalizzabile, tutto abbraccia e da nulla pu essere realmente costituita come
semplice "altro-da-s". Perci, il tempo, allontanandosi dallorigine che  lattualit della presenza, si
allontana da se stesso - ossia da qualcosa che non  il suo semplice "altro", ma piuttosto laltro che esso
 per se stesso. Contradictio contradictionis, dunque - in ci leternit del tempo, ossia la sua assoluta
atemporalit ("il tempo  eterno e perci non ha direzioni; le sue direzioni sono il suo attuale abolirsi",
pp. 57-58). Ma, se il tempo  eterno, lo  "in quanto  il suo eterno negarsi,  la eternit della sua
attualit" (p. 57). Come dire che, solo allontanandosi da se stesso, cio "negandosi", il tempo si
costituisce come tempo. Perci, il farsi temporale dellinestesa attualit costituisce quel negarsi
dellattualit, senza il quale il negativum di questultima mai si sarebbe potuto dare.
Ecco perch il ritorno  un "eterno ritorno", in uneternit da sempre negantesi come tempo, per
poter essere altrettanto risolutamente la negazione che  (negazione del tempo e delle sue direzioni
impossibili e contraddittorie). Un ritorno che Emo pu definire "ritorno senza direzione" (p. 57);
perch non vi sono approdi sicuri o positivi che possano realmente attenderlo da "qualche parte"
dellesistente. Esso  ad-teso solo da quel nulla-di-ente che io sono sempre stato e sempre sar (perci
il nulla-di-ente  eterno; "lattualit  eterna perch negazione di s", p. 58) in relazione a ogni ente, la
cui positivit  condizione essenziale per il costituirsi del negativum cui tutto  rivolto e da cui tutto 
abbracciato. Perci, "il ritorno non  una direzione" (p. 57): tornare allorigine non pu significare che
andare in quella terra di nessuno che mai pu determinarsi come "fine", tutto essendo in essa non come
concluso, ma come "negato", e dunque mai definitivamente determinabile, anche se gi da sempre
"risolto" in essa come nella propria originaria presenza. "Il tempo  leterno ritorno, cio  l'attuale
ritorno" (p. 57). Un ritorno mai portato a termine, in quanto da sempre negato in un atto presente che
dice appunto la verit del medesimo (del ritorno in quanto incessantemente negantesi). Certo, "il tempo
non ritorna da una favoleggiata lontananza" (p. 57), eppure, solo ritornare si pu, in direzione
dellineludibile attualit o presenza ("il tempo non pu uscire dalla sua presenza, (...) diversificazione
apparente di passato e futuro", p. 57).
Come dire che, se le due frecce temporali sembrano ex-cedere verso lesterno, ossia sembrano
allontanarsi dal presente (dalla loro reale "origine"), in verit esse tornano continuamente a
quelloriginario passato che  il loro stesso immemoriale inizio: linsuperabile e onniavvolgente
attualit - perci "il tempo (...) non  altro che memoria" (p. 156). Memoria di ci che, in quanto
in-consistente, in quanto autonegantesi,  lassolutamente immemorabile e atemporale. Non a caso
Emo definisce la memoria come "il perpetuo tentativo di abolire il tempo" (p. 5).
Ma il tempo  la negazione di ogni temporalit determinata e positiva, ossia obiettiva: e dunque
 limpossibile cui la memoria tragicamente ad-tende: lassoluto, il nulla della presenza. E come  vero
che "non possiamo pervenire direttamente allassoluto, non vi sono vie per lassoluto; fuorch la
rinuncia a ogni assoluto" (p. 155), cos  anche vero che "tentando di abolire il tempo, non ci si accorge
che il tempo  appunto il soggetto dellazione volta ad abolirlo: non  altro che perpetua negazione di
s. Ma la diversit creata dalla negazione  al di l della negazione,  lal di l del tempo; lattualit
della negazione  trascendente al tempo; ma  il tempo stesso che la crea negandola" (p. 4). Perci, "la
memoria  lessere del non essere" (p. 128).
Sar interessante confrontare lidea di tempo articolata da Emo con quella testimoniata da
Gentile, se non altro per chiarire la distanza che separa i due (vedi sopra, pp. 222-223); al di l da
quella consonanza e affinit speculativa che potrebbe dar facilmente luogo al fraintendimento pi
radicale: una interpretazione delle pagine emiane come semplice sviluppo dellimpostazione
attualistica. Va ricordato innanzitutto che per Gentile spazio e tempo non sono intelligibili se non al
patto "che lo spazio sia la spazialit del punto non spaziale e il tempo sia temporalit del presente non
temporale";17 perch lo spirito "si moltiplica bens, ma restando uno";18 perch il "vero" , per Gentile,
la sintesi, secondo una modalit propriamente hegeliana di intendere le opposizioni categoriali. Ma una
sintesi che, appunto, non  un tertium quid che sopraggiunga in seguito al darsi degli opposti, ma
piuttosto loriginario; perch "non v opposizione che non sia opporsi delluno a se stesso, come
diverso e come identico".19
Per Gentile "tutti i successivi del tempo sono i compresenti in un presente che nega il tempo".20
E' chiaro, dunque, che, a differenza di quanto verr sostenuto nelle pagine emiane, per il padre
dellattualismo "cercare che cosa era al principio della natura e che cosa sar alla fine  proporsi un
problema privo di senso".21
Per Gentile vita e morte non solo si dicono luna nellaltra, ma sono la stessa cosa: modi dell
'eterno, mai incominciante e mai concludentesi. Ragion per cui "la vera vita (...) simmedesima con la
morte", una "morte assoluta". Sicch "limmortalit del molteplice (cose e uomini, che, in quanto
molti, son cose)  nella sua eterna mortalit".22 Daltronde, non ci si potrebbe esprimere in altro modo,
stante che il tempo, in quanto tale (in quanto svolgimento attuantesi secondo lordine della successione)
 considerato come inconsistente apparenza: in esso  sempre e solamente il presente a essere - perch
il vero  che "tutto  uno", per usare lespressione eraclitea (in modo tale, per, che non si possa farne
valere il reciproco: ossia che "luno  tutto", che luno non  mai uno, ed  sempre disperso
nellindefinita e infinita molteplicit dellesistente). Non  affatto vero, dunque, che, seguendo
limpostazione gentiliana, si sia destinati alla definitiva abolizione degli immutabili - come vorrebbe
farci credere, per esempio, la lettura severiniana di Gentile.23 No, limmutabile  lunico vero esistente,
per Gentile, se  vero che ogni tempo accade nel non accadimento suo proprio - quello che solo il punto
di vista della sintesi  in grado di guadagnare quale luogo di un vedere autentico e veritativo; quello
secondo cui lattualit del presente "non  un presente in bilico tra due termini opposti, ma leterno,
negazione dogni tempo".24 Insomma, per Gentile il "vero" non  il divenire assoluto, che a nulla
consentirebbe di "stare", se non al proprio stesso inarrestabile fluire; il "vero"  l'eterno che in ogni
immagine determinata e contingente, labile e fugace, dellesperienza diveniente, si "concreta".
Quell'eterno che  per Gentile lo stesso pensiero pensante, latto in cui questultimo, che  certo
divenire e svolgimento, "pone bens come suo proprio oggetto lidentico".25 Gentile continua: lo pone,
"ma appunto merc il processo del suo svolgimento, che non  identit, cio unit astratta, ma, come si
 detto, unit e molteplicit insieme, identit e differenza"26 - come per guardarsi dal pericolo di una
forma di rinnovato monismo eleatico, astratto e incompatibile con qualsiasi manifestazione della vita.
Eppure, quellatto che pone incessantemente lidentico attraverso una processualit che 
contraddizione, che  autentica molteplicit in quanto  insieme unit e molteplicit, che  assoluto
divenire in quanto coinvolge in s anche lopposto del divenire, quellatto appunto, per il tramite di
questo porre contraddittorio, pone sempre e comunque l'identico, l'eterno, articola lassolutamente
inarticolabile - ci che solo in questo modo riesce a essere il semplicissimo e realissimo che . Un
eterno che, appunto, non  tale se non per larticolazione e lo svolgimento in cui si dispiega, ma che
"nella molteplicit mostra la realt e la vita dellunit".27 La quale unit "non , ma diviene, si forma:
non , come abbiamo detto, una sostanza, unentit fissa e definita, ma un processo costruttivo, uno
svolgimento";28 ma, ancora una volta, negandosi, certamente, ossia rovesciandosi dialetticamente nel
proprio contrario (rovesciamento realissimo, e non mera illusione imputabile a un errore di prospettiva
del pensiero), mostra che tale processualit non  vera se non la si intende come modo autentico e
perfetto di rivelarsi da parte delleterno, ossia del non svolgentesi.
Meno distante da Parmenide di quanto il suo ideatore avrebbe mai potuto riconoscere  dunque
la prospettiva gentiliana, intrinsecamente legata, ancora, a un modello di pensiero che, a partire da
Parmenide, avrebbe trovato dalla scuola neoplatonica il suo pi naturale sviluppo. Legata, cio, a
quellimpostazione che se sembra voler salvare appieno la realt del mondo, dellesperienza e della
struttura in essa esplicitantesi, lo fa per un motivo fondamentale ed esclusivo: per poter sostenere,
senza tema di smentite, che lUno  il principio, che leterno  il vero esistente, e dunque che il mondo
diveniente e molteplice che da quello sembrerebbe non poter essere in alcun modo concesso, esistendo
conferma invece nella maniera pi piena la sua concreta inoltrepassabilit, il suo esserci dialettico e
perci assoluto.
Dovrebbe essere chiara a questo punto la distanza che separa la tragica consapevolezza emiana
del paradosso della verit dalla pacificante teoria gentiliana dellatto. Tanto legata a una visione, alla
fine, non contraddittoria del vero questultima, quanto irrecuperabilmente vocata all'absurdum
dellimpossibile la prima. Nel procedere argomentativo di Gentile a essere sottintesa, come presupposto
inequivocabile,  la convinzione che il vero sia luno, il semplice, l'eterno - e solo esso (perch sempre
del medesimo si tratta). Il molteplice si riduce a vita delluno, a sua manifestazione - e dunque viene
privato di qualsiasi valore fondativo. Invece, nellargomentazione emiana costante  la preoccupazione
di sottolineare che loriginario, latto, la presenza sono negazione. E quindi che a essere esplicitato, in
ogni accadimento,  propriamente e innanzitutto lo scarto, l'instabilitas, l'insecuritas che di fronte a
ogni immagine ci impone di dire il suo non-essere. Per Emo la "sintesi" non coincide con un eterno che
sempre e instancabilmente si pone quale atto di una presenza immarcescibile, in forza della quale si
possa dire, come vuole Gentile, che "non c differenziamento che spezzi, sia pure per un istante solo,
lunit".29 No, per Andrea lunit , sempre e solamente, nello spezzarsi per cui ogni esserci si
costituisce nella forma del suo originario "esser-negato"; nella forma di un contraccolpo per il quale
tutto (e dunque anche la presenza stessa, latto ponente che di tutto costituisce la ragione del suo esser
negato)  sempre altro da ci che . Proprio questo originario smentirsi da parte di ogni forma
dellesserci costituisce loriginario - e questo vale anche per leternit. Infatti, "leternit non  reale, 
una astrazione senza imagini e senza qualit e senza diversit" (p. 137). Anche per Emo, certamente, si
dovr dire che "lidea del tempo  appunto nellatto" (p. 128), ma "l'attualit  il suo annullarsi ed  la
attualit del suo annullarsi, del suo nulla" (p. 127). E dunque, "poich lattualit non  che negarsi, essa
non pu conoscersi; non pu affermarsi, non pu essere che trascendenza. La trascendenza del negarsi"
(p. 125).
Ricostituzione di un radicale dualismo da parte di Emo - dualismo paradossale, certo, non
astratto, come quelli a suo tempo criticati da Gentile, e prima ancora da Hegel. Dualismo che non si
pone come distinzione tra lio e il mondo, oppure tra questa relazione e un divino a essa irrelazionabile,
ma come distinzione rispetto a s da parte di ogni determinazione - che solo in tale atto, che solo per
tale autonegazione, riesce a essere ci che  (dicendo, appunto, di non essere ci che ). Di ogni
determinazione: ovvero anche di quella indeterminatissima determinazione che tutte le nega: lIo, atto
originario in forza del quale tutto  posto come ci che non  - quellindeterminatissima determinazione
che, perch cos si autonega,  mondo,  molteplice, ossia  nulla-di-s. Rendendo - questa volta s -
possibile rovesciare laffermazione eraclitea secondo cui "tutto  uno". Per Emo,  anche vero che
luno  sempre tutto. "Lal di l  sempre lal di l di se stesso" (p. 157). In questo senso "ogni
medesimezza (...) quando si nega riconquista, cio crea la sua medesimezza come altro, come diversit
assoluta. Cos latto del negarsi (...)  la differenza in s, che rimane la sua medesimezza" (pp.
159-160); anche il tempo - infatti, "il tempo  lassoluta attualit della diversit; anzi,  lattualit come
incomparabile, cio non paragonabile, diversit" (p. 171). Perci, per Emo, il tempo non  immagine
eterna delleterno, parvenza che  reale solo in quanto insvolgentesi-svolgersi tutto compreso
nellinestensione delleterno; Andrea ci spiega che a non essere mai ci che  - come si  visto - non 
il tempo, ma la presenza, lattualit, leterno, che il tempo continuamente ricerca come proprio telos,
come propria impossibile perfectio, come origine immemoriale di ogni sua delirante memoria.
Solo a partire da questi presupposti  allora possibile comprendere lassoluta sospensione di un
domandare, quale  quello emiano, che non pu decidersi tra il s e il no come se si trattasse di due
alternative positive: "Lassoluto  uno o plurimo? Lassoluto  identit o diversit? E' origine o punto
di arrivo? La pluralit  la coscienza delluno, la diversit  la coscienza della identit, lorigine  il
punto di arrivo e viceversa? Lassoluto  il circolo? O la linea retta e diretta allinfinito? Lorigine 
una e identica o plurima e diversa? Chi potr mai rispondere a queste domande concernenti linfinito e
lassoluto in cui tutto  vero e tutto  falso, tutto  morto e tutto  vivo?" (p. 151).
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FINE.
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NOTE.
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1 Passi ancora inediti di Emo verranno citati indicando il numero del quaderno (Q.) e lanno pertinente.
2 Cfr. M. Cacciari, Dellinizio, Adelphi, Milano 1990, pp. 89-232.
3 A. Emo, Il dio negativo, Marsilio, Venezia 1989, p. 70.
4 Ibidem, p.45.
5 Ibidem, p. 17.
6 Ibidem, p. 17.
7 Ibidem, p. 36.
8 Ibidem, ?.17.
9 Ibidem, ?. 40.
10 G. Gentile, La teoria generale dello spirito come atto puro, in Opere filosofiche, a cura di E.
Garin, Garzanti, Milano 1991, p. 476.
11 G. Gentile, Chiarimenti a un attualista dubbioso, in Opere filosofiche, cit., p. 693.
12 G. Gentile, La teoria generale dello spirito come atto puro, cit., p. 545.
13 A. Emo, Il dio negativo, cit., p. 30.
14 Ibidem, p. 15.
15  Ibidem, ?. 48.
16 16. Ibidem, p. XIII.
17 G. Gentile, La teoria generale dello spirito come atto puro, cit., p. 564.
18 Ibidem, p. 564.
19 Ibidem, p. 565.
20 Ibidem, p. 574.
21 Ibidem, p. 577.
22 Ibidem, p. 583.
23 Cfr. E. Severino, Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, pp. 116-127.
24 G. Gentile, La teoria generale dello spirito come atto puro, cit., p. 582.
25 Ibidem, p. 495.
26 Ibidem, p. 495.
27 Ibidem, p. 492.
28 Ibidem, p. 492.
29 Ibidem, p. 493.
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FINE.